LA GUERRA SOSPESA…E LA VITTORIA POSSIBILE

Chi sta bene è fortunato. Respira e vive. Sente il sole sulla faccia, ne sente la maggiore intensità da una settimana. Gli alberi se n’erano già accorti e si sono fatti trovar pronti con foglie giovani, lucide di perla, tenerezze verdi. Siamo a casa. Qualcuno ha qualcuno vicino a sé. Rinnoviamo ricordi e abbracci virtuali. Ponti incredibili di tempo e geografia emergono dal nulla, nello sprazzo benefico di una telefonata, un messaggio, un video.

Tante persone amate… volate via come nuvole, tornano a passare davanti alla mia finestra. E mi dico, una volta di più, che il vero amore, in tutte le sue forme, non è mai perduto.

Ma la guerra è guerra. Bisogna essere forti e non guerreggiare. Notizie orribili rigano il silenzio di giornate tutte uguali, ma non possiamo batterci. Non siamo gli eroi degli ospedali, siamo un numero di una conta che ci sfugge, siamo sofferenza senza costrizioni fisiche, libera di patire e godere il sole. Non siamo abituati al dolore. Sappiamo soltanto che abbiamo avidità di luce, aria, libertà, tocco. E aspettiamo…

Come dire l’attesa?
Nostalgie invisibili di tenerezze, rammarico per quella definizione di noi appena abbozzata in certi rapporti ormai sospesi, occulte volontà di trasmissione di cose sapute e non dette, quando s’era accanto.

Forse è questa l’unica palestra di coraggio che ci rimane, il punto massimo della parabola di questa nostra personale guerra – epocale come ripetono mai vista prima– unico noviziato d’eroismo possibile. Dire tutto. Tutto ciò che va detto. A se stessi dapprima. Per non arrivare troppo tardi. Perché è così, vivere nel pericolo: la paura costante della gabbia, e non poter dire in tempo.

E quanta gioia in questi giorni si può ottenere chiudendo finalmente cerchi d’intendimento, sgomberando intere valli d’armonia, rasentando la propria sorte con un lampo chiarificatore. Far cadere le corazze, le maschere d’orgoglio, le trine lezzose delle false debolezze. Assoluzione piena per antiche parole, usarne di nuove, poche, scelte con cura. Sembrerà uno sbalzo nell’irreale tanto poco siamo abituati all’essenzialità, vedere con occhi buoni… e invece aprirà spazi vivi, germinazione di semi, gemme e fiori.

Per tutti sarà stata una grande avventura, così fuori dal ritmo meccanico della vita, così lontano dalle solite brighe e interessi. Un’intima verità di noi che s’instaura, d’ora in poi… Una bella vittoria in questa guerra sospesa.

UN NUOVO MODO DI LEGGERE AL TEMPO DEL CORONA VIRUS

So già che molti lettori, quelli veri come me che divorano anche cinque/sei libri in un mese, avranno da obiettare. Il libro è un incontro anche tattile: la grammatura della carta, l’odore, la copertina (un tempo, anche per noi scrittori era un vanto averne una rigida!) e poi la possibilità di sottolineare, scribacchiarci a latere… in un rapporto quasi intimo. Un libro ti accompagna, per un po’ diventa quasi un diario. Una cosa tua.
Poi i tempi sono cambiati.

Abbiamo cominciato a viaggiare con bagagli microscopici. Nei voli law cost, come tanti, ho elaborato tecniche da spia per evitare di metterli nella valigina che ospita già a malapena un cambio e due mutande. Misteriose tasche interne che ti fanno assomigliare all’omino Michelin, volumi incastonati sotto le ascelle mentre passi il check in, false buste duty free con rivista esplicativa di come fare una tovaglia all’uncinetto mi hanno permesso il trasporto clandestino di una piccola scorta di libri in ogni parte del mondo. Ma ora il virus… cosi’ abile da insinuarsi anche fra le pieghe di un pacco postale, sembra averci momentaneamente fregati tutti.

È per questo che ho ceduto anch’io. Ho pensato di aprirmi all’e-book, sia come fruitore che come scrittore. In un istante lo compri ed è tuo, in tablet/cellulare/computer. E per dimostrare che comprendo che non è la stessa cosa, ho voluto offrire il mio romanzo a soli 2.99 Euro !!!

Mi piace pensare che nessuno rischierà la vita per recapitarlo e riceverlo; mi piace pensare che accompagnerà le giornate tutte uguali di qualcuno in questa quarantena sempre più lunga; mi piace pensare che forse la mia storia arriverà alla persona che senza saperlo l’attende, perché come scrive Gabrielle Zevin “Bisogna incontrare le storie al momento giusto (…) Questo è vero nei libri e anche nella vita”; mi piace pensare che un racconto d’amore, di piante e Natura possa distrarre dai bollettini plumbei dei tg e trasportarci già a domani, a quando vivremo tutto di persona e ancora meglio, meglio e di più… molto di più…

Buona lettura e buona vita !

AVERE PAURA NON E’ OBBLIGATORIO + Meditazione

In queste settimane è la parola più usata, viene indossata tutti i giorni come la famosa mascherina che dovrebbe proteggerci. Ma cos’è la paura? La conosciamo davvero?
A ben guardare la paura è soprattutto attesa, aspettazione del male. Per chi in questi giorni è chiuso in casa, magari asintomatico, è soprattutto anticipazione più o meno giustificata del peggio. È insidiosa la paura, difficile da gestire.

Il dolore si piange, si sopporta, occupa; la rabbia si urla, si sfoga, fuoriesce. La paura stagna, s’aggrappa, s’incrosta. Peggio, “Quel che temiamo più d’ogni cosa, ha una proterva tendenza a succedere realmente” diceva l’Adorno, e aveva ragione perché il nostro pensiero ha un potere creatore potentissimo, si autoalimenta, ci logora e poco a poco abbatte le nostre difese.

È imperativo perciò imparare a gestire la paura. Due le citazioni illuminanti che mi portano lontano:
“Si ha paura del disordine del proprio pensiero” (Guy de Maupassant). Cominciamo allora a mettere in fila ciò che ci preoccupa di più. Individuamo per ogni singola situazione, il margine d’azione che ci resta; là dove c’é una soluzione, anche solo parziale, agiamo, là dove non c’è, accettiamo che non ci sia;
“L’assenza di paura è il primo requisito della spiritualità” (Gandhi). Al di là di qualsiasi credo religioso, il riconoscimento della componente di fatalità nella nostra esistenza è già una forma di spiritualità. Non possediamo tutte le risposte, la vita resta un mistero. Affidarglisi con fiducia significa trovare un principio di pace e mettere a tacere, almeno per un po’, la paura. Per riuscirci bisogna rientrare in noi stessi però, riprendere domicilio nella casa del nostro corpo fisico ed eterico. Ed è un lavoro individuale, perché, come scriveva Carlos Castaneda “I paurosi tirano per i piedi chi è intento a volare, per riportarlo a terra. Nella meschinità, si sentono meglio se tutti strisciano“.

Voliamo allora, muoviamoci con quella parte di noi che può scalare montagne da fermo, in prigione. Incontrarlo può essere semplice, anche tramite una breve meditazione.

Io ne ho canalizzata una, Dimentica d’avere paura scaricabile gratuitamente su you tube https://www.youtube.com/watch?v=9jB_TSlh6R8.

 Il mio tentativo è sempre quello di introdurre a questa disciplina le persone più scettiche e non abituate, ma la scelta sul Web è vastissima e tutto è utile se giova e vi parla.

Fare a meno della paura si può, non perché sia facile, ma perché la paura non serve, non ha alcuna utilità.

Non è la paura che deve farci assumere stili di vita prudenti, è l’amore e il rispetto per gli altri.

Non è la paura che ci preserva dai pericoli della libertà, è il cercare quella libertà in profondità, in quella parte invulnerabile dentro di noi.

Non è la paura che innalza le nostre difese immunitarie, è il sentirci già a domani, quel domani in cui potremo riaprire le porte della nostra vita, magari con più coraggio, gioia e determinazione di prima.

DIARIO INTIMO DA UNA ROMA INIMMAGINABILE

Da settimane vivo la quarantena in un piccolo bilocale sui tetti, nel cuore di Roma. Un esiguo, prezioso poggiolo mi consente di bere il caffé del mattino seduta al sole. Davanti a me, i tetti dei palazzi intorno, le terrazze punteggiate dal verde delle piante che, incuranti del COVIT, sentono la primavera premere, e s’aprono.
Le campane delle cupole intorno si rincorrono, suonando con appuntamenti fissi e diversi. Alle 12, il cannone sul Gianicolo interrompe tutti con il solito BOUM. Il resto è silenzio, luce dorata e cinguettii di uccellini vispi, gabbiani maestosi, ma anche “vicini di casa in diretta”.

Stamattina, seduta col caffé in mano, ho ascoltato le news direttamente dal mio dirimpettaio un po’ duro d’orecchi. Dalla sua finestra spalancata uscivano le voci dei soliti giornalisti della tv e dei virologi di turno intervistati. “Sempre peggio!” impreca. “Su su non si butti giù – gli lancio – finirà !” ma temo di avergli annacquato la dose quotidiana di pessimismo cosmico.

Sulla grande terrazza a sinistra, un padre gioca con la figlioletta di due, tre anni. Bambina fortunata, parla a voce alta come fosse al parco, ripete certe frasi fatte che evidentemente ascolta in casa: “Ma vogliamo scherzare…??? Vogliamo scherzare?”. Sembra serena comunque. Non si puo’ dire altrettanto di una finestra sul vicolo. Là dentro una coppia sbrocca. Si rispondono male, con frasi secche. Penso a tutti quei ménage che reggevano in virtù di un lungo, blando guinzaglio reciproco… questa convivenza forzata obbligherà molti ad una presa di coscienza crudele. Ma anche utile forse: “C’è un vero NOI nella prigionia o solo un IO+TE?”. La verità fino in fondo finalmente. E poi quando si ricomincerà a vivere, forse una nuova fase davvero!


Al quarto piano, l’ultimo giro della lavatrice. Centrifuga che rimbomba in tutto il palazzo. Ecco, FINE, nell’aria s’insinua un vago odore d’ammorbidente.

Due strade più in là, un anziano signore pulisce vasi di piante lasciate a se stesse sulla terrazza condominiale. Parla a sua volta con un dirimpettaio, gentilmente, in buon italiano, ma ha un accento che riconosco subito, è francese. Poi pulisce il secco di un gelsomino. C’è anche pace in questa guerra. E mentre lo scrivo, un merlo gracchia.

Ieri, il momento più attivo della mia giornata è stato quando ho gettato l’immondizia sul Lungotevere. Durante quel breve giro di strade, ero frastornata, una comparsa in un quadro di De Chirico. Curiosamente un’appassionata di storia dell’arte come me, al cospetto di Palazzo Farnese, nel silenzio antico di via Giulia, non si sentiva affatto catapultata indietro nel Rinascimento, al contrario cio’ che spaventa di questo virus è il senso spettrale del futuro possibile che riesce a trasmettere, il sentirsi cioé, già nel domani delle nostre città, le nostre bellissime città, senza di noi.

 

LE PAROLE PROFETICHE DI SATPREM SULLA NOSTRA CRISI EVOLUTIVA

Satprem (1923-2007) è uno scrittore francese molto conosciuto. Esponente importante dello yoga di Sri Aurobindo e Mirra Alfassa (la grande mistica conosciuta come Mère) Bernard Enginger è un personaggio da romanzo.

Arrestato a vent’anni dalla Gestapo, per un anno e mezzo viene internato nel campo di Mauthausen. Ne esce vivo ma devastato. Dopo una serie innumerevole di viaggi, approda in India. Sarà qui che comincerà la sua avventura letteraria e spirituale, Mère gli darà il nome di Satprem “colui che ama veramente”. Nel 1977 fonda a Parigi l’Istituto di Ricerche Evolutive, nel 1989 scrive l’autobiografia “La Rivolta della Terra” dove fa il punto sulla situazione umana. In “Neanderthal guarda” (1999) invita gli uomini a risvegliarsi, a cercare la vera umanità.

“L’umanità sta soffocando (…) La nostra crisi è segno che l’Uomo deve cedere il passo ( …) Ma bisogna che gli uomini si trovino in una crisi fisica perchè cambino davvero” Parole profetiche di chi dagli anni ‘90 va dicendo che non si tratta di una crisi meramente morale, legata ai valori o alle diseguaglianze sociali, si tratta di una crisi evolutiva, che lui paragona addirittura al momento in cui i primi esseri viventi passarono da una respirazione bronchiale a quella polmonare.

Insomma “Tutto va a pezzi, dappertutto. Bisogna arrivare al momento in cui la coscienza viri in un’altra dimensione”. Sosteneva che quando si arriva al niente completo, allora qualcosa si muove anche nelle coscienze più chiuse, perchè l’uomo è un essere di transizione.

Ma preferisco tradurre le sue precise parole:

“Tutto è là, nei nostri cuori, ma è necessario che risveglino milioni di uomini che non ne possono più della loro prigione. Le mura devono essere distrutte da una nuova vibrazione che si sostituirà alla vibrazione mentale attuale. Questa prigione si sta già sbriciolando. La fine di uno stadio di evoluzione è generalmente caratterizzato da una recrudescenza di cio’ che deve assolutamente uscire. La terra sembra spaccarsi, le sue strutture sconvolgersi sotto il peso di mille circostanze, ogni giorno. Non è perchè siamo più immorali o non sufficientemente saggi, razionali o religiosi, ma perchè abbiamo finito d’essere “umani” (in questo modo), siamo in piena mutazione verso un mondo radicalmente diverso. Che si vagabondi per le strade in cerca di droghe, avventure, che si facciano scioperi, riforme, rivoluzioni, siamo – senza saperlo – in cerca dell’essere nuovo, in una crisi evolutiva che non ha comparazioni possibili”.

PER QUANDO SARA’ FINITA: QUALCHE LEZIONE-RICORDO DOPO IL CORONA

Finirà. O meglio, quando tutto si attenuerà, si comprenderà che dovremo conviverci, come quando vivi in Africa e malattie terribili si celano indisturbate in interi segmenti della tua quotidianità, senza turbarla troppo. Ma quando riprenderemo le nostre vite, per favore, non tuffiamoci dentro, come se non fosse successo nulla, sarebbe uno spreco non custodire qualche lezione-ricordo. Io ne ho 5:

ARIA PULITA E BELLEZZA. Rammentate com’erano le città quando eravamo bambini? Per giorni le abbiamo ritrovate. Il cielo terso, il rumore dei passi, l’acqua, il ticchettio della pioggia, l’odore del vento. A Roma, ad esempio. Se passeggi sui Fori Imperiali e intorno al Colosseo ti senti assorbito dal silenzio naturale delle vestigia antiche e i pini tutt’intorno sembrano testimoni vivi di quel passato. Dalla cima del Gianicolo, si colgono scorci di sconfinata bellezza leonardesca, senza macchine né pascoli di gente dietro ombrelli e bandierine agitate dalle guide. Succede tutti i giorni, in tutta Italia. E anche se fa male alla nostra economia – non arrabbiatevi, ne sto facendo le spese anch’io – almeno appuntiamoci questi ricordi al petto. Per dopo.

LIBERTA’ DI MOVIMENTO. Ho sempre detto a mia figlia: “Vai pure a vivere dove pensi sarai felice, io, un modo per raggiungerti lo trovero’ sempre, dovessi venirci a piedi, in dromedario o con una navetta spaziale” Invece mentivo. Ora so che non potrei mantenere quella promessa. Oggi, non mi lascerebbero raggiungerla, là dov’è. Semplicemente no. Come tanti, ho sempre dato per scontata la mia libertà di far fagotto. Odiando ogni forma di viaggio organizzato poi, ho sempre vagabondato per il mondo prendendo i miei rischi (miei appunto! Affaracci miei!), libera, fedele al motto di D.H. Lawrence “La vita è nostra per essere vissuta, non per essere risparmiata”. Ed ora, eccomi come tutti, trasformata in albero. Peggio. Non posso far volare via neanche una parte di me, affidandola alle api, agli uccelli, alle formiche…

VERI AMICI. Chi ci ha abbracciato ugualmente, pur con le dovute cautele? Chi ci ha scritto o chiamato per sapere come stavamo? Nelle situazioni difficili le persone che ci amano davvero hanno una luce visibile. Poi si spegnerà e tutte le conoscenze torneranno dello stesso colore, ma non dimentichiamoci quando i più erano al buio.

INCERTEZZA. “La vita è un’avventura audace o niente di niente” diceva la scrittrice attivista Helen Keller (peraltro sordo-cieca) con un piglio che mi appartiene. Veniamo al mondo per sperimentare e imparare. Nulla ci è garantito se non l’opportunità di amare ed essere amati. Meno lo facciamo più la vita si complica e inaridisce. “Vivono male quelli che pensano di vivere per sempre” e lo scriveva un drammaturgo come Publilio Siro al tempo di Cesare, quando chi nasceva aveva un’aspettativa di vita di 27 anni!

PAURA Esistere non è vivere, è come restare a bagnomaria nell’acqua bassa e annaspare. Non è nuotare. Se non nuoti, non vai al largo, non vedi e scopri nulla. “Il più grande errore che si puo’ fare nella vita è quello di avere sempre paura di farne uno”. Aveva ragione lo scrittore-filosofo americano Elbert Hubbard. Quando le cose si mettono male, quando siamo al capolinea, cominciamo a porci le giuste domande… ma dobbiamo proprio sfiorare quel limite? Per fortuna Il Corona virus non ha il potenziale distruttivo di epidemie terribili, è una grande, rara opportunità per decidere di tuffarci nella vita, accogliendone i rischi.

E’ stata, perchè siamo al dopo Corona appunto, perchè è finita l’emergenza, è passata. Per il momento. E solo questo conta.

