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CONSIGLI UTILI PER EVITARE UN NATALE DEL CACTUS

Fra poco inizia il solito delirio. Lo sappiamo. Inutile negarlo. Ogni anno cerchiamo di fare gli spavaldi e convincerci che questa volta ce la prenderemo comoda, praticando un nobile distacco dalla retorica delle palle e delle luminarie ipnotizzanti, delle gioiose musichette sfonda-timpani, della neve falsa e delle letterine a Babbo Natale da fingere di spedire in Lapponia. Ci diciamo che sapremo resistere alle tentazioni culinarie del menu pantagruelico: i tortellini naviganti nelle torbide acque del brodo, la pasta al forno, incandescente tradizione familiare (perché dev’essere gustata calda!) che ti asfalta la lingua e il palato fino al 2022, i volatili ben pasciuti sacrificati nel pentolone da druido della nonna, i torroni spacca-denti e i panettoni strozza-fiato.

Pochi ce la faranno, quelli che riusciranno a lasciare il Paese in tempo, con aerei, treni e auto veloci. Poi ci contenderemo i mezzi di fortuna rimasti, le scialuppe di Costa Crociere, le smart, le bici, i monopattini elettrici, i bus, i più temerari s’inventeranno un Camino de Santiago de Compostela sulla tangenziale o il raccordo anulare per lasciare le città dove s’annidano i parenti più numerosi.
Io invece, cari amici, voglio chiudere questo magnifico anno di blog, con un solo consiglio: LIBRI!!! La più economica, salutare, veloce, sicura via di fuga dalla realtà! Ecco qualche idea:

Per l’amico aspirante cantante, che sogna di andare a X-factor e San Remo nello stesso anno: Non far rumore di Mauro Sperandio sarà di sprone;
Alla cugina che ha appena divorziato: Le corna stanno bene su tutto di Giulia de Lellis darà conforto, vedrete!
Alla zitella di famiglia un classico: Il piacere di Gabriele D’Annunzio, sperando che non sia troppo tardi;
Per lo zio afflitto atavicamente dalle emorroidi: Non c’é niente che fa male così di Amabile Giusti darà finalmente la giusta considerazione al suo calvario;
Per il figlio che non si schioda dal divano dei genitori: Parti da dove sei di Pema Chödrön;
Allo scrittore di nicchia come me: Libri scomparsi nel nulla… e altri che scompariranno presto di Simone Berni raddoppierà la fiducia in se stesso;
All’amica cara che ti augura sempre… il peggio: Invidia il prossimo tuo di John Niven farà l’effetto di autobiografia;
All’ultra settantenne pessimista cronico che-tanto-ha-già-vissuto: La fine del mondo prima dell’alba di Inio Asano, da scartare preferibilmente dopo la mezzanotte;
Ai fanatici del sushi, che ti svangano le palle con il ricordo dei ciliegi in fiore: Dio odia il Giappone. Romanzo d’amore e fine del mondo di Douglas Coupland farà rivalutare un buon panino al salame;

E arrivati a questo punto, certo, visto che siete stati così generosi con tutti, perché non premiarvi cercando rifugio nel mondo delle mie adorate piante?
Cosa fanno le mie piante quando non ci sono:  https://amzn.to/2KQWSET  

of course, un ever green è il caso di dirlo! Da assaporare con un eccellente vino in bollicine…

P.S. A parte gli scherzi…

BUONE FESTE, LEGGENDO, SEMPRE…
PERCHE C’E ALMENO UNA FRASE CHE TI ASPETTA IN OGNI LIBRO CHE SCEGLI !!!

LE DONNE, IL CLITORIDE E IL PREMIO NOBEL

C’è un libro che fa discutere in Francia, scritto da una storica e sociologa dell’Università di Ginevra, Delphine Gardey. S’intitola “Politique du clitoris” e traccia il primo studio storico, scientifico e politico di quest’organo femminile, il clitorideun’appendice inutile alla riproduzione ma molto utile al piacere della donna! – e quindi, nel corso dei secoli, considerato simbolo da affermare o combattere nel quadro della progressiva affermazione delle donne nella società.