SPERANDO CHE RIDERE SIA ANCORA CONTAGIOSO

TELE URANO LIBERA: dall’inviata F. Stralunata sul Pianeta Terra di Crown. Ultime News.

I turisti italiani diretti a MAURITIUS, dopo aver trascorso tutti insieme 10 ore di volo nella stretta promiscuità di un aereo, sono stati trattenuti al loro arrivo all’areoporto di Port Louis. Le autorità locali, sentito il parere scientifico dei sacerdoti di Mu, Lemuria e Atlantide, hanno autorizzato la permanenza sull’isola solo ai passeggeri romani. Ai lombardi e ai veneti è stato concesso di restare in vita, ma intimato l’immediato rientro a Caoslandia.

CAOSLANDIA. Durante la trasmissione “Tutti i virologi in TV” il Prof. Bruttocomelafame ha messo in guardia contro l’uso eccessivo delle mascherine in soggetti portatori di orecchie a sventola. L’abuso di questo indumento potrebbe portare allo scollamento irreparabile del padiglione auricolare in soggetti già a rischio.

PARIGI. Matignon rende noto che il virus che circola in Francia non è lo stesso del resto d’Europa. Si chiama Couronne N.5 e non provoca inestetiche secrezioni di muco dal naso.

GINEVRA. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha formalmente richiesto all’Unione degli Stati Africani mappatura e dati certi sulla diffusione del Corona virus sul Continente. L’Unione degli Stati Africani, convocati in assemblea straordinaria a Nairobi ha assicurato che la riunione è stata proficua… e hanno riso tutti moltissimo.

CAOSLANDIA. Il Ministro della Salute Roberto Hop(e) lavora in piena sinergia con i governatori delle regioni, confermando il totale accordo di tutti sulla chiusura di teatri, cinema, scuole per concentrare il contagio nei supermercati, dove i probabili appestati possono consumare le ultime risorse fisiche ed economiche per accumulare cibo inutile. Interrogato sul fatto grave che sugli scaffali saccheggiati siano rimasti solo pacchi di pennette liscie, il Ministro Hop(e) ha assicurato di aver denunciato la cosa agli organi competenti e ammonito i produttori di pasta, ricordando loro che la pennetta rigata trattiene il sugo e non scivola dalla forchetta degli appestati già messi cosi’ a dura prova dalla quarantena.

LONDRA. Sua Altezza, il Principe Charles cerca contagiati blasonati con perfetta conoscenza della lingua inglese per prendere il té con la regina.

CAOSLANDIA. Buone notizie per i coniugi che dormono insieme! In caso di sintomi, la autorità sollecitano caldamente di preferire camere separate. Immediata la protesta degli operatori sanitari: “Non possiamo fare il tampone a tutti quelli che simulano sintomi influenzali!”.

VATICANO. Il portavoce del Vaticano ha annunciato che tutti gli asintomatici che girano per Roma con la mascherina – sollevandola per dire: Si’ so che non mi protegge, MA LO FACCIO PER GLI ALTRI!non saranno beatificati né ora, né dopo morti.

Ecco, è tutto, restituisco la linea ad Urano… anzi, tenetevela proprio! Io cerco un passaggio o rientro a piedi nello spazio, non voglio più stare qui sulla Terra degli “Incor(o)nati… Basta! la vostra Inviata F. Stralunata.

OLTRE IL DELIRIO “CORONA VIRUS” RICORDA COS’E’ LA VITA

Vorrei provare a fare una riflessione un po’ diversa sul famigerato Corona virus.
In questa settimana, l’Italia tutta, il Veneto e la Lombardia in particolare, si sono scoperti vulnerabili. La parola che fa paura è CONTAGIO.
Tutti i giorni, naturalmente, si muore per i motivi più svariati: alla fine di lunghe malattie diagnosticate, per un’influenza, un infarto improvviso o per nessun motivo apparente – consunzione, se il corpo è vecchio e stanco – o casualità di un incidente.

I media – i famosi media che dovrebbero aggiornarci su tutto! – non dicono quanto sia aumentato nel mondo il numero dei suicidi.

Fra i 15 e i 29 anni, il suicidio è la seconda causa di morte. Ogni 40 secondi sul Pianeta qualcuno si toglie la vita (800.000 persone l’anno) per non parlare del fatto che l’11% degli under 12 del mondo (verosimilmente nei Paesi più Sviluppati) assume regolarmente psicofarmaci e i casi di autolesionismo fra gli adolescenti sono in aumento. Queste sono le vittime d’infelicità della società che abbiamo costruito!

La Malaria (dati Istituto Pasteur) è la prima causa di mortalità infantile in 91 Paesi del mondo con 216 milioni di casi e 445.000 decessi nel solo 2016.

Il Colera, una costante in molti Paesi che ho personalmente vissuto – senza fare vaccino perchè pieno di effetti collaterali invasivi ed evitabile in condizioni di vita decenti! – colpisce da 3 a 5 milioni d’individui in tutto il pianeta, uccidendo una media annua di 95.000 persone.

Ma le epidemie di casa nostra sono apocalittiche! E soprattutto introducono il SOSPETTO nelle nostre privilegiatissime piccole vite. Ci ricordano che la malattia potrebbe colpire ovunque, che potremmo riceverla con un bacio della zia, prendendo il treno, incrociando la persona sbagliata in ascensore, che magari ci sta pure sulle palle salutare.

Quando ero piccola, in Friuli, conobbi la precarietà da terremoto: l’idea era che non eravamo al sicuro da nessuna parte. Avevo nove/dieci anni e curiosamente di quel periodo, ricordo momenti di bella allegria, grandi mangiate conviviali e tutto un preoccuparsi degli altri, un dare e prendere notizie. Ricordo gente antipaticissima, sempre a dieta e di cattivo umore, tirchia, competitiva e criticona, diventata improvvisamente diversa, rilassata in certo modo, finalmente sgravata dal peso di esercitare il controllo su tutto e tutti.
Ecco, spero che la brutta faccenda del Corona virus (brutta, per chi sta male, per l’economia mondiale) abbia anche alcuni effetti positivi su tutte quelle persone angosciate per nulla, ossessionate da pensieri fissi: invidie, rivalità, rancori, frustrazioni e gelosie; gente che sciupa il tempo e se lo lascia guastare da piccinerie. Spero che gli Stati del mondo, scoprendosi vulnerabili e non protetti da armi e frontiere, ritrovino il bisogno e la necessità di unirsi e cooperare.

Auspico insomma che gli esseri umani ricordino che la vita è apprendimento, esperienza di durata non garantita e che per questo essa vada vissuta pienamente e umilmente senza rimandare a domani il progetto che sognamo, l’abbraccio che non diamo per orgoglio o timidezza, il coraggio di fare il regalo che ci costa…

Oso persino pensare che il senso di precarietà e fragilità di questi giorni ci possa portare attimi di felicità da assaporare fino in fondo. Perchè l’esistenza è un mistero e, come diceva Mahatma Gandhi, “La vita non è aspettare che passi la tempesta, ma imparare a danzare sotto la pioggia”.

CHI ERA SAI BABA?

Ci sono molti modi di comprare i libri e sono tutti buoni. Dall’ordine su Amazon, quando so cosa voglio (e spesso non trovo più nelle tanto osannate librerie che tengono sempre gli stessi autori e le insulsaggini d’attualità!) alle bancherelle, ai tradizionali punti vendita, anche second hand. Ciò che mi esalta, ad ogni modo, è lasciarmi trasportare dal Caso o piuttosto dal Destino (per me il Caso non esiste) perché i libri sono incontri, come le persone.
Ecco. Fu così che mi sono imbattuta in Sai Baba.

La foto sepia (di un piccolo libro in copia unica The incredible Sai Baba di Arthur Osborne) che lo ritrae in India, a Shirdi, luogo dove visse gran parte della sua vita, era ipnotizzante, un invito per me ad approfondire. Ma le fonti attendibili in Occidente sono rare, benché Sai Baba nel suo Paese sia considerato un Santo (Sai è santo in persiano e baba è padre in hindi) e il suo ritratto troneggi dappertutto sugli altarini dei devoti.

Di famiglia bramina e cultura indù, viveva poveramente in una Moschea fatiscente, ai piedi di un albero di Nim (che chiamava “the guru place”) perchè dava eguale validità a tutte le religioni, non prescriveva rituali e mantra, non approvava gli estremismi dell’ortodossia, non chiedeva ai suoi adepti di rinunciare al mondo o di vivere in povertà (come faceva Lui). Sosteneva che la Conoscenza Divina, deve essere realizzata non insegnata, che dobbiamo liberarci dal giogo della dualità che ci tiene in scacco e ci impedisce l’accesso ad uno stato Superiore di Coscienza.

Mi è piaciuto subito.

Prima ancora che il devoto gli esponesse il suo problema, Lui dimostrava di sapere i suoi pensieri, il passato recente e remoto, il presente e il futuro. Compì una quantità di prodigi e miracolose guarigioni ma precisava: “Posso fare soltanto ciò che il Fachiro (così chiamava Dio con notevole sens of humor) mi ordina”. E talvolta quindi era costretto a dire ai diretti interessati che la morte di un loro caro era per il meglio “perché quell’anima ha bisogno di un altro corpo per fare il lavoro cui é chiamata”.

La prima cosa che colpiva di lui erano gli occhi – dicono numerose testimonianze – avevano un tale potere di penetrazione che non potevi sostenere il suo sguardo a lungo. Ma non si divertiva ad abusarne o a fare il guru. Tutt’altro. Il suo messaggio era semplice: “Resta con me e stai tranquillo. Io farò il resto” diceva, perché la nostra continua attività mentale (“Il cavallo impetuoso dell’Ego”) con le sue autoconsapevolezze e autoaffermazioni è un impedimento. Tutto ciò che dobbiamo fare è astenerci dall’ostruirlo, avere fede e lasciarlo agire “internamente e segretamente”.

Sai Baba non entrava in trance, non ne aveva bisogno, era costantemente connesso a Prema, l’Amore Divino e diceva di attrarre a sé le persone in sogno, con visioni e percorsi vari, al di là dei confini spazio-temporali. “Attiro a me la mia gente da lontano in molti modi. Sono io che la cerco e la porto a me; non viene spontaneamente. Anche se sono lontani migliaia di miglia, io li attiro a me come uccelli con una corda legata alla zampa”.

Non so, se quel giorno, alla libreria, io sia stata l’uccellino che Sai Baba ha inteso tirare per la zampa. Ma ho voluto condividere questo incontro con le qualche migliaia di persone che ogni settimana seguono il mio blog, sentendo un grande calore nelle parole di questo Padre Spirituale, così simile a Gesù: “Dovunque voi siate, pensate a me e io sarò con voi”. Tali esempi di vita, al di là d’ogni credo, sono fonte d’ispirazione e incoraggiamento magnifico e profondo, anche se non ci è dato di comprendere tutto:
“Io do alle persone ciò che vogliono nella speranza che cominceranno a desiderare ciò che io voglio dar loro veramente”.

P.S. Prima di pubblicare quest’articolo, of course, ho chiesto il permesso a Sai Baba!

SAN VALENTINO, SI DIMETTA PER FAVORE!

Non ho mai capito perchè la Festa dell’amore fra due persone, il sommo fine dell’esistenza umana per tutte le religioni, sia stata affidata a un vescovo in carriera. Per carità, San Valentino da Terni è stato un martire torturato e decapitato, ma questo la dice lunga sul suo disinteresse per l’amore di coppia. Puntava a ben altro. Ad un certo punto La Chiesa lo considerò patrono degli innamorati e già che c’era, protettore degli epilettici (che ci sia un rapporto fra le due missioni?) E’ invocato anche per i dolori al ventre, particolare curioso visto che gli uomini non partoriscono.

Certo col tempo ci siamo scordati di lui. La Festa è evoluta – si fa per dire – in tutta una paccottiglia di tirchie rose singole incelofanate, Valantine cards, e cioccolatini con citazione incorporata, il cui successo mi ha sempre sorpresa perchè secondo me, se uno è anche solo un minimo preso da una persona, uno straccio di frase sua dovrebbe saperla scrivere!

Quest’anno, se possibile, la Festa é stata ancora più deprimente.

Ero a Verona proprio il 14 febbraio, per la conferenza stampa dell’apertura dello straordinario restauro di Palazzo Maffei in piazza delle Erbe, diventato Museo con collezione privata del Cav. Carlon (vale una visita! Le opere d’arte moderna sono pregevolissime!) quando due turiste con gli occhi a mandorla, mi hanno chiesto come raggiungere il balcone di Giulietta. Da sotto la mascherina, rigorosamente tirata fino agli occhi (stile burka antibatterico) bofonchiavano riferimenti al San Valentine day!

Non ho potuto evitare di sorridere: mi sono immaginata l’incontro dei due, in tempi di Corona virus.

Romeo sotto il balcone che le chiede: puoi sporgerti? Misurata la temperatura? Posso avvicinarmi? E lei, vedendogli gli occhi lucidi che si chiede angosciata: è per la passione o sono i primi sintomi? Con ogni probabilità Giulietta sarà rimasta chiusa in quarantena per 14 giorni. In ogni caso Romeo è gentilmente pregato di starnutire nei gomiti!

In realtà tutto nasce dalla volontà di cristianizzare il rito pagano della fertilità. Nel Medio Evo si riteneva che a febbraio iniziasse l’accoppiamento degli uccelli. Mi piacerebbe allora, trovare un nuovo patrono per questa Festa, anzi una patrona!
Ho la candidata ideale: Freya (significa Signora in antico norreno), bellissima dea nordica, dell’amore, della seduzione, della sessualità, della fertilità, delle virtù profetiche, dell’abbondanza e della guerra. E sì, della guerra, perchè pur avendo un fisico angelico, con lunghi capelli biondi e occhi ceruli, ha l’aspetto e il coraggio di una guerriera, appassionata e dinamica, disposta a battersi fino alla morte per le persone che ama.
Temo però che la mia proposta non sarà mai accolta dai maschi: la dea, sempre in azione, immaginativa e passionale, è molto esigente, s’annoia facilmente e se ne va.

LA MUSICA A 432Hz FA BENE. PAROLA DI PINK FLOYD!

Premessa: si può meditare ovunque, in mezzo al traffico, al cinema, a cena (specie se i commensali sono noiosi!). In genere però è più facile e rapido aiutarsi creando un’atmosfera adatta con dell’incenso, una candela, della musica soprattutto. Sulla scelta di quest’ultima, ognuno ha le sue preferenze naturalmente, per la mia meditazione dell’albero (https://www.youtube.com/watch?v=TMyofTe3U1g ) io ho usato una musica a 432Hz, quella che è più in risonanza con le frequenze alla base del nostro organismo.

La musica che normalmente ascoltiamo è a 440 Hz, spesso mal sopportata anche dalle nostre piante. Non è il massimo neanche per le nostre cellule, comporta molte disarmonie (non a caso fu imposta e utilizzata nella Germania nazista da Goebbels come strumento di controllo mentale delle masse).

Accordando il LA a 432Hz (è chiamata infatti accordatura naturale o aurea perchè si rifà alla proporzione aurea, la base della Natura) la musica prodotta entra in risonanza con le frequenze d’armonia dei processi biochimici del nostro corpo. Modificando impercettibilmente la respirazione, il battito del cuore, la sudorazione, la pressione sanguigna, le onde cerebrali e la risposta neuro-endocrina in generale, avvia un processo di riequilibrio e guarigione. Con questa musica si liberano morfine naturali, adrenalina e dopamina. Insomma, oltre a dare al suono un carattere più chiaro e caldo, la musica regolata su 432Hz si propaga nel corpo e nella natura stimolando il fluire dell’energia. Se fate la prova, la sensazione di una maggiore vibrazione interiore è chiaramente percettibile.

Oggi se ne parla come di una novità, ma è tutt’altro che una novità. Il diapason di Verdi era accordato sulla frequenza 432Hz, e anche Mozart la conosceva bene. I mantra, antiche formule spirituali specie nella tradizione indiana e tibetana, riequilibrano i due emisferi cerebrali a questa frequenza.
Non solo: grandi musicisti di oggi – quelli veri! – hanno composto musiche con questa intonazione: i Pink Floyd (Wish you were here ne è un esempio https://www.youtube.com/watch?v=IXdNnw99-Ic) Mick Jagger, Ludovico Einaudi, Emiliano Toso, il chitarrista Enzo Crotti e molti altri.

Il grande veggente Gustavo Rol, acclamato dai potenti del mondo, spiegando come nacquero i suoi poteri, disse: “Ho scoperto la tremenda legge che lega il colore verde, la quinta musicale ed il calore…” intendendo come elemento occulto basilare della vita, la frequenza di suono di 8Hz (ritmo dell’onda Alfa del cervello, livello ideale della Risonanza Schuman della terra, il codice della vita insomma) alla base del processo dei 432Hz, la chiave, secondo Rol per sfruttare al massimo il cervello umano e la sua creatività.
Allora… Buon ascolto!

QUELLO CHE LE PIANTE CI DICONO… Roma 6 Marzo

Francesca Schaal Zucchiatti
QUELLO CHE LE PIANTE CI DICONO…
Workshop interattivo e meditazione dell’albero
ROMA 6 marzo 2020 ore 19.00 – 21.00
LIBRERIA HARMONIA MUNDI

via dei Santi Quattro,26A http://www.harmonia-mundi.it

Prenotazione obbligatoria – in regalo ad ogni partecipante il romanzo
“Cosa fanno le mie piante quando non ci sono”

“Se solo potessero parlare, chissà cosa ci racconterebbero” sento spesso dire, ma non è esatto. Le piante ci parlano già, comunicano già con noi e fra di loro, prendono continue decisioni per il bene comune, soffrono e gioiscono, partecipano alle nostre gioie e alle nostre pene e ci possono insegnare come vivere…

Attraverso mille curiosità scientifiche e non, visitando il racconto di cosmogonie antiche legate alla Madre Terra, esploreremo alcune delle 12 Regole di vita delle piante, insegnamenti saggi, pervasi di spiritualità ma applicabili anche alle nostre scelte di vita quotidiana. Riconoscendo ed affidandoci al nostro “personale albero” impareremo a comprendere il legame straordinario e profondo che ci lega al mondo vegetale, a quello dei boschi e delle foreste, ma anche a quello più comune che vive con noi tutti i giorni, nelle nostre case, nelle nostre città.

E sarà più facile allora, eseguire la meditazione dell’albero ( https://www.youtube.com/watch?v=TMyofTe3U1g ) in modo collettivo, lasciando che il nostro respiro accolga, nel rallentamento, la serenità delle piante, liberandoci dalle emozioni e dall’aggressività che dominano il nostro Ego e inaugurando così un modo consapevole di vivere – in coscienza piena – con gli esseri viventi più antichi e saggi del Pianeta.
Vi lascio con una sura del Corano che mi ha fatto molto riflettere. Attraverso la bocca del Profeta così recita:

Noi abbiamo proposto il nostro segreto al cielo,
alla terra e alle montagne;
tutti hanno rifiutato di farsene carico; hanno tremato all’idea di riceverlo.
L’Uomo l’ha accettato. È un incosciente e un violento. (33,72)

 

 

https://www.harmonia-mundi.it/eventi/quello-che-le-piante-ci-dicono_2020-03-06%20prenotazione%20obbligatoria

VIRUS, MEGAFUOCHI, MARI MALATI: LA NATURA RISPONDE

La Natura, diceva Giacomo Leopardi, è crudele. In realtà la Natura non è né buona né cattiva, semplicemente fa il necessario.
Sa farlo con durezza però. Questo sì! Prepariamoci.

Ero all’estero, qualche settimana fa, oltreoceano, quando giornali e tv internazionali hanno cominciato a parlare di uno strano virus cinese. A me è scattato subito un allarme rosso : “Ecco – dissi a mia figlia – … e i megafuochi”. I fuochi? Il parallelo la sorprese.

Sì, i tragici fuochi in Australia, di proporzioni bibliche (8 milioni di ettari andati in fumo, come dire l’intera Austria), grido di una Natura al collasso, di una fauna disperata. Gli eucalipti, cibo e casa preferiti dei coala e dei piccoli mammiferi del bush (il topo australiano, un tipo di pipistrello, la volpe volante, e i marsupiali con abitudini arboricole), fra i pochi alberi in quella terra in grado di raggiungere dimensioni tali da garantire un fitto sottobosco, sono irrimediabilmente perduti. (Ci vogliono 30/40 anni perché una foresta si ricostruisca in buone condizioni).

Il Corona Virus sembrerebbe provenire dai serpenti che lo avrebbero ricevuto dai pipistrelli (il virus necessita di mammiferi per il proprio ciclo biologico). Sembrerebbe, perché non ci sono certezze. Ma poco importa. Tanto basta ad una breve riflessione.

I serpenti ad esempio sono diventati una realtà in Asia dove è sempre più facile imbattersi su alcuni pericolosi esemplari, anche al di fuori dei mercati, nelle città. A forza di devastare i loro habitat naturali ed “esclusivi”, animali del genere moltiplicano i contatti con specie domestiche e con l’uomo. Tutto si tiene purtroppo. All’origine c’è sempre la nostra scelleratezza, la miopia dello sfruttamento del suolo. Le culture intensive, con i relativi incendi indotti dagli uomini, hanno spostato gli habitat di molti animali. I rettili possiedono una straordinaria capacità di salvarsi dalle fiamme, ma poi se vogliono sopravvivere devono lasciare il suolo devastato dall’incendio perché incapace di nutrirli.

Esattamente come l’innalzamento della temperatura nei mari e l’inquinamento hanno costretto alla migrazione intere specie tropicali e a pericolosi avvicinamenti alla terraferma dove il rischio di trangugiare plastiche e veleni chimici è molto più alto.

Ma anche per noi la vita si fa più difficile! Ad esempio, la presenza del serpente d’acqua dal ventre giallo – molto velenoso! (il suo morso provoca paralisi neuromuscolare e danni irreparabili ai reni) – già molto diffuso in mari ad almeno 18°C, è notevolmente aumentata nell’Oceano Pacifico orientale e nei mari caraibici (qui sopra fotografato con una semplice portatile a poca distanza dalla riva) in zone dove in genere se ne avvistavano pochi esemplari.

Cosa stiamo facendo? Ce ne rendiamo conto? Di certo c’è molto interesse a minimizzare. È sempre avvenuto – si dirà – un naturale adattamento di cio’ che vive sulla Terra e il Corona virus è meno mortale di Ebola e di tanti altri!… Ma qui non c’è nulla di naturale! E la Natura ci sta avvertendo che non provvederà come al solito ad accomodare, anche se l’energia delle care, sagge piante rispunta caparbia dalle ceneri e la bellezza si manifesta ovunque… È bene saperlo. Malgrado tutto, la Terra Madre non ci salverà: è una buona madre, appunto, e ci sta mettendo di fronte alle nostre responsabilità.

SULLA MEDITAZIONE: LE VOSTRE DOMANDE…

È meraviglioso constatare quanto il concetto e, in molti casi, la pratica della meditazione siano entrati a far parte della nostra cultura. Ringrazio di cuore chi mi ha scritto e/o sperimentato LA MIA MEDITAZIONE DELL’ALBERO. Più si entra in questo mondo più si moltiplicano le domande e le curiosità sull’argomento. Difficile, naturalmente, nella brevità di un articolo di blog rispondere in modo approfondito. (Per questo posso solo invitare chi sarà a Roma il 6 Marzo a partecipare all’evento che terro’ alla Libreria Harmonia Mundi alle ore 19.00 http://www.harmonia-mundi.it/eventi/quello-che-le-piante-ci-dicono_2020-03-06   (prenotazione obbligatoria)

Tuttavia proverò a rispondere a qualche quesito proponendo alcuni elementi di riflessione:

La meditazione si fonda sul concetto che il corpo e lo spirito siano inseparabili.

Per curare l’uno è necessario curare l’altro. Nel 1979 Jon Kabat-Zinn decise di laicizzare la meditazione buddista per farla entrare nel mondo della medicina, in ospedale. Di qui il grande successo della pratica negli Stati Uniti, la cosiddetta Mindfulness con effetti misurati concretamente in termini di riduzione dello stress, cura della depressione e del dolore. L’associazione della tecnica semplice allo yoga, alle pratiche di body scan, debriefing etc. hanno dato risultati eccezionali confermati da studi tra l’altro sull’amigdala, la zona del cervello responsabile del comportamento impulsivo e della paura.

Personalmente, tuttavia, sono d’accordo con chi ricorda come lo sviluppo personale implichi un risveglio spirituale, proprio per realizzare quella completezza in grado di garantire il nostro equilibrio psicosomatico. Una filosofia di vita insomma che abbracci la “grande Vita” con “la nostra piccola Vita” in un Tutto che abbia un senso. Per questo dico:

“L’energia si trasmette per vibrazione e si misura in frequenza vibratoria. Siediti o distenditi. Respira. Escludi tutto il rumore, scarica il tuo sistema di pensiero e la tua energia, sospendili. E allora vedrai che subentra la conoscenza liquida, o l’accesso alla coscienza eterna dell’universo fuori dallo spazio e dal tempo, una coscienza che è al tempo stesso coscienza di sé”

Ma attenzione! La meditazione non è un lavoro d’introspezione. Per questo ci concentriamo sulla respirazione, per restare ancorati alla realtà. Per questo la meditazione non risolve i nostri problemi. Essa crea le condizioni di chiarezza, di silenzio, di limpidezza, tali da permetterci di “guardare le cose come sono e con benevolenza”.
In un certo senso questa è la base, il punto di partenza da cui si diramano i vari tipi di meditazione che alcuni di voi hanno evocato nei loro messaggi. Pratiche zen, d’ipnosi regressive, autoipnosi, di visita dei campi akashi, meditazioni per entrare in contatto con angeli, esseri di luce, guide o defunti sono alcune della tante forme assunte per aprire canali di comunicazioni ancestrali e invisibili.
La meditazione con le piante o nella foresta come il shinrin-yoku, molto praticato in Giappone, ha la funzione di riconnetterci con la sacralità della Natura, la sua profonda spiritualità nella semplicità. Restituire alla Terra il ruolo di Madre significa ridare alla nostra vita le giuste proporzioni, il modo migliore per me, di realizzare ciò che il poeta mistico Rumi scriveva in versi:

Il mio occhio viene da un altro universo.
Un mondo da questo lato, uno dall’altro: io siedo sulla soglia.

photos by courtesy of Victoria Schaal

IL GIOCO,L’AMORE,LA FOLLIA: IL TEMA DEL CARNEVALE DI VENEZIA

Sarà che quest’anno le date includono San Valentino, sarà perché da mesi Venezia, nei media, è associata a tutto meno che a gioia, divertimento e passeggiate romantiche mano nella mano (a meno di non avere un solido riparo sulla testa e stivali da pescatore molto sexi!) quest’anno il tema del Carnevale (8/2 – 25/2) sarà “Il gioco, L’amore, La follia”.

E davvero mi sembra un’ottima idea, storicamente molto pertinente, visto che nei secoli Venezia è stata il luogo “del licenzioso tutto possibile” con il suo lunghissimo Carnevale che iniziava ad ottobre per finire con la Quaresima (Il primo documento ufficiale che dichiarò il Carnevale una Festa pubblica risale al 1296!).

I più moralisti forse storceranno il naso, ma io trovo che queste tre parole siano edificanti, sane e raccomandabili a tutti, quanto una cura di vitamine e sali minerali. Perché diciamocelo, chi non ha qualche carenza in merito?!

Il gioco (non quello d’azzardo) è poco presente persino nella vita dei nostri bambini! Troppo occupati a fare i Grandi, per inventarsi il Tempo e perderlo, la vera essenza del gioco. E noi adulti… abbiamo dimenticato il senso della vanità delle cose, la gioia effimera del vivere. “Il gioco è la medicina più grande” diceva, non il leader dei Rolling Stones, ma il saggio Lao Tse. E più piccante, mi piace citare Mark Twain “Giocare consiste in qualsiasi cosa il corpo non sia obbligato a fare” Giochiamo allora in questo 2020, in barba ai problemi d’ogni ordine e grado, giochiamo… servirà a non prenderci troppo sul serio, altra ricetta sicura del buon vivere;
– Il gioco non esclude L’Amore. Tutt’altro! Non c’è amore profondo senza gioia condivisa, leggerezza e sorriso. Chi ha detto che per provare amore vero bisogna grondare sangue e lacrime dalla mattina alla sera? Sono d’accordo con Chaplin: “Chi non ride mai, non è una persona seria” Chi ha detto poi che il gioco della seduzione non sia anche amore? “Due cose ci salvano nella vita – scrive opportunamente il giornalista-scrittore Tarum Tejpalamare e ridere. Se ne avete una, va bene. Se le avete tutte e due, siete invincibili”.
– Quanto alla Follia, col tempo è diventata la mia parola favorita! Sì ci vuole tempo, perché nessuno ce la insegna. E invece è stata e sempre sarà il motore di ricerca della razza umana.
“Tutti i migliori sono matti!” spiega il padre alla piccola Alice nel Paese delle Meraviglie. Buttare la maschera (le maschere! Spesso ne possiediamo più d’una) e diventare il “sognatore sveglio” di Freud è l’insegnamento più utile che si possa dare alle nuove generazioni. Di recente, girellando per l’isola della Martinica, sono incappata in una strada dove mi piacerebbe tanto abitare: rue Pourquoi pas. Il caso vuole sia la risposta automatica che do a mia figlia quando mi confida perplessa un qualche progetto! Perché no? Frequentiamolo un po’ dunque l’homo demens che c’è in noi, da lui vengono le idee più coraggiose.

Buon Carnevale allora a tutti i veneziani stanchi, avviliti e spoetizzati, con l’auspicio che la nostra città ridiventi per noi e per i forestieri un racconto di fate, l’inizio di una libertà ritrovata, la possibilità di vedere il mondo da un punto di vista diverso, quello dei nostri sogni, del Gioco, dell’Amore e della Follia visionaria. Perché a tutti, proprio a tutti è capitato un giorno di pensare come William Shakespeare:
“Nascondi chi sono, e aiutami a trovare la maschera più adatta alle mie intenzioni”

2020 ANNO DEL TOPO, MA NOI NON SIAMO TOPI, PURTROPPO…

Per l’oroscopo cinese il 25 gennaio comincia l’anno del Topo di Metallo.

Una storiella che mi hanno raccontato in Asia racconta che tutti gli animali più belli e importanti erano stati convocati per simboleggiare i 12 simboli dell’oroscopo. Il topo ovviamente era stato escluso. Ma ebbe l’idea di riferire l’indirizzo sbagliato al gatto e così si presento’ al suo posto e divenne uno dei segni zodiacali.

E non uno qualsiasi! Ma il primo! Ad indicare dunque l’inizio di un nuovo ciclo dell’umanità, ricco d’opportunità e di potenziali grandi cambiamenti. Naturalmente starà a noi uomini farne buon uso e prendere le giuste direzioni, cosa poco scontata a giudicare dalle nefandezze cui assistiamo dalla fine dell’anno scorso: i megafuochi ovunque nel mondo, il crescendo delle conflittualità internazionali, la stupidità nelle politiche nazionali dei singoli Paesi… a voler metter il naso e approfondire c’è di che cominciare ad avere il mal di pancia. Ma speriamo che tutto cambi dal magico 25 gennaio. Speriamo di diventare un po’ topi !

 

Eh sì, TOPI! Einstein diceva che se i ratti fossero più grandi sarebbero i padroni del mondo. Infatti pare che abbiano il più veloce ciclo riproduttivo di qualunque altro animale del pianeta. Quindici/diciotto ore dopo aver partorito una cucciolata, la femmina è di nuovo ricettiva e torna feconda. Una vera active female!

I nidi sono molto complessi, comprendono tante camere, un magazzino per il cibo, una latrina. I ratti spesso si dedicano a lavori di ammordenamento della tana, scavano nuove gallerie.
Possiedono un’ottima memoria e sono considerati fra i pochi animali (come loro solo alcuni primati e i delfini) metacognitivi, possiedono cioé la percezione del sé. Sono in grado di percepire gli ultrasuoni e hanno un olfatto prodigioso.

Sono anche molto responsabili nelle relazioni interpersonali: infatti non uccidono mai nessuno della propria famiglia! Cosa che ha fatto dire al nostro bravo Einstein: “L’uomo ha inventato la bomba atomica, ma nessun topo al mondo costruirebbe una trappola per topi”

Insomma, non sarebbe male quest’anno diventare un po’ TOPO ! E a chi torce il naso inorridito al solo pensiero delle pantegane, ricordo che l’anno scorso non stavamo messi tanto meglio… era l’anno del PORCO!

LA MIA MEDITAZIONE DELL’ALBERO

Da più di qualche anno, mi dedico alla pratica della meditazione. Dapprima con qualche difficoltà – ho un temperamento impaziente, ipersensibile, iperattivo e scettico su tutto ciò che è vagamente modaiolo – poco a poco ho appreso la pratica del rilassamento ed ora, in tutta spontaneità, la faccio ogni volta che ne sento il bisogno.

Spesso partecipo a meditazioni di gruppo, mi serve per “fare il punto” in un certo senso e rineallinearmi all’energia universale. Altrettanto spesso mi chiedono di guidare una meditazione. Le meditazioni collettive sono molto intense, specie se le persone sono già aperte a questo tipo di esperienze: gli effetti sono molto forti in termini energetici, ma anche la pratica individuale apporta rilassamento e calma interiore.

Per questo, ho voluto condividere la mia personale meditazione dell’albero via You Tube. È semplice, breve (un quarto d’ora circa) ideale per chi s’avvicina per la prima volta a questa pratica, ed efficace per chi, avendo già una sua tecnica, vuole sperimentarla con questa chiave di lettura. Due precisazioni importanti, tuttavia:

1. Contrariamente a quanto si possa pensare, la meditazione àncora alla realtà. Il distacco indispensabile al rilassamento non obnubila la visione del nostro presente, al contrario la integra, la osserva, l’accetta. Non ha l’effetto di una droga insomma, neanche quando si pratica una meditazione di autoipnosi. Nel caso della meditazione dell’albero inoltre, io conduco la persona ad ancorarsi alla terra tanto quanto al Cosmo, seguendo l’insegnamento dei Maestri legati al credo delle civiltà precolombiane che avevano una visione spirituale strettamente legata alla Natura.
2. La meditazione non ha nulla di paranormale, né è legata alla religione. Non è roba da sette sataniche e guru demenziali. Se avete un vago sentore di tutto questo, allontanatevi da chi ve la propone. La meditazione è un modo di allineare le nostre energie, di calibrare il dispendio delle nostre forze e non farsi sopraffare dalle proprie emozioni. È uno stato di rilassamento profondo che alza le nostre vibrazioni energetiche e può portare all’incontro con il nostro Io Interiore. Talvolta ci sono persone che scoprono di poter andare oltre, ma nella maggioranza di noi, produce semplicemente una sensazione di benessere e di pace che ci permette di affrontare meglio una giornata o una notte di riposo.

Come spesso dico a chi comincia: “È come se fuori dalla tua stanza facessero un gran chiasso e tu chiudi la porta”
Hai sempre questo potere nella vita, tutti i giorni!

Provarci non costa nulla. All’inizio potresti restare perplesso, ma come in tutte le cose, ci vuole un po’ di pratica e di approfondimento. Per quelli che già fanno meditazione, sarà uno strumento utile per collegarsi più profondamente alla Natura, la fonte prima, secondo me, dell’armonia interiore. Allora coraggio!