“Una curiosità!” ha lanciato qualcuno – un uomo! – nel corso di un pranzo a Parigi, qualche giorno fa. Ma neanche tanto, ho precisato io, se perfino oggi, nella nostra scanzonata e disinibita società multiculturale, il clitoride viene disegnato col gesso fuori dalle università, esibito nelle manifestazioni femministe come simbolo del diritto al piacere sessuale della donna, fuori da ogni repressione e controllo maschile.

Ricordo che per più di un secolo, dal 1800 in poi, la masturbazione femminile era considerata sindrome di follia e isteria, e ancora negli anni ’20 e ‘30 del 1900 chirurghi reputati praticavano la clitoridectomia, completa di ablazione delle piccole labbra.

Quando ci indignamo sulle pratiche ancor oggi vigenti in molti Paesi dell’Africa o dell’Asia dovremmo ricordarci che la sessualità femminile è sempre stata ostaggio del controllo e del dominio maschile, anche nella nostra evoluta società. Non stupisce dunque, che oggi, proprio in virtù del nuovo multiculturalismo, il simbolo del clitoride torni fuori, e venga esibito come una provocazione che sciocca più di qualcuno. Tra parentesi, se sciocca, se rivolta, vuol dire che in qualche modo è ancora d’attualità.

Conoscere se stesse, il proprio corpo, i suoi desideri mette in causa la propria identità, la consapevolezza del proprio valore e dunque è una faccenda anche politica! Significa affermare che le donne possiedono una personalità completa, dove la testa fa i conti con il corpo e le sue esigenze, i suoi organi, tanto quanto gli uomini.
E siccome non credo alle coincidenze, ma al filo sottile che lega i pensieri, come tracce di riflessioni profonde, non ho potuto fare a meno di soffermarmi sul trafiletto di un giornale comprato all’areoporto per sconfiggere il solito ritardo del mio aereo, che riportava questo semplice dato:

Dal 1901, data della creazione del Premio Nobel, sono state ricompensate (in tutte le categorie) solo 53 donne a fronte di 866 uomini, premiati dalla prestigiosa Accademia.

Allora chiariamoci bene: la struttura cerebrale di partenza non è unica: il cervello maschile e quello femminile sono diversi per natura (come ricorda opportunamente Louann Brizendine nel bel libro “Il cervello delle donne”) esattamente come sono diversi i nostri corpi, fatti per essere complementari. È bene ricordare tutto questo, specie alle nuove generazioni, ribadendo tuttavia –  soprattutto per i più distratti lassù in Svezia! – che comunque, uomini e donne hanno lo stesso numero di cellule cerebrali.

IL CONTAPASSI,LO SCIOGLIMENTO DELLE CAMERE E DEI GHIACCIAI

Ieri una signora seduta su una panchina contava tutta fiera i passi che aveva “coraggiosamente” compiuto intorno al Lago di Misurina. Io stavo leggendo dello scioglimento delle Camere e dei ghiacci, dell’Amazzonia, il polmone del mondo, drammaticamente in fiamme, scuotendo la testa disperata. La scena mi sembrava surreale.

courtesy by Victoria Schaal

Hill with trees about to burn in red, orange wildfire (V.Schaal)

Io non voglio contare i passi. È terribile tener conto dell’avanzare. Specie quando è illusorio. Quale malefica forza ci spinge a tenere la contabilità di tutto ciò che facciamo, diamo, riceviamo?

Signora, l’energia va spesa, il corpo usato, il cervello impiegato, il cuore donato, l’anima coltivata. Il tempo rielabora e comunque divora, allora perchè contare?