Prenditi qualche minuto… Non pensare, medita!

FINE DI UN CICLO DI 7 ANNI, CON L’AUGURIO DI…

Con il 2019 si chiude un ciclo di 7 anni, cominciato nel 2012, per molti di noi un anno chiave, di cambiamenti visibili e invisibili. Le civiltà più antiche, dalle precolombiane alle egizie pensavano che il tempo della vita fosse diviso in cicli settennali di trasformazione. Il Sufismo, corrente mistica islamica, suddivideva in cicli di 7 anni i 4 Tempi della vita umana: Il Tempo della Crescita (7-14-21-28) il Tempo della Stabilità, come realizzazione personale e ricerca di equilibrio (28-56) il Tempo della Prosperità, dall’amore di sé a quello per gli altri (56-84) e l’ultimo ( 84-112), Il Tempo della Saggezza o della libertà dell’anima.

La medicina moderna ha confermato il nostro rinnovo cellulare (ad eccezione di quello del sistema nervoso) ogni 7 anni e anche la psicologia individua in fasi di 7 anni il nostro percorso di crisi e rigenerazione. Niente di sorprendente in fondo, se pensiamo a quanto spesso il numero 7 compare: 7 sono i chakra; 7 gli organi del corpo umano; 7 i colori dell’arcobaleno; 7 le note musicali; 7 i giorni della Creazione; 7 i peccati capitali e gli Arcangeli; 7 le divinità secondo la Cabala Ebraica; 7 il numero della completezza per il Buddhismo; 7 gli attributi di Allah; 7 i cicli dei pitagorici.

Chiudere un ciclo e iniziarne un altro è estremamente stimolante, ma lasciare andare un periodo della nostra vita non è mai facile. Approfitto dell’occasione dunque per inviare qui sotto la mia personalissima lista di auguri, a voi tutti l’invito d’aggiungere voci all’elenco ”con l’augurio di”:

– Di uscire dal girone infernale e chiuso del tempo (che non esiste)
– Di accettare ciò che non puoi cambiare
– Di ridere sulla vita ad occhi aperti
– Di fregartene di ciò che penseranno/diranno/faranno…
– Di trovare una casa nel cuore di qualcuno
– Di capire il segreto della vita (che non è mai stato nascosto)
– Di attrarre ciò che vuoi davvero
– Di provare gratitudine per quello che hai già
– Di scoprire la libertà nell’amore per l’altro
– Di suscitare un piccolo sorriso in tutti quelli che incontri
– Di sognare in grande, oltre la paura
– Di partire anche soltanto con la fantasia in un altrove tutto per te…

Nel 2020 tout est possible! è il momento di vibrare alto! Vi abbraccio!

PER L’ANNO PROSSIMO: CHIEDI LA LUNA!

È la fine dell’anno. Tempo di propositi e speranze. E puntuale l’orologio mediatico e semplificatore di un certo tipo di comunicazione pseudo-esoterica ripropone suggerimenti in versione new age, come la Legge dell’Attrazione. Ma certo in una versione talmente banalizzata da risultare francamente incomprensibile. Ci viene detto infatti, che basta desiderare fortemente qualcosa perché si realizzi. Il campo quantico ricreerebbe la realtà invocata.

Obiezione logica e invincibile, come un teorema: se A esprime il desiderio opposto di B, per uno dei due la legge non funzionerà.
Chiaro. Evidente. L’Ego non può condizionare il campo quantico.

Allora facciamo un passo indietro. L’Universo vibra costantemente, nel vuoto del quantum le onde elettromagnetiche sono in continuo movimento. La legge di risonanza regge l’Universo. Esattamente come nella chimica, una tale vibrazione ha un tale effetto e degli effetti modificatori. Il campo quantico quindi risponde a come siamo, alle energie che emettiamo. Quindi, se pensiamo, sentiamo che una cosa è possibile, non la determiniamo, ma vibriamo alla buona frequenza per intercettarla fra le possibili evoluzioni di quella situazione.

La richiesta – se vogliamo chiamarla così – dev’essere fatta dunque in un stato di coscienza alterato (tipico della meditazione profonda ad esempio), per non limitarsi ad emettere un semplice desiderio (frutto dell’Ego), ma per provare l’emozione di quella realtà, anticiparla come già avvenuta.
In altre parole, si tratta di stimolare l’immaginazione ma un’immaginazione senza confini, perché siamo capaci di censurarci persino quando sognamo. Dobbiamo fare dei nostri sogni una scelta agita, non un desiderio!
E come sempre i poeti ci arrivano prima, con la scorciatoia dell’intuizione magica.

 

“Dimentica la sicurezza. Vivi dove temi di vivere.
Distruggi la tua reputazione. Sii famoso.”
(Gialal al-Din Rumi)

A VENEZIA È LA SPERANZA CHE RISCHIA DI AFFONDARE!

In questi giorni, la grande cassa di risonanza mediatica del dopo alluvione del 12 novembre, ricomposta in una sbadata partecipazione alle recenti, parziali prove del Mose, ha salutato l’esito del Referendum sull’autonomia di Venezia – peraltro ignorato e boicottato – con un’asciutta presa d’atto che le cose sono andate come matematicamente previsto: la città resta legata mani e piedi a Mestre e alla Terraferma.

Pochi – si dirà – i Veneziani “di VeneziaVenezia” che hanno votato e giù a dire che ce la cerchiamo la decadenza della nostra città! Ma ai miei cari lettori che non sanno com’è viverci e a quelli che lo sanno fin troppo bene, io dico che invece li capisco, eccome!

Abitando Venezia da decenni, pur non essendoci nata, sento profondamente il senso di sfiducia e di abbattimento dei miei concittadini.

Spossati da quindici giorni consecutivi di acqua alta durante i quali hanno pulito senza sosta dopo ogni allagamento e subìto l’ennesima ondata e ripulito – perché il tempo incalza e i turisti di Natale arrivano e il salso si radica su tutto e il suo tanfo pure – dopo le promesse, la sfilata dei politici con gli stivali, i selfie divertiti di gente che non sa neppure quali monumenti visita, i Veneziani non ne possono più, non credono più, non sanno più cosa sperare, chi ascoltare. È questo l’affondamento più pericoloso della città!

Lo svilimento che ti prende in quest’arrabattarsi delle istituzioni, del grottesco corteo dei profeti di sventura, dei cosiddetti esperti “del senno del poi”, degli stranieri con le soluzioni di altri Paesi ben lontani dalla nostra laguna, è diventato parte della vita quotidiana di calli e campielli, un chiacchiericcio lontano, sussurrato, come una nebbia che ogni tanto si dirada.
Che fare? Se non resistere, riparare i danni, vivere, aiutarsi, commuoversi ogni volta che succede…


La speranza, l’utopia, sarebbe togliere Venezia all’inerzia e all’ipocrisia tutta italiana delle soluzioni univoche e miopi, ai “soliti” con le mani in pasta, trasformandola in un luogo protetto, super partes, con uno statuto speciale, internazionale che ne faccia un gioiello e una responsabilità di tutti… ma forse, questo, lo auspicavano anche gli abitanti di Atlantide.

CONSIGLI UTILI PER EVITARE UN NATALE DEL CACTUS

Fra poco inizia il solito delirio. Lo sappiamo. Inutile negarlo. Ogni anno cerchiamo di fare gli spavaldi e convincerci che questa volta ce la prenderemo comoda, praticando un nobile distacco dalla retorica delle palle e delle luminarie ipnotizzanti, delle gioiose musichette sfonda-timpani, della neve falsa e delle letterine a Babbo Natale da fingere di spedire in Lapponia. Ci diciamo che sapremo resistere alle tentazioni culinarie del menu pantagruelico: i tortellini naviganti nelle torbide acque del brodo, la pasta al forno, incandescente tradizione familiare (perché dev’essere gustata calda!) che ti asfalta la lingua e il palato fino al 2022, i volatili ben pasciuti sacrificati nel pentolone da druido della nonna, i torroni spacca-denti e i panettoni strozza-fiato.

Pochi ce la faranno, quelli che riusciranno a lasciare il Paese in tempo, con aerei, treni e auto veloci. Poi ci contenderemo i mezzi di fortuna rimasti, le scialuppe di Costa Crociere, le smart, le bici, i monopattini elettrici, i bus, i più temerari s’inventeranno un Camino de Santiago de Compostela sulla tangenziale o il raccordo anulare per lasciare le città dove s’annidano i parenti più numerosi.
Io invece, cari amici, voglio chiudere questo magnifico anno di blog, con un solo consiglio: LIBRI!!! La più economica, salutare, veloce, sicura via di fuga dalla realtà! Ecco qualche idea:

Per l’amico aspirante cantante, che sogna di andare a X-factor e San Remo nello stesso anno: Non far rumore di Mauro Sperandio sarà di sprone;
Alla cugina che ha appena divorziato: Le corna stanno bene su tutto di Giulia de Lellis darà conforto, vedrete!
Alla zitella di famiglia un classico: Il piacere di Gabriele D’Annunzio, sperando che non sia troppo tardi;
Per lo zio afflitto atavicamente dalle emorroidi: Non c’é niente che fa male così di Amabile Giusti darà finalmente la giusta considerazione al suo calvario;
Per il figlio che non si schioda dal divano dei genitori: Parti da dove sei di Pema Chödrön;
Allo scrittore di nicchia come me: Libri scomparsi nel nulla… e altri che scompariranno presto di Simone Berni raddoppierà la fiducia in se stesso;
All’amica cara che ti augura sempre… il peggio: Invidia il prossimo tuo di John Niven farà l’effetto di autobiografia;
All’ultra settantenne pessimista cronico che-tanto-ha-già-vissuto: La fine del mondo prima dell’alba di Inio Asano, da scartare preferibilmente dopo la mezzanotte;
Ai fanatici del sushi, che ti svangano le palle con il ricordo dei ciliegi in fiore: Dio odia il Giappone. Romanzo d’amore e fine del mondo di Douglas Coupland farà rivalutare un buon panino al salame;

E arrivati a questo punto, certo, visto che siete stati così generosi con tutti, perché non premiarvi cercando rifugio nel mondo delle mie adorate piante?
Cosa fanno le mie piante quando non ci sono:  https://amzn.to/2KQWSET  

of course, un ever green è il caso di dirlo! Da assaporare con un eccellente vino in bollicine…

P.S. A parte gli scherzi…

BUONE FESTE, LEGGENDO, SEMPRE…
PERCHE C’E ALMENO UNA FRASE CHE TI ASPETTA IN OGNI LIBRO CHE SCEGLI !!!

SUI GIOVANI? QUANTE IDIOZIE…

Passano per essere lobotomizzati dal cellulare, incapaci d’avere rapporti diretti e franchi fra loro, di credere nell’amore, passano per essere lavativi, pigri, sovrappeso nella media, dediti all’alcool, alle droghe fin da giovanissimi. Una generazione digitale, ignorante, indifferente, data per persa in certe città e zone del mondo, votata al nulla.

“Non vorrei avere vent’anni oggi!” diceva un signore in treno l’altro giorno. Eccome se vorrebbe, bugiardo! avrei voluto rispondergli. Certo, “il guaio è che il futuro non è più quello di una volta! per dirla alla Paul Valery. Ero seccata, molto seccata… e avrei continuato sullo stesso tono:
Caro signore, il punto invece è che bisognerebbe vergognarsi d’essere un adulto!
Uno di quelli che gli lascia il pianeta al collasso;
Uno di quelli che si ricordano dei diritti umani e dei dittatori solo quando gli conviene;
Uno di quelli che fin dalla più tenera età gli ha impedito una vita sana per restare magri naturalmente e non ammalarsi;
Uno di quelli che li tratta come amici o unico scopo della propria vita, da legare a sé ad infinitum;
Uno di quelli che non rispetta i patti e non mantiene le promesse;
Uno di quelli che gli ha rubato il tempo per annoiarsi e trovare la strada della propria creatività;
Uno di quelli che gli ha dimostrato che i matrimoni per la vita non durano;
Uno di quelli che ha preferito dire sempre Sì invece che prendersi la briga di giustificare un No;
Uno di quelli che gli ha boicottato la possibilità di costruire un futuro economico migliore del proprio;
Uno di quelli che gli ha offerto una scuola mediocre che nutre e appassiona solo quando hai la fortuna d’incappare in un insegnante colto e meritevole;

E loro? I GIOVANI di cui tanto si parla… tolto il pugno di mele guaste, i rammolliti (e mai solo per colpa loro) la maggioranza silenziosa cosa fa?

Loro in questi giorni aiutano a pulire Venezia; Loro studiano al Conservatorio; Loro lasciano il Paese per trovare lavoro e realizzarsi; Loro fanno i pendolari in treni puzzolenti per seguire l’Università; Loro ascoltano e sopportano i genitori infelici; Loro mangiano quello che c’è; Loro s’innamorano – eccome! – e soffrono come noi e i nostri nonni; Loro mantengono amicizie vive attraverso i social, malgrado la promiscuità dei rapporti umani; Loro cercano lavori e lavoretti per sbarcare il lunario, anche se sono laureati; Loro vivono ancora a casa dei genitori perchè non se lo possono permettere di spiccare il volo; Loro rischiano la vita per manifestare a Hong Kong e in America Latina; Loro raccolgono la plastica sulle spiagge e sugli argini dei fiumi; Loro cercano di capire chi possono votare senza essere regolarmente traditi; Loro cercano consistenza in un mondo che si sbriciola come un biscotto, ed esempi, ESEMPI in cui credere…

Basta idiozie sui giovani! E a chi cita l’ultimo best-seller di Jonathan Safran Foer che consiglia di smettere di procreare del tutto se si vuole salvare la Terra, io dico: “Sparati tu!”

Scompaiamo noi che non ne siamo stati degni, viziati, insicuri, saccenti, spoetizzati, indolenti, possessivi, pessimisti, bugiardi adulti da poco. Si salvino solo coloro che sanno farsi da parte, aiutandoli, incitando il loro entusiasmo, perché la vita vince sempre e chi non si perde per strada ce la può fare a riallacciare quella fantastica connessione sempre possibile con la felicità.

E allora, scusate il disordine ragazzi! E ricordate le parole dei più saggi:
“Porterai su di te tutte le cose, perché tutte le cose possono cambiare” (Sri Aurobindo)

CHI NON VIVE VENEZIA NON SA

Ne ho sentite tante in questi giorni su Venezia, povera icona di bellezza, emblema della caducità della nostra civiltà, trofeo kitsch per coppiette internazionali, grande nave alla deriva fra le navi crociera.
Quante ne ho sentite su cosa bisognerebbe fare, cosa si sarebbe potuto fare, non si doveva fare, cosa faremo o non faremo, cosa si potrà fare…
Ma in realtà, sono pochi quelli che sanno davvero cos’è vivere Venezia,

che conoscono l’angoscia delle sirene, mentre sei a letto e conti le note per sapere se casa tua andrà sotto;
sono pochi quelli che sanno come ci si sente fieri di questa città quando, certe notti tiepide si svuota di un po’ di turisti infestanti e ritrova la classe di uno scrigno di diamanti in mezzo al mare;
sono pochi quelli che sanno cosa significa portare i bambini all’asilo e fare la spesa, andare al mercato e in ufficio, accompagnare qualcuno in ospedale, un cane dal veterinario, traslocare, trasportare le piante, fare tutto questo a piedi, camminare con la pioggia e il vento, al caldo afoso con i turisti che ti stritolano in vaporetto, tirare il trolley, scendere dai ponti con il carrozzino, pulire i pianoterra dopo l’alta marea, percorrere i sestrieri per incontrare gli amici, sfidare la nebbia d’autunno, festeggiare il Redentore, mettere un cero per proteggere la famiglia alla Madonna della Salute, bersi uno spritz fra amici a fine giornata, il tutto senza macchina, moto, bicicletta, il tutto come un tempo, a piedi, in barca, incrociando lo sguardo di chi incontri nelle calli, agli imbarcaderi, in Palazzo, sui ponti…

sono pochi quelli che sanno come, per tutto cio’ che ho appena descritto, ci si senta fratelli nell’avversità, anche se non si è mai stati amici, anche se ci si diceva a malapena buongiorno, quando arriva una brutta piena, i veneziani si rialzano tutti insieme a pulire, sistemare e riprendere la vita;
perchè sono pochi quelli sanno che non puoi semplicemente parlarne come di una qualsiasi bella città. Venezia è una tentazione, un privilegio, uno sbaglio. Venezia è la vita che non ti garantisce nulla ma ricomincia sempre e ti offre tutto, purché tu sappia avere il coraggio di crederci.

INTELLIGENZA EMOTIVA CONTRO INTELLIGENZA ARTIFICIALE

L’intelligenza artificiale mi fa paura. Perché, come tutti, la frequento già, ma non la conosco, o meglio, non la riconosco. E cio’ che non è facilmente identificabile diventa pericoloso, espandendosi.
Qualcosa di più ho capito dell’intelligenza emotiva, che possiamo stimolare tutti, in noi stessi, con grandi vantaggi. Si tratta pero’ d’essere disposti ad apririci alla coscienza intuitiva, direttamente legata alle nostre percezioni extrasensoriali. Intendiamoci, lo facciamo già, spesso senza rendercene conto.

Avviene ogni volta che tappiamo le orecchie alla coscienza analitica – altrimenti detta Ego o “the mental” – durante la meditazione profonda, il sonno, le esperienze mistiche, l’anestesia generale o il coma. La coscienza intuitiva funziona come un emettore-recettore di dati impercettibili, dati che la nostra intelligenza emotiva puo’ far propri per elaborare forme di comprensione empatiche, profonde, energeticamente alte.

 

Roba da guru, dirà qualcuno. Non esattamente. La scienza ci sta arrivando.

Il mentale ha sede nel cervello, la coscienza intuitiva è collegata al cuore, l’organo che genera il più forte campo magnetico di tutto il corpo, un campo magnetico 5000 volte più intenso di quello emesso dal cervello. Chi dunque dovrebbe influenzare le nostre azioni?

E ancora: da studi recenti, sembrerebbe che il campo magnetico del cuore possa estendersi da 2/3 metri fino a diversi kilometri di distanza dal corpo fisico. Insomma l’intelligenza emotiva trae le sue competenze dalla capacità innata (ma poco frequentata) dell’uomo di connettersi con altre coscienze intuitive, indipendentemente dai rapporti dei rispettivi Ego.

Possiamo creare ponti, inviare amore e compassione, intercettare paure, reticenze, sogni, inganni, comunicare energeticamente con persone lontane, perché tutti attingiamo alla medesima sorgente: quella che Jung chiamava “memoria collettiva”, una dimensione più alta dove tutto si trova connesso a tutto.

Cominciamo a frequentarla dunque, sarà lei a proteggerci dall’intelligenza artificiale, se come dicono, un giorno questa prenderà il sopravvento. E nel frattempo ci saremo goduti la scoperta e l’incontro con il nostro “io interiore”, la vera intelligenza di ogni essere umano.

LE DONNE, IL CLITORIDE E IL PREMIO NOBEL

C’è un libro che fa discutere in Francia, scritto da una storica e sociologa dell’Università di Ginevra, Delphine Gardey. S’intitola “Politique du clitoris” e traccia il primo studio storico, scientifico e politico di quest’organo femminile, il clitorideun’appendice inutile alla riproduzione ma molto utile al piacere della donna! – e quindi, nel corso dei secoli, considerato simbolo da affermare o combattere nel quadro della progressiva affermazione delle donne nella società.

“Una curiosità!” ha lanciato qualcuno – un uomo! – nel corso di un pranzo a Parigi, qualche giorno fa. Ma neanche tanto, ho precisato io, se perfino oggi, nella nostra scanzonata e disinibita società multiculturale, il clitoride viene disegnato col gesso fuori dalle università, esibito nelle manifestazioni femministe come simbolo del diritto al piacere sessuale della donna, fuori da ogni repressione e controllo maschile.

Ricordo che per più di un secolo, dal 1800 in poi, la masturbazione femminile era considerata sindrome di follia e isteria, e ancora negli anni ’20 e ‘30 del 1900 chirurghi reputati praticavano la clitoridectomia, completa di ablazione delle piccole labbra.

Quando ci indignamo sulle pratiche ancor oggi vigenti in molti Paesi dell’Africa o dell’Asia dovremmo ricordarci che la sessualità femminile è sempre stata ostaggio del controllo e del dominio maschile, anche nella nostra evoluta società. Non stupisce dunque, che oggi, proprio in virtù del nuovo multiculturalismo, il simbolo del clitoride torni fuori, e venga esibito come una provocazione che sciocca più di qualcuno. Tra parentesi, se sciocca, se rivolta, vuol dire che in qualche modo è ancora d’attualità.

Conoscere se stesse, il proprio corpo, i suoi desideri mette in causa la propria identità, la consapevolezza del proprio valore e dunque è una faccenda anche politica! Significa affermare che le donne possiedono una personalità completa, dove la testa fa i conti con il corpo e le sue esigenze, i suoi organi, tanto quanto gli uomini.
E siccome non credo alle coincidenze, ma al filo sottile che lega i pensieri, come tracce di riflessioni profonde, non ho potuto fare a meno di soffermarmi sul trafiletto di un giornale comprato all’areoporto per sconfiggere il solito ritardo del mio aereo, che riportava questo semplice dato:

Dal 1901, data della creazione del Premio Nobel, sono state ricompensate (in tutte le categorie) solo 53 donne a fronte di 866 uomini, premiati dalla prestigiosa Accademia.

Allora chiariamoci bene: la struttura cerebrale di partenza non è unica: il cervello maschile e quello femminile sono diversi per natura (come ricorda opportunamente Louann Brizendine nel bel libro “Il cervello delle donne”) esattamente come sono diversi i nostri corpi, fatti per essere complementari. È bene ricordare tutto questo, specie alle nuove generazioni, ribadendo tuttavia –  soprattutto per i più distratti lassù in Svezia! – che comunque, uomini e donne hanno lo stesso numero di cellule cerebrali.

LA PIGRIZIA? IL VERO MALE DEL NOSTRO TEMPO

 

Oggi si parla molto di PAURA. E finalmente! Aggiungo io. La paura è il nutrimento quotidiano dell’uomo del nostro tempo e… dei bambini, gli uomini e le donne di domani. E’ il modo più sicuro ed efficace per esercitare un controllo sul nostro prossimo... paura dell’ignoto, del futuro, del diverso, dell’abbandono, del rifiuto, del giudizio, della morte. Ridotti a galleggiare in questo brodo mentale, ci agitiamo come topi da laboratorio, inermi, stanchi e impantanati nell’illusione di un avanzamento.

Tuttavia trovo che non si parli mai abbastanza della PIGRIZIA. Stadi più o meno avanzati di apatia sono la base della maggior parte delle nevrosi di cui soffriamo. Garantiscono una sicura incapacità a guidare se stessi, un moltiplicarsi di attitudini di dipendenza, una perdita di stima di sé. Inizialmente in dosi omeopatiche, la pigrizia tende ad allargarsi come una macchia d’olio silente.

Cellule killer attaccano le cellule sane del fare e tu non te ne accorgi. Ti racconti che tanto, quando servirà, saprai metterti d’impegno, ma non è cosi’. Per essere forti nelle grandi cose, bisogna essere forti nelle piccole. Per agire devi essere abituato a non procastinare e cedere. Per correre la maratona devi allenarti. E anche solo per camminare, devi metterci il cervello. La pigrizia, come la paura, tende ad accaparrarselo, paralizzandolo.

Chiariamoci: non si tratta di esercitare la nostra creatività ad ogni passo della vita, solo in pochi ci riescono e abbiamo il sacrosanto diritto di riposarci quando siamo scarichi. Si tratta di combattere la tentazione della pigrizia – uno dei volti della rinuncia – con i piccoli, costanti passi del Fare.

Il grande filosofo occultista G.I.Gurdjieff paradossalmente dava consigli molto pratici in tal senso: “Fissa la tua attenzione su te stesso, sii cosciente in ogni momento di quello che pensi, senti, desideri e fai (…) Finisci sempre quello che hai cominciato (…) Fai quello che stai facendo il meglio possibile (…) Ordina cio’ che hai disordinato (…) Stila progetti di lavoro e realizzali (…) Sii puntuale (…) Mantieni le promesse (…) Non ti lamentare (…) Sviluppa la tua fantasia (…) Se sei in dubbio fra il fare e il non fare, corri il rischio e fa.

Personalmente, tutto cio’ mi risuona dentro con molta chiarezza. Spesso, sentendomi in preda ai dubbi, qualche saggio incontrato nel mondo – e certo non per caso! – mi ha esortato, dicendo: ”Hai fatto del tuo meglio? Si’?? Tutto, proprio tutto quello che potevi? Allora adesso non pensarci più. Andrà come deve andare”

Ma la prima domanda è sempre la stessa: hai fatto? Questo verbo FARE torna e ritorna, implacabile. Perchè, insito nel concetto stesso del fare, c’è un senso di volontà, resistenza, coraggio, una dinamicità comunque benefica. “Non è importante cio’ che fate – diceva Brancusi è importante la condizione mentale con cui lo fate”
Qualunque sia il tuo agire, determinerà delle conseguenze, nuove carte da giocare, porte chiuse, porte aperte, tentativi, fallimenti. Lo dico a chi mi ha scritto, che forse si riconoscerà, lo dico a chi qualche volta ci ha pensato su… e poi, il grande paradosso è che una volta fatto, hai dato, e a quel punto, te la puoi persino giocare a testa o croce: succederà quel che succederà, di che ti preoccupi?

ESISTE UN VERO AMORE CHE NON SI OCCUPA DEL PROSSIMO

Tutti i giorni incrociamo una quantità di persone di cui non sappiamo nulla. Non parlo degli sconosciuti totali. Mi riferisco a quelli che ci parlano, ci sorridono, ci comunicano delle cose, quelli che frequentiamo in un modo o nell’altro. Nella maggioranza dei casi, non sappiamo assolutamente nulla di ciò che sta succedendo dentro di loro, in profondità. Questo vale anche per noi naturalmente. Quante volte abbiamo sorriso educatamente, simulando un perfetto buon umore, quando invece avevamo la morte nel cuore, o la noia ci faceva dubitare del senso delle nostre azioni quotidiane, del nostro stesso stare lì con quelle persone? Quante volte vorresti solo un abbraccio e invece ti ritrovi infognato in chiacchiere assurde, in consigli e luoghi comuni?

Tutto questo, negli altri, in noi, genera un’enorme fatica. Energeticamente ci piomba a terra, ci rallenta, ci depaupera. Non nutre. Finisce per essere un brusio di sottofondo nel nostro quotidiano, un’illusione di frenetica vita sociale, inutile all’anima, alla mente, al cuore. Già, ma che fare? È inevitabile, si dirà.

Personalmente sono arrivata alla conclusione che bisognerebbe fare come gli alberi con le foglie d’autunno: lasciarle ingiallire, arrossire, imbrunire e poi cadere. Non con disprezzo, tutt’altro. Con gratitudine piena. Con la neutralità dell’albero. Pensieri, rapporti, incontri, tutto il “senza colore” della nostra vita… Lasciare andare la sovrastruttura nelle relazioni interpersonali e vedere cosa resta. Niente? Allora basta. Qualcosa? Allora, vale la pena.

Come sempre Jung (nel “Libro rosso”) trova parole forti e giuste: “Lasciate cadere ciò che vuole cadere; se lo trattenete, vi trascinerà con sé. Esiste un vero amore che non si occupa del prossimo”

Sì proprio così. Mi capita spesso che le persone, anche quelle che conosco poco o incontro per caso si raccontino a me con assoluta naturalezza e schiettezza. Le più straordinarie, hanno tutte la medesima caratteristica: se ne fregano di ciò che penserò di loro, sono perfettamente neutrali di fronte a me, nel vivere la loro confidenza, quel preciso stato d’animo e momento.

Col tempo ho imparato a fare altrettanto. Naturalmente spesso passo per eccentrica “diversa” antipatica forse. Ma il più delle volte, ho proprio l’impressione di fare l’effetto di un ricarica-batterie.

Ed è esattamente ciò che provo quando incontro persone così, libere d’essere, mostrare cicatrici, visioni, limiti. La loro energia mi crea una strana dopamina creativa, mi dà una vista più acuta per individuare la bellezza, una gioia diffusa e ingiustificata.

GLI ALTRI sono probabilmente il viaggio più emozionante che possiamo fare nella vita, potenzialmente sono mondi infiniti da esplorare, aperture intellettuali insospettabili, sentimenti sorprendenti, tappe di delicate combinazioni dell’Universo che possono portare lontano…

Come quando in Malesia m’imbattei in John, partito da un giorno all’altro alla ricerca dell’albero più grande del mondo; o il tizio innamorato della moda Armani che sognava ad occhi aperti nel suo negozio in un villaggio Berbero; o quando a Londra presi fra le mie, le mani gelate di uno sceicco del Bahrein morto di freddo, che da quel giorno decise di vegliare a distanza su di me, per sempre. O quando, all’epoca in cui davo corsi serali in Francia, invitai una donna timida che non osava entrare in classe a restare con noi. Da anni subiva le violenze di un ex marito che per quanto allontanato, continuava a terrorizzarla al punto da non farle più mettere il naso fuori di casa dopo le sette di sera. Fu l’inizio di un cambiamento di vita per lei e una grande lezione per me.

Riverberare ciò che si è, senza invadere il territorio dell’altro, regala ricchezze incredibili, scambi d’umanità vera. A tutti. Se ci pensassimo qualche volta, quando al mattino usciamo di casa, forse alzeremmo gli occhi dal telefonino più spesso. May You live In Interesting Times augurava la Biennale di Venezia quest’anno. E aggiungo May Great Surprises await us !! 

LA VOCE DEGLI ALBERI E I BAMBINI

Domenica 29 settembre ho avuto il privilegio di animare un workshop con una nidiata di bambini ( Health Academy for Kids dai 6 agli 8/9 anni) al Parco Naturale delle Risorgive di Codroipo. Si trattava di scegliere in ultima analisi il proprio albero amico. E come fra esseri umani, per farlo, bisogna conoscersi, confrontarsi, piacersi.

Sì perché – come spiegavo – gli alberi hanno una loro personalità, frutto della loro stessa fisicità, delle abitudini, modo di vivere e persino della loro storia.

Il frassino si porta sulle spalle una reputazione simbolica pesante che lo vede asse dell’Universo che lega Terra, Cielo e mondo sotterraneo; l’edera, accusata d’essere una parassita “scroccona” è al contrario, un’amica fedele di tutti, perché fiorendo tardi, offre polline alle api prima dell’inverno, agisce contro l’inquinamento, e protegge la corteccia degli alberi da gelo, fuoco, animali, eccesso d’umidità; e che dire del pratico, chiacchierone pioppo che, per la tradizione, tiene lontani i ladri e le dicerie… Il salice è stato adottato da qualche bambina dolce perché è malinconico, lunatico e tende a buttarsi giù. Nessun effetto traumatico nei bambini, nell’apprendere che il ciliegio era scelto per fare harakiri dai Samurai.

Imperturbabili, i piccoli non hanno pregiudizi né grande compassione. Sono come noi, ma senza filtri, senza ipocrisie e atteggiamenti di circostanza.
La magia, in giovanissima età, è assoluta normalità e la realtà è magica.

La meraviglia dei genitori era superiore alla loro, quando toccando Plaguita, la piantina di mimosa pudica, questa ha ritratto immediatamente le foglie per proteggersi. Dopo un OHHHH con le bocche a cuore, i bambini erano già pronti a tentare di fermare le rapide acque di un ruscello con semplici rami.

La forza creatrice del pensiero è una qualità innata nell’uomo, “vedere e immaginare” sono due doni limitrofi, in un sistema di vasi comunicanti che purtroppo tendiamo a perdere crescendo.

Ricordarci come eravamo può aiutarci a integrare quelle parti di noi ancora disposte a credere nei sogni e nella poesia, ad essere genitori meno apprensivi e più magici, ad accettare la personalità dei nostri figli così com’è, pur insegnando loro educazione e rispetto degli altri.

E se non funziona, possiamo sempre chiedere aiuto agli alberi! Un rametto di ontano in casa allontanerà l’ansia, la salvia scaccerà gli incubi, e se avete un bulbo d’asfodelo piantatelo davanti casa, vi proteggerà dai sortilegi maligni!

“Solo i bambini sanno quello che cercano” Le Petit Prince (Antoine de Saint-Exupery)

AMBIENTE=NATURA+SPIRITO

Si parla spesso di crisi di valori, disamore per la vita, abbandono delle grandi religioni monoteiste, tramonto delle idologie, degrado delle relazioni umane, materialismo…tutto vero, sebbene non siano sempre condivisibili le analisi che ne individuano le cause. Tutto fisiologico anche, in una società che corre, evolve, procede, inciampa, facendo i suoi sbagli.

Ciò che sorprende però è l’assoluta, sostanziale cecità dei potenti di fronte ai problemi ambientali. Un’ottusità, non soltanto figlia dell’avidità, della sete di potere, ma anche frutto di profonda ignoranza, quasi un non rendersi conto che, oltre all’oggettivo rischio d’estinzione della nostra civiltà, sono i bisogni intimi dei singoli individui ad essere cambiati.

Ci sono voluti i mega incendi di quest’estate perché il Papa invocasse il rispetto della Natura (peraltro con enfasi diversa a seconda che si tratti di fuochi di Bolsonaro o di Maduro!) appellandosi tuttavia a un Dio Creatore sempre posto in alto, da qualche parte, a guardarci da spettatore. Dall’altra parte i giovani di tutto il mondo scendono in piazza “contro i cambiamenti climatici” come fossero la scelta di qualcuno.

Io non sono totalmente d’accordo: i cambiamenti climatici sono anche parte dell’evoluzione della Terra, un organismo vivo, pulsante, cosciente (“respira come un essere umano, dicono i miei amici sciamani, e segue il proprio ciclo di vita”) messo a dura prova, certo, dall’azione scellerata dell’uomo.

E il problema è proprio questo: non riconosciamo più alla Terra Madre la valenza spirituale che tutte le grandi civiltà del passato le accordavano. Se non ripartiamo dalla sacralità della Natura nel suo complesso e nelle sue singole componenti – piante, animali, pietre – ciascuna con un proprio spirito come affermava Gustavo Rol, nessun movimento ambientalista, per quanto agguerrito e ben nutrito dalla paura, riuscirà davvero a cambiare il nostro modo di vivere sul Pianeta.


Se non riconosciamo nel singolo albero la manifestazione piena della matrice stessa dell’Universo, non scatterà la molla dell’Amore, il vero motore di questa rivoluzione. Ma ciò significa tornare anche a un modello di spiritualità individuale, libera, sganciata da dogmi, filtri e gerarchie ecclesiastiche, una religione del cuore che rispetti e ponga sullo stesso piano, corpo, mente, energia, spirito.

Accedere a un livello di coscienza superiore, questo ci riallineerà al movimento del cuore della Terra e modificherà davvero il nostro modo di vivere.