La combustione triste dei nostri giorni (contati, quelli Sì!) sembra la foresta amazzonica che brucia. Nessuno ci restituirà quei passi, ma non vanno nemmeno contati, sono stati un piccolo viaggio. Memorizziamo quello, invece della cifra delle calorie spese, delle scarpe consumate. Impariamo invece a distinguere la gravità irrimediabile di ciò che ci accade intorno.

 

Signora, conti le stelle, conti i governi “del cambiamento” che si susseguono senza una minima visione di futuro, conti gli alberi che non ci sono più, l’ossigeno che diminuisce, conti i ghiacciai che scompaiono, che i nostri figli e nipoti non vedranno mai, conti il tempo che ha perso a contare… e a far finta che è una bella giornata soltanto perchè lei ha bruciato le calorie di una fetta di torta.

TALISMANI ANTI-BLUES

Quando scrivevo gialli, mi ero divertita ad analizzare statistiche sui delitti.

Con sorpesa ad esempio avevo scoperto che i picchi depressivi che portavano ad uccidere o a suicidarsi non si registravano negli smorti mesi invernali, bensì in quelli di maggio-giugno, in piena esplosione cioè della bella stagione. Non voglio dare brutte idee a nessuno, ma il giorno più gettonato secondo i dati dell’epoca era il giovedì – oggi, in Italia, la notizia andrebbe aggiornata se non altro perchè nel nostro “civilissimo Paese” una donna viene uccisa ogni 48 ore, (prevalentemente dal proprio compagno) in barba al calendario. Di recente ho letto che il giorno considerato più faticoso è il martedì, mentre l’infarto uccide di più il lunedì. Personalmente, e non sono la sola, ho un’antipatia per la domenica.

Senza andare a toccare tematiche tragiche legate a problemi specifici, è innegabile che il modello di società patinata, stucchevolmente felice e vincente nel quale siamo immersi come in un brodo dolciastro dalla mattina alla sera, talvolta generi e accresca in chiunque, specie nei momenti liberi dalle incombenze del lavoro, sentimenti di amarezza, tristezza e malinconia. Benché assolumente fisiologici nell’arco di un’esistenza normale, tendiamo a non accettarli, colpevolizzandoci o deprimendoci per non essere stati capaci di costruirci un fortino di vita perfettamente inespugnabile dai periodici colpi di blues.
Quando la fitta dolorosa arriva, può essere utile mettere in atto piccole strategie: farci belli e andarcene fuori ad esempio, passeggiare per le vie della città, in un giardino, in un bosco permette di eludere l’egocentrismo solitario della depressione e diventare “uno con gli altri”. Altra astuzia è “uscire da sé” leggendo un libro o guardando un film che letteralmente “ci porti via per un po’ da noi stessi e dalla nostra vita”. Io ne ho alcuni vincenti che mi piacerebbe qui condividere:

“Guerra e amore” di Woody Allen, una versione esilarante del celebre “Guerra e Pace” di Tolstoï . Intelligente e non-sense come sapeva essere il primo Woody Allen assicura uno scanzonato divertimento filosofico. DVD disponibile qui: https://amzn.to/30AtFDv

“Zia Mame” con Rosalind Russell. La storia spumeggiante di una zia un po’ svitata che eredita un orfano di 10 anni che educa secondo il motto “la vita è una festa e va goduta fino in fondo”. DVD disponibile qui: https://amzn.to/2GgjyvX

“Speriamo che sia femmina” di Mario Monicellicon Catherine Deneuve e Liv Ullmann per restare nell’assolata campagna toscana. DVD disponibile qui: https://amzn.to/2XSvjUt

Completamente all’opposto è “Sognando l’Africa” con Kim Basinger (DVD disponibile qui: https://amzn.to/2XN9BB2), tratto dal romanzo autobiografico di Kuki Gallmann (ancora meglio il libro che potete trovare qui: https://amzn.to/32uuEai !).