DIMENTICA DI AVERE PAURA

«Dimentica di avere paura… » è l’incipit di un breve poema che scrissi in francese (il titolo originale è “Oublie que tu as peur”) anni fa per una piccola rivista di poesia contemporanea. Compare anche nel mio romanzo “Cosa fanno le mie piante quando non ci sono” non perché abbia uno speciale valore letterario, ma perché mi è venuta in mente spesso in questi anni, sia in riferimento a me stessa, sia leggendo le mail che m’inviano i lettori e le lettrici più affezionati/e (che ringrazio affettuosamente)

La paura è il grande scoglio della nostra vita. Molte filosofie orientali vi accostano la rabbia, ma credo che anche questa sia figlia della paura. È lei, la matrice che condiziona costantemente le nostre emozioni, ciò che diciamo, le decisioni che prendiamo o non prendiamo. Pensare di evitarla è illusorio, ce la portiamo dentro, ce l’hanno inculcata, l’abbiamo ereditata, fabbricata noi stessi. Insomma c’è. E per dirla con Sofocle: “Per chi ha paura, tutto fruscia”

Ma così come sentire il dolore è inevitabile, ma soffrire, intrattenedolo, è una scelta, anche contro la paura possiamo fare qualcosa: possiamo decidere di dimenticarla. Magari solo un po’, il tempo di tuffarci nell’acqua fredda, cancellare un numero di telefono o usarlo, cambiare strada, inghiottire una medicina amara ma benefica, partire, osare…

“Dimentica di avere paura” e fai quella cosa che senti e ti preme, là all’apice dello stomaco. Da domani potrai riprendere la tua dose di paura, vibrare come il pioppo tremulo al vento. Ma intanto l’avrai fatto, avrai provato, deciso, saltato, ingoiato, osato… insomma, vissuto.

Una leggenda racconta che i primi Cristiani intimarono all’alto e fiero pioppo d’inchinarsi di fronte alla croce di Gesù. L’albero rifiutò e Dio lo condannò a tremare per l’eternità. Io penso invece che Dio lo stimò talmente tanto da rendere le sue foglie simili a festosi coriandoli capaci di sussurrare il segreto della vita se sfiorati dal vento: “tutto cio’ che vuoi è dall’altra parte della paura” (Jack Canfield)

PERCHE’ CI FACCIAMO DEL MALE

Lo scrittore Amitav Ghosh parla dell’attuale crisi culturale della nostra società come di crisi della capacità di credere. Io direi che la faccenda è ancora più seria: sembriamo affetti da autolesionismo collettivo, sensibili all’ebbrezza di una fine che sentiamo avvicinarsi. Un po’ come l’attrazione del baratro per chi soffre di vertigini.

L’Istituto Pio XII sul lago di Misurina (Auronzo) di proprietà della distratta curia di Parma, un’eccellenza italiana nella cura dell’asma, minaccia di chiudere a fine anno per mancanza di pazienti/fondi regionali/buco di bilancio a sei zeri, secondo il solito balletto di notizie poco verificabili dal comune cittadino.

L’indignazione è stata corale, anche grazie all’intervento dello scrittore Mauro Corona e al piccolo contributo del Comitato Save Misurina (http://www.save-misurina.com/ (visita pagina FB) ma la vera domanda è: si farà qualcosa? Riusciremo ad evitare l’ennesimo, assurdo autogol italiano?

Nel nostro Paese, 1 bambino su 10 soffre d’asma. Viste le condizioni climatiche e d’inquinamento del Pianeta si prevede che l’asma sarà una malattia infantile in costante crescita. Centri come Misurina e Davos in Svizzera saranno preziosi. Sempre di più.

Invece, ancora una volta, lo scempio ci viene presentato come una triste fatalità: nessuna responsabilità di amministratori, preti, autorità. Il solito rimbalzo di accuse, promesse e… si vedrà.

Posto che i messaggi di suicidio si dovrebbero scrivere una volta sola, se non altro per un fatto d’educazione e di logica, non potremmo evitare di annunciare la sistematica distruzione, giorno dopo giorno, pezzo dopo pezzo, di quel poco di buono che ancora resiste e si batte in questo Paese, sia pure depresso, moribondo, barcollante sul ciglio del burrone?


Una petizione on line (disponibile anche su pag. Fb save Misurina), un tentativo di scrivere al Papa… appelli al Governatore… La gente, quella vera, vuole tentarle tutte prima di gettare la spugna. Perché qualcuno ci sta suicidando, con brevi, reiterati messaggi di cordoglio.

LA NATURA…NON AMATELA GRAZIE, RISPETTATELA

L’estate che sta finendo è stata terribile per la Terra. Il fuoco imperversa ancora in tutti i Continenti (eccetto l’Antartide, i cui ghiacci stanno peraltro fondendo) in Amazzonia, in Siberia, a Giava, a Sumatra, in Congo, in Angola etc.

Flames burning wood in the night on blue (byVictoria Schaal)

Intanto le nostre comode vite continuano a girare: Di Caprio offre 5 milioni di dollari per l’Amazzonia e riprende a svolazzare nel suo inquinante jet privato. Come biasimarlo? Siamo tutti in contraddizione, siamo tutti “impegnati a metà”: adoriamo i nostri animali e buttiamo la cicca della sigaretta per terra; vogliamo mari puliti per nuotarci d’estate e compriamo detersivi sempre più potenti da riversarvi dentro; aderiamo alla moda dei “bagni di foresta”, ma beninteso ci andiamo in suv!

Amiamo la Natura. Ne siamo convinti tutti. Ma la realtà è che l’amiamo a pezzi, a episodi, a zona (come la famosa dieta!) identificandola di volta in volta con un’emozione precisa, definita. Solo per noi, naturalmente!
ERRORE! La Natura, né buona né cattiva, ci rispetta. Non ci ama, non ci odia, semplicemente vive. E preservando se stessa, ci aiuta. O meglio, ci aiutava! Perchè ora qualcosa è cambiato: la Terra si sta trasformando energeticamente (la risonanza Schuman registra un nuovo picco, con ennesimo indebolimento dei campi magnetici e conseguenze climatiche gravi).


Poco le importa se non abbiamo capito e continuamo a non capire. Soccomberemo se non sapremo trovare un equilibrio, una coerenza seria, una maturità nuova nella gestione della nostra vita.
No, Niente amore, per favore! Il rispetto autentico, umile e costante sarebbe già un grande risultato!

IL CONTAPASSI,LO SCIOGLIMENTO DELLE CAMERE E DEI GHIACCIAI

Ieri una signora seduta su una panchina contava tutta fiera i passi che aveva “coraggiosamente” compiuto intorno al Lago di Misurina. Io stavo leggendo dello scioglimento delle Camere e dei ghiacci, dell’Amazzonia, il polmone del mondo, drammaticamente in fiamme, scuotendo la testa disperata. La scena mi sembrava surreale.

courtesy by Victoria Schaal

Hill with trees about to burn in red, orange wildfire (V.Schaal)

Io non voglio contare i passi. È terribile tener conto dell’avanzare. Specie quando è illusorio. Quale malefica forza ci spinge a tenere la contabilità di tutto ciò che facciamo, diamo, riceviamo?

Signora, l’energia va spesa, il corpo usato, il cervello impiegato, il cuore donato, l’anima coltivata. Il tempo rielabora e comunque divora, allora perchè contare?

La combustione triste dei nostri giorni (contati, quelli Sì!) sembra la foresta amazzonica che brucia. Nessuno ci restituirà quei passi, ma non vanno nemmeno contati, sono stati un piccolo viaggio. Memorizziamo quello, invece della cifra delle calorie spese, delle scarpe consumate. Impariamo invece a distinguere la gravità irrimediabile di ciò che ci accade intorno.

 

Signora, conti le stelle, conti i governi “del cambiamento” che si susseguono senza una minima visione di futuro, conti gli alberi che non ci sono più, l’ossigeno che diminuisce, conti i ghiacciai che scompaiono, che i nostri figli e nipoti non vedranno mai, conti il tempo che ha perso a contare… e a far finta che è una bella giornata soltanto perchè lei ha bruciato le calorie di una fetta di torta.

FORZE DIVERSE PER COMBATTERE IL FUOCO DI SIBERIA

È notizia di poco tempo fa: gli sciamani di Siberia si sono riuniti per mettersi in contatto con la Madre Terra e con le energie dell’Universo e invocare il loro aiuto in modo da fermare l’apocalittico incendio che sta divorando le foreste.

Anche i Buddisti hanno annunciato di voler pregare le forze della Natura, chiedendo a tutti d’inviare le coordinate geografiche delle centinaia di focolai che si sono scatenati in pochi giorni.

Un pezzo di Siberia, grande quanto il Portogallo è già andato in fumo. Il grido di dolore degli alberi è avvertito da tutte le forze spirituali del Pianeta, mischiato al solito drammatico balletto di notizie che denuncia la fusione dei ghiacciai del Polo Nord, le contaminazioni nucleari nel mar del Giappone e in Russia, le ondate di caldo record nel mondo, il super tifone in Cina, l’aumento della presenza di tonnellate di plastica nei mari, l’epidemie di malattie negli alberi. Insomma l’Apocalisse delle Sacre Scritture.

Ai più scettici può sembrare un’ingenuità, personalmente sono fra quanti si rallegrano di constatare una certa evoluzione da parte dell’Umanità. Parlo di evoluzione perchè finalmente l’uomo comincia a capire che può/deve riappropriarsi delle proprie capacità ancestrali.

“Tutti i problemi nascono dalla perdita di frammenti d’anima, anima intimamente connessa con le forze della Natura” mi hanno spesso detto gli sciamani di mezzo mondo. La causa di questa perdita è sempre la paura, la conseguente arroganza del controllo, la volontà di dominio. La nostra società nella sua totalità ha perso il contatto con la propria parte invisibile, divina, spirituale. La preghiera, la pratica dei mantra, la meditazione individuale e collettiva, altro non sono che un’attivazione di energie “alte” proprie a tutti noi.

“Le nostre certezze mentali in verità sono le nostre più grandi bugie” sosteneva F. Nietzsche. Ed è sulla base di queste certezze che deprediamo e avveleniamo il Pianeta.

È interessante notare come in questi riti ci sia sempre una nozione di purificazione. Gli sciamani aiutano a cacciare gli spiriti malvagi cioè le idee negative. Potentissime, perchè (come le positive) “creatrici della realtà che viviamo”. Queste idee non sono nostre, sono ciò che già la tradizione greca antica cosiderava “Idola” forze spirituali, il Male.

Nell’attuale visione sciamanica del mondo, queste energie negative e basse hanno preso il sopravvento perchè abbiamo tradito il patto con la Natura, abbiamo interrotto la pratica di tradizioni ancestrali e dimenticato l’umiltà (di qui il ruolo delle offerte simboliche alla Madre Terra).

Ora la buona notizia è che una sempre maggior fetta di popolazione sta riaprendo le porte di un invisibile che è già dentro di noi, connesso al cosmo, causa-effetto assieme, perchè privo del dualismo che permea il mondo materiale e mentale. Basterà a fermare la corsa alla catastrofe? Di sicuro c’è la certezza che ognuno di noi può e deve fare la sua parte. Sì ciascuno, con le proprie forze e capacità. Come insegna la Natura in ogni sua minima, perfetta manifestazione.

TALISMANI ANTI-BLUES

Quando scrivevo gialli, mi ero divertita ad analizzare statistiche sui delitti.

Con sorpesa ad esempio avevo scoperto che i picchi depressivi che portavano ad uccidere o a suicidarsi non si registravano negli smorti mesi invernali, bensì in quelli di maggio-giugno, in piena esplosione cioè della bella stagione. Non voglio dare brutte idee a nessuno, ma il giorno più gettonato secondo i dati dell’epoca era il giovedì – oggi, in Italia, la notizia andrebbe aggiornata se non altro perchè nel nostro “civilissimo Paese” una donna viene uccisa ogni 48 ore, (prevalentemente dal proprio compagno) in barba al calendario. Di recente ho letto che il giorno considerato più faticoso è il martedì, mentre l’infarto uccide di più il lunedì. Personalmente, e non sono la sola, ho un’antipatia per la domenica.

Senza andare a toccare tematiche tragiche legate a problemi specifici, è innegabile che il modello di società patinata, stucchevolmente felice e vincente nel quale siamo immersi come in un brodo dolciastro dalla mattina alla sera, talvolta generi e accresca in chiunque, specie nei momenti liberi dalle incombenze del lavoro, sentimenti di amarezza, tristezza e malinconia. Benché assolumente fisiologici nell’arco di un’esistenza normale, tendiamo a non accettarli, colpevolizzandoci o deprimendoci per non essere stati capaci di costruirci un fortino di vita perfettamente inespugnabile dai periodici colpi di blues.
Quando la fitta dolorosa arriva, può essere utile mettere in atto piccole strategie: farci belli e andarcene fuori ad esempio, passeggiare per le vie della città, in un giardino, in un bosco permette di eludere l’egocentrismo solitario della depressione e diventare “uno con gli altri”. Altra astuzia è “uscire da sé” leggendo un libro o guardando un film che letteralmente “ci porti via per un po’ da noi stessi e dalla nostra vita”. Io ne ho alcuni vincenti che mi piacerebbe qui condividere:

“Guerra e amore” di Woody Allen, una versione esilarante del celebre “Guerra e Pace” di Tolstoï . Intelligente e non-sense come sapeva essere il primo Woody Allen assicura uno scanzonato divertimento filosofico. DVD disponibile qui: https://amzn.to/30AtFDv

“Zia Mame” con Rosalind Russell. La storia spumeggiante di una zia un po’ svitata che eredita un orfano di 10 anni che educa secondo il motto “la vita è una festa e va goduta fino in fondo”. DVD disponibile qui: https://amzn.to/2GgjyvX

“Speriamo che sia femmina” di Mario Monicellicon Catherine Deneuve e Liv Ullmann per restare nell’assolata campagna toscana. DVD disponibile qui: https://amzn.to/2XSvjUt

Completamente all’opposto è “Sognando l’Africa” con Kim Basinger (DVD disponibile qui: https://amzn.to/2XN9BB2), tratto dal romanzo autobiografico di Kuki Gallmann (ancora meglio il libro che potete trovare qui: https://amzn.to/32uuEai !).

Pare incredibile, ma le storie su destini eccezionali e tragici leniscono i nostri piccoli momenti down. Io scelgo quelli che mi portano in altri Paesi e con attori che mi piacciono. Tra i miei preferiti:

“Il velo dipinto” tratto dal romanzo “ The painted veil” di Sommerset Maugham(da leggere anche il libro, magnifico!) ambientato nella Cina degli anni ’20-30. DVD disponibile qui: https://amzn.to/2XKhVBv“Il paziente inglese” ci porta nel deserto… con Ralf Finnes, quando era ancora stratosferico! DVD disponibile qui: https://amzn.to/2SiOz7n“L’uomo che sussurrava ai cavalli”con Robert Radford, sempre stratosferico! DVD disponibile qui: https://amzn.to/2ShGtvK

Sono film avventurosi, lontani dalla quotidianità, tristissimi, che ci fanno bene. Se ci commuoviamo, meglio, evacueremo frustrazioni e dolori nostri.

Tra l’altro, se ci sentiremo meglio tenderemo a guardarne solo la prima metà, quando l’esito drammatico è ancora incerto e la storia potrebbe finire altrimenti: le malattie e i morsi dei serpenti diventano curabili, gli aerei volano senza schiantarsi, lei o lui non deve partire per sempre e… tutto, tutto è ancora magicamente possibile!!!

SCUSI LEI E’ FELICE?

 

In questi tempi di grandi migrazioni per una vita migliore, di crisi economica e ambientale, diffusa spiritualità o pseudo-spiritualità, intelligenza artificiale e grandi tuffi in mari di oblio, come la droga o l’alcool, mi sembra interessante dedicare una breve riflessione al senso della vita.
Per la verità ho sempre avuto la tentazione di andare in giro per il mondo a chiedere alla gente se è felice. Lo faccio molto spesso in realtà, in tutti i Paesi, dove mi capita. Se la conversazione s’allarga un po’, la butto là: ”Ma lei è felice?” “E tu? Sei felice?” A tutte le latitudini la reazione è sempre di grande sorpresa, larvato imbarazzo:

”Come felice?”
“Sì, felice”
“…così a bruciapelo…”
“Sì, così, d’istinto! Non si può rispondere alle domande più importanti riflettendoci”

È come chiedersi lo/la amo? Dev’essere un’evidenza. Il sì. Infatti spesso non arriva. Nella maggioranza dei casi, la testa ondeggia di qua e di là, s’attorciglia in modo complicato per dire e non dire:
”Mah, beh… – e poi per sottrazione – non mi lamento, ho questo e quest’altro…Felicità è una parola grossa!”
Grossissima, ne convengo. Ma semplice. E a forza di complicarci la vita su tutto, non siamo quasi più in grado di pronunciarla. Ne abbiamo un sacro terrore, roba da scemo del villaggio!

“Il fatto di progettare come arrivare a una meta, ci fa vedere il sentiero diritto, pieno di curve” dice il saggio. E certo ha ragione: primo ostacolo alla felicità è voler controllare tutto. La felicità ci sorprende se le lasciamo un po’ di spazio per respirare, liberare, rischiare delle gaffes, altrimenti è come pretendere di vincere alla lotteria senza comprare un biglietto”

Ma a questo punto si pone un altro problema: quanto chiedere alla vita (e a noi stessi)? Io le ho sempre chiesto moltissimo, lasciarmi soddisfare le mie passioni, i viaggi, lo scrivere, le case, d’amare e d’essere amata di vero amore…
Se si è esigenti, le delusioni sono sempre dietro l’angolo. La vita ha un peso, ma ti sorprende. L’altra è la soluzione buddhista, spesso genericamente riassunta e banalizzata nella frase “Non aspettarsi nulla”.