Pare incredibile, ma le storie su destini eccezionali e tragici leniscono i nostri piccoli momenti down. Io scelgo quelli che mi portano in altri Paesi e con attori che mi piacciono. Tra i miei preferiti:

“Il velo dipinto” tratto dal romanzo “ The painted veil” di Sommerset Maugham(da leggere anche il libro, magnifico!) ambientato nella Cina degli anni ’20-30. DVD disponibile qui: https://amzn.to/2XKhVBv“Il paziente inglese” ci porta nel deserto… con Ralf Finnes, quando era ancora stratosferico! DVD disponibile qui: https://amzn.to/2SiOz7n“L’uomo che sussurrava ai cavalli”con Robert Radford, sempre stratosferico! DVD disponibile qui: https://amzn.to/2ShGtvK

Sono film avventurosi, lontani dalla quotidianità, tristissimi, che ci fanno bene. Se ci commuoviamo, meglio, evacueremo frustrazioni e dolori nostri.

Tra l’altro, se ci sentiremo meglio tenderemo a guardarne solo la prima metà, quando l’esito drammatico è ancora incerto e la storia potrebbe finire altrimenti: le malattie e i morsi dei serpenti diventano curabili, gli aerei volano senza schiantarsi, lei o lui non deve partire per sempre e… tutto, tutto è ancora magicamente possibile!!!

ORRORE NAZISTA E POESIA: L’ALBERO DI GOETHE

Avete presente il campo di concentramento di Buchenwald in Thuringia? Qualcuno forse, come me, lo avrà visitato con la scuola, di certo in molti lo hanno visto in film e documentari…

Si trovava sul fianco di una collina brulla, sferzata dal vento che d’inverno era glaciale. Ovunque filo spinato elettrificato. Le baracche allineate in un tetro ordine da avenue si mescolavano a caseggiati più grandi: quello della sala delle docce per la disinfestazione e l’ampio edificio del cosiddetto “servizio di patologia” con l’infermeria e i laboratori. Su tutto svettava il forno crematorio.

In mezzo a questo inferno, pochi sanno che vicino alle cucine, c’era un albero, un grande faggio. Fu pietosamente conservato perchè Goethe era solito venire a passeggiare da queste parti, nei dintorni di Weimar, per pensare e scrivere.

E’ difficile immaginare due momenti della storia tanto lontani e inconciliabili. Eppure quell’albero è stato testimone di atrocità e orrori quanto della più alta forma di creatività dell’uomo.

La morte per genocidio e l’immortalità dell’arte hanno alimentato il silenzio interiore di quel faggio e sarebbe bello potergli chiedere, a questo punto: “Qual è il significato della vita?” Probabilmente risponderebbe come il monaco buddhista Mumon Yamada “La vita non ha nessun significato e nessun non-significato, bisogna viverla!”

P.S Fino al 30 giugno “Cosa fanno le mie piante quando non ci sono” è in offerta a soli 8 euro. Per comprarlo clicca qui: https://amzn.to/2XCJ48Q

IL CAMMINO DI VITA DI CIASCUNO DI NOI

Qualcuno forse ricorderà il titolo di uno dei più bei libri di Bruce Chatwin “Che ci faccio qui?”. Sul filo delle rimembranze, ho seguito quel grido spontaneo e nitido fino all’approdo di una piccola conclusione: forse ogni romanzo in definitiva, in ogni tempo e in ogni parte del mondo, pone lo stesso interrogativo.

Al di là di tutti i temi trattati nella trama del mio “Il problema del mese di aprile”Il Problema del Mese di Aprile (Nuova Edizione 2019) da poco riedito con Amazon, in fondo la questione che già ponevo quindici anni fa era propria questa: “Qual è il nostro percorso?” e soprattutto “Cosa siamo chiamati a fare per allinearci a questo cammino?”