“No, per bacco! Se sono qua io mi aspetto, mi aspetto moltissimo! Se sono qua io ci provo a volare alto, senza contare che la felicità s’irradia, condivide, è utile a tutti – difficilmente un felice fa del male agli altri. E poi, che fine ha fatto la legge dell’attrazione?” ribattevo con la mia solita irruenza a José Alberto, un noto antropologo shamano di Mexico City. Lui si era limitato ad abbracciarmi forte e sorridere. Lo divertivo.
“Feliz? La questione non diventa più in questi termini, abbiamo diversi strati di coscienza, lo sai Francesca”

Lo sapevo certo, è più complesso. Ma anche un po’ inutile, come quando ti dicono che l’Universo è in continua espansione. Ok. Ma – continuo a abiettare – se tutto ciò che è, esiste in virtù dell’energia creatrice d’Amore, allora mi spiace miei guru, ma il problema della felicità umana resta.

Il Buddhismo più profondo invita in realtà a entrare in uno stato di non-mente, separato da passato e futuro, concentrato solo nel presente “mente vuota e cuore pieno” e li’ che si trova la felicità. Vero. Ma anche qui, ammettiamolo, la felicità su questa Terra si nutre di proiezioni sul divenire, progettualità. Come separare i sogni dalla nozione stessa di futuro?  

 

 

E allora? Allora, non si danno risposte in un blog, io mi limito a suggerire esplorazioni. E mentre scrivo, mi perdo in altre congetture, letterarie questa volta, penso a quella frase di Amos Oz in “Tocca l’acqua, tocca il vento”: “Cose sottili e sorprendenti succederanno presto” Ecco, sì, questa potrebbe essere una delle mie definizioni di felicità.

ORRORE NAZISTA E POESIA: L’ALBERO DI GOETHE

Avete presente il campo di concentramento di Buchenwald in Thuringia? Qualcuno forse, come me, lo avrà visitato con la scuola, di certo in molti lo hanno visto in film e documentari…

Si trovava sul fianco di una collina brulla, sferzata dal vento che d’inverno era glaciale. Ovunque filo spinato elettrificato. Le baracche allineate in un tetro ordine da avenue si mescolavano a caseggiati più grandi: quello della sala delle docce per la disinfestazione e l’ampio edificio del cosiddetto “servizio di patologia” con l’infermeria e i laboratori. Su tutto svettava il forno crematorio.

In mezzo a questo inferno, pochi sanno che vicino alle cucine, c’era un albero, un grande faggio. Fu pietosamente conservato perchè Goethe era solito venire a passeggiare da queste parti, nei dintorni di Weimar, per pensare e scrivere.

E’ difficile immaginare due momenti della storia tanto lontani e inconciliabili. Eppure quell’albero è stato testimone di atrocità e orrori quanto della più alta forma di creatività dell’uomo.

La morte per genocidio e l’immortalità dell’arte hanno alimentato il silenzio interiore di quel faggio e sarebbe bello potergli chiedere, a questo punto: “Qual è il significato della vita?” Probabilmente risponderebbe come il monaco buddhista Mumon Yamada “La vita non ha nessun significato e nessun non-significato, bisogna viverla!”

P.S Fino al 30 giugno “Cosa fanno le mie piante quando non ci sono” è in offerta a soli 8 euro. Per comprarlo clicca qui: https://amzn.to/2XCJ48Q

IL BRUTTO VIZIO DI FARCI PAURA

Amo viaggiare. Anzi, di più. Direi che per me è una necessità vitale, un tesoretto che accumulo nel conto a mio nome presso la Banca dell’Esperienza. Alla fine sarò ricca e vivere avrà avuto un senso. Il termine “vacanza” ai miei occhi è sempre stata un abominio “vacante da chi? Da cosa?” Non sono mai tanto presente e ancorata alla vita come quando viaggio.

Le mura della cittadella di Gerusalemme

Insomma lo farei comunque… andrei, in ogni caso. Tuttavia non posso esimermi dal fare una riflessione a beneficio di quanti talvolta esitano a partire.
Sono appena rientrata da un soggiorno a Gerusalemme con mia figlia. “Gerusalemme? Che idea?” mi dicevano prima di partire “Sei sicura?” “Ma voi due da sole?”.

Ebrei in preghiera al Muro del Pianto

Non sono un’ingenua naturalmente. Ci sono periodi in cui in questo Paese, come in altri, ci vuole cautela. Da un giorno all’altro potrei essere smentita da una brutta notizia. E quando si parte non lo si fa mai da sprovveduti! D’altronde, tragedie d’ogni tipo si susseguono ovunque nel mondo da millenni e talvolta il nostro personale destino può incrociarsi con sventure più grandi.

Tuttavia, tengo qui a sottolineare come l’atmosfera nella città e in Palestina fosse tutt’altro che tesa, ostile, stressante, i controlli per accedere ai luoghi santi di tutte le religioni assolutamente ragionevoli e nella cordialità; al Check point per entrare in territorio Palestinese, a bordo di un semplice taxi, non ci hanno nemmeno chiesto i passaporti. Un caso fortunato? Può darsi. Ma non è la prima volta che ciò mi accade: nel Chiapas messicano, in Mauritania, nel sud del Marocco… ho riscontrato spesso come la gente, i luoghi fossero più accoglienti e più pacifici di quanto giornali e televisioni prospettassero.            

Il Muro di separazione costruito da Israele in Palestina con i murales di Banksy

Damascus Gate Gerusalemme

Si direbbe che qualcuno voglia deliberatamente mantenere alto nel mondo il tasso di paura, di diffidenza, di stress. Un senso di pericolo diffuso e costante aumenta e giustifica il potere dei Media, mantiene e approfondisce gli scontri culturali e politici fra i popoli. E se ognuno sta a casa sua è meglio, lo possiamo intossicare con le informazioni che preferiamo, lo possiamo spaventare con foto sensazionali (poco importa se spesso costruite come in un set cinematografico!) lo possiamo convincere che il suo modo di vedere è l’unico possibile e che deve vivere nell’inquietudine, nella convinzione che “fuori” ci sono sempre i lupi. 

Io continuo a credere invece che conoscere Paesi, parlare con la gente che li vive per davvero, permetta di farci un’idea meno schematica di come stanno le cose. Un’idea certo – non ho la pretesa di capire – ma posso guardare con i miei occhi, ascoltare, imparare e… sorridere, sorridere con gratitudine a chi mi consente d’entrare a casa sua. Perchè alla fine, non è questo che bisognerebbe fare? Come recita il Maestro Ejo Takata: “Per andare avanti faccio un altro passo, nel vuoto”. 

 

IL CAMMINO DI VITA DI CIASCUNO DI NOI

Qualcuno forse ricorderà il titolo di uno dei più bei libri di Bruce Chatwin “Che ci faccio qui?”. Sul filo delle rimembranze, ho seguito quel grido spontaneo e nitido fino all’approdo di una piccola conclusione: forse ogni romanzo in definitiva, in ogni tempo e in ogni parte del mondo, pone lo stesso interrogativo.

Al di là di tutti i temi trattati nella trama del mio “Il problema del mese di aprile”Il Problema del Mese di Aprile (Nuova Edizione 2019) da poco riedito con Amazon, in fondo la questione che già ponevo quindici anni fa era propria questa: “Qual è il nostro percorso?” e soprattutto “Cosa siamo chiamati a fare per allinearci a questo cammino?”

Jacky, la protagonista del mio romanzo, giornalista-scrittrice inglese, ha un’idea precisa del tipo di sacrifici che deve compiere per essere una buona madre, una madre perfetta che all’occasione fa anche da padre al suo bambino (perchè il padre vero è tornato nella nativa Spagna con una nuova compagna). Jacky diventa la casa di suo figlio in una Venezia meravigliosa, a misura di bambino. Pensa che scrivere un libro le basterà per viaggiare da ferma, pensa che sarà felice perchè William, suo figlio, sarà felice. E invece una serie di imprevisti banali la incanalano in vicissitudini che la porteranno a interrogarsi sull’essenza della propria vita.

“Era davvero questa la mia strada?” Quanti di noi se lo sono chiesto, giunti a una certa maturità? Come sarebbe stato se…”
C’è una parte di noi che crescendo ci diventa sempre meno sconosciuta, che si esprime attraverso il corpo e i suoi malesseri, i sogni e i voli della mente. Questa parte – la nostra anima per chi ci crede – rivendica ed esige che amiamo e rispettiamo noi stessi prima di poter amare il nostro prossimo, nostro figlio, nostra madre, nostro padre, nostro marito, nostra moglie. Dice il Buddha nel Samyuita Nikaya “Nell’attimo in cui capite quanto sia importante amare voi stessi, smettete di far soffrire gli altri”. Ho incontrato molte persone “illuminate” in giro per il mondo e mi ha sempre colpito molto il fatto che tutti individuassero nell’amore per se stessi, e poi per gli altri, gli animali, le piante, i minerali, l’Universo, il vero scopo della vita.

Per se stessi, appunto. Sembra facile – ho sempre obiettato – non lo è affatto. Perchè ovvio non si tratta di egoismo, per amarsi sono necessarie comprensione e consapevolezza: tutto ciò che alla protagonista del mio romanzo fa difetto, troppo occupata a piegare la propria natura curiosa e nomade, a sedare i moti dell’anima, a negarsi il diritto alle proprie aspirazioni. Il risultato è un sacrificio poco utile, un regalo d’amore monco, privo di autentica gioia perchè la volontà di amare non basta, non è ancora amore.

C’è un famoso monaco vietnamita che vive in Francia Thich Nhat Hanh che ha toccato forse il punto fondamentale di tutta la faccenda “Conoscere se stessi – dice – è la principale pratica d’amore”
La Jacky del mio romanzo finirà con l’imparare la lezione a duro prezzo, scontrandosi con le proprie illusioni. Noi forse possiamo abbreviarci il cammino, “albergando in noi stessi” al di là d’ogni dolore e paura, osservandoci e accettandoci per ciò che siamo, perchè in questo nostro modo d’essere risiede la traccia del nostro personale itinerario di vita.

L’ARTE DI AMARE IL LUOGO DOVE SI VIVE

Continuo a scrivere. Non saprei smettere neanche se lo volessi, ma presentare i miei libri, incontrare la gente è una pausa necessaria, un piacere autentico, mi nutre, m’insegna, mi è indispensabile per non inaridire l’inchiostro che conduce per mano le mie frasi.

Il 29 Maggio scorso ero ospite di un’iniziativa organizzata dall’Ing. Giovanni Cecconi di Wigwam Venezia (Associazione Nazionale Protezione Ambiente) nella bella costruzione a colonne bianche della Ricevitoria di San Giuliano, sulla laguna, sede, non a caso del Circolo Canottieri di Mestre. Erano previsti un certo numero d’interventi su temi molto vasti quali il turismo ecosostenibile, l’agriturismo (con testimonianze dalla splendida Maremma) l’inquinamento lagunare, lo studio delle antiche carte cinquecentesche e settecentesche riguardandanti la zona di Porto Marghera, Mestre, con tanto di mappatura di canali ormai scomparsi o mutati nel corso dei secoli.

Ero prevista anch’io, o meglio, io “con le mie ragazze” di “Cosa fanno le mie piante quando non ci sono”  a dare un tocco di fantasia (si fa per dire perchè l’intelligenza e la capacità di comunicare del mondo vegetale è appurata ormai scientificamente) una ventata d’allegria ad una serata funestata da un maltempo che a Venezia trova un precedente soltanto nel maggio 1958.

A conclusione di una serata conviviale, allegra e interessante, più d’ogni altra cosa mi sono portata via l’impressione che tutte queste persone possedessero l’arte d’amare realmente la propria casa d’elezione. Che il segreto di un’autentica sensibilità ecologica fosse tutto in quel senso d’appartenenza a una comunità, una terra, spesso maltrattata e vilipesa, ma sempre incondizionatamente amata. Una sorta di spiritualità laica, trasversale e poliedrica, un senso di continuità col passato che dev’essere una missione nel presente, sembra davvero essenziale per assicurare una prospettiva a chi verrà dopo.

E tornando a casa, sotto la pioggia, mi è venuta in mente una diffusa pratica buddista che si chiama “Toccare la terra” e consiste nel chinarsi 6 volte per sfiorararla con fronte, gambe e mani “per entrare – come dicono – nel mondo delle cose cosi’ come sono”, per dissolvere cioè ogni sentimento di separazione e di distinzione dalla Madre Terra.

Nulla e nessuno puo’ esistere di per se stesso: ogni cosa nell’Universo deve inter-essere con tutte le altre. E queste persone, nella loro semplicità o erudicità, producendo olio d’oliva biologico o allevando animali in modo corretto, cercando di gettare le basi per un turismo compatibile con l’ambiente o battendosi per l’uso di barche elettriche a Venezia e per il rispetto del fragilissimo ecosistema lagunare, parevano aver ben recepito che amare significa non fuggire quel legame d’appartenenza che il destino ci ha affidato. Amare la propria casa è essere quella casa, riconoscere l’inscindibile trama della vita che a lei ci lega.

LA VERITA’? L’ECOLOGIA NON AVANZA

Parliamoci chiaro, tutto è utile. Va bene tutto per sensibilizzare: l’ex sindaco di Londra che tira lo sciaquone una volta sì e l’altra no; la pallida Gretina con le trecce che salta la scuola il venerdì (o è il giovedì?); le borse biodegradabili del supermercato che ti si bucano prima di arrivare a casa (e chi vive fra i ponti veneziani come me, si diverte un sacco!).

Ma diciamoci la verità, a livello internazionale, ragionando in termini di politiche e grandi numeri, non si sta facendo nulla. Al contrario, la situazione peggiora.

I Conservatori in Autralia hanno vinto le lezioni grazie ai voti del Queensland, terra dei più grandi giacimenti di carbone al mondo, alla quale si è garantita la piena attività lavorativa e inquinante.

Gli accordi di Parigi del 2015 che prevedevano la riduzione di emissioni di gas serra sono stati disattesi da Trump e dal Brasile di Jair Bolsonaro e di fatto da molti altri Paesi, i cui governi, secondo i generici accordi, avrebbero dovuto tradurli in effettive azioni per ridurre i gas serra e limitare il consumo energetico.

A dispetto di tutte le effettive scoperte di alternative possibili biodegradabili e naturali, l’Europa è il secondo produttore di plastica al mondo dopo la Cina. Il 95% dei rifiuti del Mediterraneo è composto da plastica. La bella notizia s’aggiunge alle famose 5 isole flottantes che già vagolano sugli Oceani.

Nel frattempo, il clima impazzisce, le api muoiono, il Pando (o trembling giant) la pianta che si autoclona da 80.000 anni, da più di 30 ha smesso di espandersi.

Per carità, sono fra quelli che postano su Fb tutte le buone notizie che riescono a scovare in giro per il mondo. Ne ho bisogno, per non vedere morire ogni giorno di più la speranza di lasciare una Terra abitabile ai nostri figli e nipoti –  e in molti hanno compreso e agito per un cambiamento – ma in tempi pre-elettorali europei stupisce la sostanziale indifferenza dei vari partiti politici nei confronti di un allarme rosso che sta lampeggiando da almeno quattro anni.

Insomma la casa è in fiamme e noi, giulivi e contenti, ci scattiamo un selfie con Gretina, facciamo pipì senza tirare l’acqua, fieri – fieri! – d’aver gettato ancora una volta la nostra immondizia in strada, ma rigorosamente in borse di plastica biodegradabile!

OLIMPIA ATTANASIO E I SUOI PESCI OUT OF WATER

Non è facile delineare un ritratto dell’artista Alice Olimpia Attanasio (in Mostra a Venezia dal 6 maggio al 16 giugno Hotel Savoia & Jolanda Riva degli Schiavoni 4187). Forse perchè le donne, da sempre, debbono comporre e ricomporre diversi aspetti della propria personalità e per natura sono portate a una molteplicità di modalità espressive.

Dopo studi artistici all’Istituto Europeo di Design, i primi lavori di pittura esposti nelle gallerie milanesi, le installazioni in resina e caramelle che le valsero una curiosa notorietà negli ambienti artistici d’avanguardia, Olimpia sembra tornare all’artigianalità di materiali semplici, duttili al tocco delle dita. Quasi un ritorno contro corrente a un’arte fruibile. Un coraggio tutto femminile, aggiungerei, in un mondo artistico che cavalca sempre più il meccanismo dello stupore e dell’evento appariscente. “Ed è molto più difficile vendere una donna che un uomo” aggiunge a chiosa di una nostra riflessione, in tono spiccio ed efficiente, da milanese doc.

O forse è complesso parlare di lei, perchè, da matura trentenne, Olimpia appartiene ad una generazione nata nei favolosi anni ’80 e immediatamente “tradita” dall’evolvere deludente di un mondo in affanno.
Non a caso la sua Mostra s’intitola Out of water e colleziona in forma di pittura e – ancor più felice – di scultura, tutta una serie d’animali marini “pesci fuor d’acqua” agonizzanti e sorprendenti.

Forme primitive in argilla e cemento, o ceramica e cemento, sembrano provenire dalle origini primordiali della Terra ed essere mal evolute a causa d’inquinamento e trasformazioni climatiche, costrette a fuggire dal loro stesso habitat, a combattere contro l’invasione della plastica in una lotta che è anche contro il tempo.

“Sono francamente preoccupata – conferma Olimpia – per temperamento e con l’esperienza ho imparato a lasciar scorrere le cose – ma il tema dell’ecologia mi preme”.
Bella, la grande pacifica tartaruga bianca che reca sulla corazza la scritta fighting; struggenti i pesci spiaggiati, catturati in un momento di trapasso fra vita e non-vita, come calchi di Pompei.

 

Con candore, Olimpia sembra ondeggiare fra l’ingenua bellezza della sua gioventù, protratta e sublimata dalla sua esistenza libera d’artista e l’inquietudine di fondo riflessa e testimoniata da una generazione che tende a rimandare scelte definitive, cogliendo la singola esperienza nella sua preziosità, senza inserirla per forza in una strategia di vita o di carriera under control.