Jacky, la protagonista del mio romanzo, giornalista-scrittrice inglese, ha un’idea precisa del tipo di sacrifici che deve compiere per essere una buona madre, una madre perfetta che all’occasione fa anche da padre al suo bambino (perchè il padre vero è tornato nella nativa Spagna con una nuova compagna). Jacky diventa la casa di suo figlio in una Venezia meravigliosa, a misura di bambino. Pensa che scrivere un libro le basterà per viaggiare da ferma, pensa che sarà felice perchè William, suo figlio, sarà felice. E invece una serie di imprevisti banali la incanalano in vicissitudini che la porteranno a interrogarsi sull’essenza della propria vita.

“Era davvero questa la mia strada?” Quanti di noi se lo sono chiesto, giunti a una certa maturità? Come sarebbe stato se…”
C’è una parte di noi che crescendo ci diventa sempre meno sconosciuta, che si esprime attraverso il corpo e i suoi malesseri, i sogni e i voli della mente. Questa parte – la nostra anima per chi ci crede – rivendica ed esige che amiamo e rispettiamo noi stessi prima di poter amare il nostro prossimo, nostro figlio, nostra madre, nostro padre, nostro marito, nostra moglie. Dice il Buddha nel Samyuita Nikaya “Nell’attimo in cui capite quanto sia importante amare voi stessi, smettete di far soffrire gli altri”. Ho incontrato molte persone “illuminate” in giro per il mondo e mi ha sempre colpito molto il fatto che tutti individuassero nell’amore per se stessi, e poi per gli altri, gli animali, le piante, i minerali, l’Universo, il vero scopo della vita.

Per se stessi, appunto. Sembra facile – ho sempre obiettato – non lo è affatto. Perchè ovvio non si tratta di egoismo, per amarsi sono necessarie comprensione e consapevolezza: tutto ciò che alla protagonista del mio romanzo fa difetto, troppo occupata a piegare la propria natura curiosa e nomade, a sedare i moti dell’anima, a negarsi il diritto alle proprie aspirazioni. Il risultato è un sacrificio poco utile, un regalo d’amore monco, privo di autentica gioia perchè la volontà di amare non basta, non è ancora amore.

C’è un famoso monaco vietnamita che vive in Francia Thich Nhat Hanh che ha toccato forse il punto fondamentale di tutta la faccenda “Conoscere se stessi – dice – è la principale pratica d’amore”
La Jacky del mio romanzo finirà con l’imparare la lezione a duro prezzo, scontrandosi con le proprie illusioni. Noi forse possiamo abbreviarci il cammino, “albergando in noi stessi” al di là d’ogni dolore e paura, osservandoci e accettandoci per ciò che siamo, perchè in questo nostro modo d’essere risiede la traccia del nostro personale itinerario di vita.

23 APRILE GIORNATA DEL LIBRO. HA SENSO?

Ammettiamolo, queste “Giornate Mondiali di qualcosa” sono spesso di una sconcertante retorica! Ce n’è per tutti i gusti: dell’acqua, della terra, della felicità, del bacio, del sonno, del silenzio, del fiore… Ce n’è persino una del Rutto Libero (il 15 settembre) ma credo sia sponsorizzata da qualche Festival della Birra. Mi meraviglio che ancora non ne esista una dello sputo, ma oggi forse sarebbe considerata troppo sovversiva. Le Giornate “serie” vengono tutte da quella grande fucina di idee teoriche e pressochè inapplicabili che dovrebbe garantirci la pace e che chiamiamo O.N.U. nelle sue diverse varianti.

La Giornata del Libro ad esempio è nata nel 1996 dalle frenetiche attività dell’Unesco. Quel giorno, in ufficio doveva esserci una maggioranza di funzionari spagnoli perchè scelsero la data del 23 aprile, nota per essere il giorno della morte di Miguel de Cervantes, de Garciloso de la Vega e del solito evergreen William Shakespeare. Avrebbero potuto scegliere il 14 settembre quando morì Dante Alighieri, poeta di gran lunga superiore a de la Vega (e nato tra l’altro – come me! – il 29 maggio) invece no, quel giorno all’Unesco era giornata di paella.

Comunque va detto che alle Nazioni Unite sono stati lungimiranti: devono aver previsto già molti anni fa che avremmo avuto bisogno di idee per scrivere dei post sui Social e che grandi multinazionali ne avrebbero tratto occasioni per vendere ogni sorta di prodotto, foto, disegni etc… Beninteso non c’è niente di male in questo. Tutt’altro! Fa girare l’economia.

Va tutto benissimo appunto, ma per favore smettiamo di credere che stiamo cambiando il mondo, militando utilmente per una causa, convincendo gli scettici, aprendo una breccia nel cuore degli indifferenti. La Giornata della Terra non incide sull’inquinamento più di quanto la Festa della Donna non impedisca agli uomini violenti d’essere violenti. Né, mi sembra, induca profonda riflessione per un cambiamento reale nei nostri comportamenti.

La Lettura è una forma d’educazione, un esercizio, un’abitudine che alcuni di noi hanno imparato fin da bambini e che si può praticare a qualsiasi età. Leggere è un modo di sfuggire alla vita con altre vite, per comprenderle, approfondirle, imitarle se sono fonte d’ispirazione. Leggere permette conoscenza e ragionamento, dà uno scopo, appaga l’animo. Quante volte, leggendo un romanzo ci siamo detti che avremmo voluto un amico così, un viaggio così, un amore così, un Maestro così!
C’è davvero bisogno della retorica didattica delle celebrazioni e indire una Giornata del Libro per rammentarcene?
Mi fa pensare alla reazione di certi genitori, quando mia figlia era al Liceo: “A scuola se la cava bene – si lamentavano spesso – ma non legge!” E io mi mordevo le labbra per non rispondere: “Ma scusa, a casa, vi vede mai con un libro in mano?

Ecco, sospetto che la Giornata del Libro sia un po’ così, lo specchio di una società che non legge più, ma erige monumenti… il 23 aprileGiornata della paella!

DELL’ARTE DI PARLARE ALLE PIANTE

Ogni volta che presento il mio libro Cosa fanno le mie piante quando non ci sono e mi ritrovo a dire che, come la protagonista del romanzo, gli parlo regolarmente chiamandole per nome, nell’auditorio noto che serpeggia una perplessa ilarità. Approfitto allora di questo blog per entrare un po’ nel vivo dell’argomento.
Premesso che parlare da soli è assolutamente benefico, perché ci obbliga a rallentare e ad ascoltarci – lo stesso Einstein ammise di ripetersi spesso le cose lentamente e a bassa voce – tengo a precisare che dialogare con le piante è cosa diversa e più profonda, perchè si tratta di un vero scambio fra esseri viventi che entrano in una sorta di armonica alleanza di energie. Chi ha l’abitudine di passeggiare da solo nel bosco, sa bene che in realtà penetra in un mondo che palpita e vive e comunica con il suo corpo energetico.

Negli anni ’70, l’agricoltore messicano Don José Carmen Garcia Martinez, trovatosi nell’urgenza di escogitare soluzioni per salvare il suolo sterile del suo terreno, si mise a parlare tutti i giorni con la Madre Terra, ottenendo, dopo pochi mesi, con un utilizzo irrisorio di fertilizzanti e senza pesticidi, degli ortaggi di dimensioni straordinarie, capaci di resistere alle malattie. La sua fama crebbe rapidamente in tutto il Messico, tanto che l’Università di Agronomia di Chapingo cominciò a studiare il fenomeno.

Don José sosteneva che il suo metodo in realtà era assolutamente semplice: comprendere le piante, trattarle con dolcezza, creare affinità, fare conversazione. “La vita delle piante è tale e quale a quella di ogni essere vivente” scrive nel suo libro El hombre que habla con las plantas.

Non solo, Don José usava nuovi alberi per attirare la pioggia, selezionandoli accuratamente e piantandoli secondo un tracciato poligonale.