 


Non sorprende dunque che il percorso di questa ragazza minuta e sorridente, calma e decisa si dipani fra Mostre in mezzo mondo a Milano, Roma, Berlino, Shangai, San Pietroburgo e torni placidamente a parlarmi del giardino d’affaccio del suo studio milanese. “Non pensavo mai, è mia madre la grande esperta di piante in famiglia, ma ora mi è scattata una nuova sensibilità. Quando rientro, la prima cosa che faccio è andare fuori, nel verde. E noto i minimi cambiamenti degli alberi, i fiori, la singola gemma…” confida.
E mentre l’ascolto, m’accorgo di guardare i suoi pesci agonizzanti con un briciolo di fiducia in più per il futuro del mondo, per i giovani che ne avranno la cura e la responsabilità.

IL MISTERO DELLA STATURA DI CATERINA LA GRANDE

No, per una volta non voglio riscrivere la storia. Lo sappiamo tutti chi è stata questa grande sovrana illuminata e autoritaria, salita al trono del più vasto impero del mondo nel 1762, senza una goccia di sangue slavo (era tedesca) grazie a un colpo di stato e annesso assassinio dello stolto e incapace marito, complotto al quale peraltro pare non fosse del tutto estranea. Fiumi d’inchiostro sono stati versati per stabilire se fosse il simbolo della “nuova monarchia” tanto invocata dagli Illuministi francesi, con i quali si teneva in costanti, eruditi rapporti, oppure un’abile calcolatrice, un’affabile sanguinaria sovrana col pugno di ferro, capace di reprimere senza pietà qualsiasi forma di rivendicazione al cambiamento.
Vorrei in questa sede attardarmi brevemente su una minuzia che merita, credo, una piccola, divertita riflessione.

Sì perché il mio approfondimento non riguarda il ritratto storico e politico della grande Imperatrice: non la sua cultura enciclopedica, la sua passione per l’Europa, la cultura, i libri, l’arte, la musica, (scrisse persino due opere di suo pugno!) la mia curiosità riguarda proprio la sua altezza fisica!

Per gran parte della sua vita infatti, le descrizioni girate su di lei, la raccontarono sempre come piuttosto alta. In questi termini ad esempio la descrive Poniatowski, giovane nobiluomo polacco che diventerà suo amante e più tardi, quando da Imperatrice Caterina vorrà disfarsene, nominato re di Polonia (un Paese all’epoca ingovernabile!) “Capelli neri, carnagione bianchissima, eterea, splendente, naso greco… – elenca fra le tante cose, ricordando il loro primo incontro a corte – un vitino agile e… piuttosto alta, con un’andatura rapida ma di grande nobiltà”.
D’accordo si dirà, Poniatowski ne rimase abbagliato subito, la sua non è testimonianza particolarmente rilevante. Ma che dire delle lettere di Claude Carloman de Rulhière, segretario dell’ambasciata francese a Pietroburgo, che, beninteso, non fu mai uno dei suoi tanti amanti? Anche il Conte loda tra le varie qualità della regina “la fronte alta e spaziosa, il collo slanciato, la fierezza e il portamento che la rendevano maestosa”

La stessa Imperatrice, ricevendo il Principe de Ligne nel 1780, a cinquant’anni compiuti, chiede divertita: “Che aspetto immaginavate avessi? Alta, rigida, con occhi come stelle et un grand panier (alludendo alle acconciature delle parrucche in voga a Parigi)?” Il principe de Ligne, in quell’occasione scrisse nei suoi taccuini d’essere rimasto impressionato dagli occhi e dalla fronte larga e maestosa della sovrana, indizio certo delle sue molteplici qualità: genio, giustizia, coraggio, profondità… e memoria e immaginazione… È interessante però notare con quale frase il principe concluda l’appunto nel suo diario: “Non ci si rendeva conto che era bassa”

Una decina d’anni più tardi, la celebre ritrattista Elisabeth Vigée Le Brun, di fronte ad una Caterina con i capelli bianchi ma sempre affascinante, confessa: ”Prima di tutto rimasi estremamente sorpresa di trovarla così bassa”
Con l’età l’Imperatrice era notevolmente ingrassata e la sua figura originariamente minuta doveva aver perso l’aspetto slanciato della giovinezza. Tuttavia la stessa pittrice precisa: “Ho detto che era molto piccola di statura, ma nei giorni delle grandi cerimonie, la sua testa alta, il suo sguardo d’aquila, il portamento proprio a chi ha l’abitudine del comandare, tutto la faceva apparire maestosa, sembrava la regina del mondo”

Che avesse una personalità straordinaria, pare certo: la sua gaiezza era riconosciuta da tutti, tanto quanto le sue celebri collere. Intelligenza e cultura le valevano la stima dei suoi contemporanei, ma più d’ogni cosa il suo segreto risiedeva – ne sono persuasa – proprio nello sguardo lucido e asciutto con il quale giudicava se stessa. Una gran donna, forte, risoluta, che rifiutando, fin da giovane, di cedere alla facile vanità che il potere avrebbe potuto garantirle, così tratteggiava il proprio autoritratto al tramonto della sua vita: “A dire la verità, non mi sono mai creduta estremamente bella, ma piacevo, e penso che questo fosse il mio punto di forza”

Ci sono esempi che non passano mai di moda. Meditiamo signore! Caterina è anche oggi una delle nostre migliori amiche.

23 APRILE GIORNATA DEL LIBRO. HA SENSO?

Ammettiamolo, queste “Giornate Mondiali di qualcosa” sono spesso di una sconcertante retorica! Ce n’è per tutti i gusti: dell’acqua, della terra, della felicità, del bacio, del sonno, del silenzio, del fiore… Ce n’è persino una del Rutto Libero (il 15 settembre) ma credo sia sponsorizzata da qualche Festival della Birra. Mi meraviglio che ancora non ne esista una dello sputo, ma oggi forse sarebbe considerata troppo sovversiva. Le Giornate “serie” vengono tutte da quella grande fucina di idee teoriche e pressochè inapplicabili che dovrebbe garantirci la pace e che chiamiamo O.N.U. nelle sue diverse varianti.

La Giornata del Libro ad esempio è nata nel 1996 dalle frenetiche attività dell’Unesco. Quel giorno, in ufficio doveva esserci una maggioranza di funzionari spagnoli perchè scelsero la data del 23 aprile, nota per essere il giorno della morte di Miguel de Cervantes, de Garciloso de la Vega e del solito evergreen William Shakespeare. Avrebbero potuto scegliere il 14 settembre quando morì Dante Alighieri, poeta di gran lunga superiore a de la Vega (e nato tra l’altro – come me! – il 29 maggio) invece no, quel giorno all’Unesco era giornata di paella.

Comunque va detto che alle Nazioni Unite sono stati lungimiranti: devono aver previsto già molti anni fa che avremmo avuto bisogno di idee per scrivere dei post sui Social e che grandi multinazionali ne avrebbero tratto occasioni per vendere ogni sorta di prodotto, foto, disegni etc… Beninteso non c’è niente di male in questo. Tutt’altro! Fa girare l’economia.

Va tutto benissimo appunto, ma per favore smettiamo di credere che stiamo cambiando il mondo, militando utilmente per una causa, convincendo gli scettici, aprendo una breccia nel cuore degli indifferenti. La Giornata della Terra non incide sull’inquinamento più di quanto la Festa della Donna non impedisca agli uomini violenti d’essere violenti. Né, mi sembra, induca profonda riflessione per un cambiamento reale nei nostri comportamenti.

La Lettura è una forma d’educazione, un esercizio, un’abitudine che alcuni di noi hanno imparato fin da bambini e che si può praticare a qualsiasi età. Leggere è un modo di sfuggire alla vita con altre vite, per comprenderle, approfondirle, imitarle se sono fonte d’ispirazione. Leggere permette conoscenza e ragionamento, dà uno scopo, appaga l’animo. Quante volte, leggendo un romanzo ci siamo detti che avremmo voluto un amico così, un viaggio così, un amore così, un Maestro così!
C’è davvero bisogno della retorica didattica delle celebrazioni e indire una Giornata del Libro per rammentarcene?
Mi fa pensare alla reazione di certi genitori, quando mia figlia era al Liceo: “A scuola se la cava bene – si lamentavano spesso – ma non legge!” E io mi mordevo le labbra per non rispondere: “Ma scusa, a casa, vi vede mai con un libro in mano?

Ecco, sospetto che la Giornata del Libro sia un po’ così, lo specchio di una società che non legge più, ma erige monumenti… il 23 aprileGiornata della paella!

NOTRE-DAME: LA RABBIA SENZA L’ORGOGLIO

Mentre come tutti, quel maledetto lunedì 15 aprile, incollata alla tv, cercavo di capire cosa stava accadendo a Notre-Dame, la rabbia mi cresceva dentro, una rabbia mista a dolore profondo.
Non mi interessa se si stabilirà che è stata una fatalità, un errore umano. Che peccato – si dirà – che quel giorno non piovesse, aveva fatto brutto il resto della settimana, meritevoli certo i quattrocento pompieri intervenuti… etcetera, etcetera. Chiacchiere.

La mia Notre-Dame è stata distrutta

il punto di riferimento della mia vita parigina, quando incinta di pochi mesi fui portata d’urgenza per complicazioni all’ospedale Hôtel Dieu sulla piazza della cattedrale, non c’è più. Il giardinetto dietro l’abside col suo recinto di sabbia era il teatro di giochi di mia figlia Victoria, sufficientemente vicino casa per poterla cambiare in fretta quando con gli altri bambini del quartiere si rovesciava secchielli di sabbia in testa. In quel giardinetto, la protagonista del mio libro. Cosa fanno le mie piante quando non ci sono verifica alcune teorie sulle api impollinatrici e raccoglie i pensieri, guardando la Senna, come io ho fatto decine e decine di volte, triste o allegra, preoccupata o sollevata, sentendomi ogni volta un po’ meno sola, a casa.

 

No, non m’interessa neanche sapere che fra un certo numero d’anni verrà ricostruita – Nuova! Come Venezia in Cina! – sono furiosa perchè appartengo a una civiltà decadente, indegna, che non sa preservare la bellezza, che sottovaluta il valore di ciò che ha ereditato. Una società insulsa e superficiale, ipocrita, umorale, litigiosa, arrogante per via della tecnologia, distratta da sciocchezze, prostituta per meri interessi economici.

 Il teatro Petruzzelli a Bari, la Fenice a Venezia, Palmira, Torino col salvataggio in extremis della Sacra Sindone… quanti precedenti… Poco importa perchè è successo, non sappiamo preservare il patrimonio dell’umanità dai più svariati pericoli, siano essi legati a guerre e terrorismo, all’avidità o alla stupidità umana; non siamo degni della responsabilità di mantenerlo vivo per le generazioni future, esattamente come stiamo distruggendo la Natura. Eterni bambini viziati passiamo dall’esaltazione per un oggetto del desiderio – che infiocchettiamo con tutta la retorica dei buoni sentimenti e della cultura – all’indifferenza di chi dà per scontato il privilegio di godersi un’opera d’arte, un tramonto sul mare pulito o una passeggiata nel bosco.
Quando è crollata la flèche ottocentesca, il parafulmine che protegge Parigi, è crollato un po’ del mio ottimismo, della mia fiducia nella nostra civiltà. Quelle fiamme segnano la fine di un’era. Giusto che sia così, non ci meritiamo ciò che altri, migliori di noi, hanno saputo lasciare di sé.

Per aiutare a ricostruire ogni gesto è importante:

https://don.fondation-patrimoine.org/SauvonsNotreDame/~mon-don?_cv=1

 

GIUSEPPE VERRI: COME ESSERE ARTISTI OGGI?

Non lo immagineresti mai, quando lo vedi impastare quattro farine diverse per preparare la Maza, la sua famosa pizza nel forno a legna, o quando ti spiega come fa crescere il luppolo della sua birra artigianale, per trasformarsi, cinque minuti dopo, nel “re della brace” facendoti gustare una costata da far invidia alla forentina più verace. Ma poi, basta farsi un giro nei terreni attorno al casolare per accorgersi che il suo gettonatissimo agriturismo (il Casale della Mandria tel. 06 93748540) a mezz’ora da Roma, è in realtà un museo a cielo aperto, una fucina d’idee e un alveo di creatività allo stato puro perchè, oltre alle sue gigantesche sculture disseminate qua e là, possiede un piccolo rudimentale anfiteatro in legno dove organizza serate e spettacoli, un punto energetico dove si raduna un gruppo di appassionate di yoga (una grande statua della fertilità ne segnala il centro esatto) e campi di grano, olivi… in un guazzabuglio disordinato e allegro di attività.

Eh già, perchè come me, anche Giuseppe crede che “Tutto è possibile”

 

D’altra parte lui ne è la dimostrazione vivente: la laurea in ingegneria era stata il suo destino fin da quando la madre lo aveva in grembo. Terzo di quattro figli, ma primo maschio di casa – “Gli amici mi chiedevano: quando nasce l’ingegnere?” racconta divertita mamma Verri che ancor oggi lo aiuta in cucina – quest’omone imponente dal sorriso aperto, fino a qualche anno fa, lavorava a Roma con giacca e cravatta.

“L’arte è sempre stata presente nella mia vita però, ad oggi avrò fatto più di 700 sculture” precisa. Fin da adolescente, l’amore per la natura e la scultura occupavano parte delle sue giornate e dei suoi sogni per il futuro. Più che di sogni, forse dovrei dire “visioni” perché in lui c’è una qualche veggenza, mescolata a ricordi dell’infanzia più remota. Mi fa pensare al desiderio di Picasso sul letto di morte di saper dipingere come un bambino: la gigantesca statua della figliolina Viola in mezzo ai papaveri; la mega-tromba; la porta glicine intitolata “Open” mi fanno ammirare la sfrontatezza monella di questo Oliver Twist con la barba.

Magnifiche – indizio di vero artista non sfuggito a critici d’arte e curatori – le sculture con materiale di recupero e in ferro “ Il bufalo” “La donna”… e i grandi totem disseminati in giardino, nei materiali più diversi, ad evocare mondi antichissimi, forme catalizzatrici d’energia e misteri insolubili.

D’altra parte siamo sui colli Albani, Lanuvio (l’antica Lanuvium, uno dei 30 populi della Lega Latina che nel 338 a. C. fu sconfitta da Roma) è a pochi passi da qui. E qualche kilometro appena ci separa dal sito archeologico del Santuario di Giunione Sospita, con la famosa grotta dove era custodito il serpente sacro alla dea, a cui, in primavera, venivano offerte focacce da giovani fanciulle. Sospetto che Giuseppe si sia propiziato i favori di tutti gli dei dell’Olimpo mentre divoro uno dei suoi memorabili carciofi, ma poi torno seria, perchè questa faccenda di vivere in luoghi tanto pregni di storia remota non può non intaccare l’ispirazione e la sensibilià di un artista come lui, prototipo vivente di una nuova, moderna stirpe di creativi a tutto tondo, duttili agli stimoli più diversi, ancorati al passato e alla realtà, senza snobismi, ma con un senso profondo d’eternità.

Rimaniamo in silenzio a respirare l’aria umida di pioggia, c’è una luce bellissima che sfugge alle nuvole scure, disegna i contorni dei pini ad ombrello – quelli che ti confermano che sì, ti trovi nel Lazio!! – e non c’è verso, torniamo a parlare d’energia. “Non so come… le cose che mi accadono, vengono a me, da sole. Le attiro”
Qualcosa vibra, lo so molto bene, e concordo: intercettare quell’invisibile legame che ci lega tutti, l’energia stessa che veicoliamo, dentro e fuori dal tempo, è la base d’ogni vera comunicazione possibile, nell’arte come nella vita.

IL TEMPO? NON ESISTE

Il tempo arrangia tutte le cose si dice… ma di quale tempo parliamo?
Studiare le piante (il trait d’union fra terra e cielo, secondo le più antiche credenze) mi ha convinta, se mai ce ne fosse stato bisogno, di quanto avevo sempre immaginato: il tempo non esiste, non nei termini che intendiamo comunemente per lo meno. Quella linea retta infinita/finita che abbiamo imparato a rispettare/temere non ha nulla a che vedere con l’immagine a spirale o circolare che molte filosofie orientali o precolombiane invece propongono.

Per i Maya ad esempio, il serpente del tempo s’arrotolò 9 volte e solo a quel punto gli spiriti espressero il proprio volere attraverso la parola, creando gli uomini.

La scienza poi, ci parla di tempo che si accellera.

La risonanza Schuman, il cosidetto battito del cuore della terra drammaticamente aumentato dal 2012, ha accellerato la nostra percezione della velocità del tempo tanto che in una giornata di 24 ore viviamo una densità di tempo pari a 16 ore, con la conseguente sensazione che i minuti corrano e ci sfuggano interi scomparti del nostro calendario.

Insomma il tempo non esiste, esisterebbe solo una densità di frequenza. Il tutto in un Universo in pieno movimento e noi, ciascuna delle nostre cellule, con Lui.

La fisica quantistica poi sembra sussurrarci che dovremmo parlare d’eterno presente o meglio d’eterni contemporanei presenti paralleli. Al punto che potremmo sceglierli, visualizzando di volta in volta, persino emozionalmente, il nostro preferito.

Tutto questo abbaglia, sconcerta, ma anche rinfranca. Guardo Kenzy là sotto la finestra, la mia pianta coinquilina nella piccola soffitta dove abito a Roma. È bella e rigogliosa, malgrado la mia ennesima assenza lunga qualche settimana. Non so come abbia fatto a gestire la poca acqua che le avevo lasciato, ma ce l’ha fatta, ancora una volta muovendosi in uno spazio di tempo lento e infinito. Insieme ci godiamo le dolci note di Schubert, mentre fuori piove e il vento si scatena.
E chissà perchè, cosi’ di fronte a lei, mi vengono in mente dei versi di Rumi, il poeta mistico di origine persiana:

Il mio occhio viene da un altro
Universo
Un mondo da questo lato, uno

dall‘altro: io siedo sulla soglia