L’Università di Chapingo eseguì allora tutta una serie di esperimenti nel deserto del Vizcaino dove non pioveva da 6 anni e nello Stato di Oaxaca (la patria della mia curandera Gudelia vedi art. di questo blog) seguendo alla lettera le indicazioni di Don José. Dopo aver piantato i nuovi alberi, nello stupore generale, sui due siti in questione iniziò a piovere a dirotto su una superficie di terreno pari a 30 km attorno alle zone rimboschite.

Per spiegare il fenomento si evocarono ipotesi legate alla fisica quantistica, riti già praticati dai Maya legati all’attivazione di circuiti elettromagnetici e quant’altro… mentre il buon Don José, divenuto un attivista ecologico, continua a predicare di piantare alberi nel mondo. Certo, non tutti possono ottenere cavolfiori di 45 kili come lui, ma perché non provare a salutare le vostre piante domattina con un bel BUONGIORNO?!

LASCIATE IN PACE FRIDA!

Ho sempre amato Frida Kahlo, da tempi non sospetti intendo, perchè oggi tutti sembrano entusiasti di lei. Inutile dire che quando era viva, gli stessi “tutti”, come artista, le preferivano il marito Diego Rivera persona grata, tra l’altro, a certa intellighenzia comunista filosovietica.

Ma oggi Frida fa l’unanimità, o meglio il suo ritratto con le sopracciglione unite (perchè sono certa che pochi saprebbero citarmi una sua opera) è diventato un brand, un talismano per assicurare vendite, profitti e una generale simpatia. Dalla lacca per capelli, alla copertina di un libro recentemente pubblicato dal titolo furbetto “Cosa farebbe Frida?” la povera artista giganteggia su poster, mug, t-shirt, pins, borsette e tutta una paccottiglia di gadget, finendo coll’essere ciò che la più autentica Friducha (come la chiamava il padre tedesco) non avrebbe mai voluto incarnare: una povera, sdolcinata icona, venerata come la Vergine Maria.

Proprio lei, la ragazzina caparbia e provocatrice nata nel 1907, che si presentò vestita da uomo per la foto ufficiale di famiglia; lei, l’enferma, bambina malata (si disse) di poliomelite e, dopo l’incidente del bus che le frantumò la colonna vertebrale, “la disabile” costretta all’immobilità di busti e ingessature e a più di trenta operazioni chirurgiche; lei che di sé diceva “Yo soy la desintegracion” e beveva per sopportare i dolori ovunque, è diventata una specie di variopinto grottesco “inno alla gioia”, emblema di una felicità semplice, gridata, ruspante.

E invece di facile, nella sua breve vita di 46 anni, non c’è stato niente: nè il matrimonio (poi rinnovato) con Diego, la sua anima gemella, ma uomo egoista e fedifrago che non esitò a tradirla neppure con sua sorella; nè l’affermazione della sua arte dissacrante, anticlericale, magica e mostruosa, irreverente e oscena che di rado fu apprezzata dalla Critica che non le perdonò mai d’aver rifiutato l’etichetta di surrealista; nè il destino che le negò a più riprese la grazia della maternità, permisero a questa donna di godere a pieno della vita.

 

Il suo unico privilegio fu IL CORAGGIO, quello sì, l’ostinata volontà di proseguire il cammino malgrado tutto, di amare, viaggiare, esporre il proprio corpo per ricavarne piacere, per mostrarlo con tutte le sue cicatrici, giocando col tempo che sapeva breve. “Consigo ser yo; consigo hacer lo que me da la gana” (Ottengo di essere io, ottengo di fare ciò che mi dà voglia) risponde a chi le chiede conto dei suoi comportamenti.
Mi piace suggerire i libri che amo, raggiungibili, seppur solo in spagnolo, anche nel lontano Messico grazie al tanto vituperato Amazon. “Diego Rivera y Frida Kahlo: el amor entre el elefante y la paloma” di Gabriel Sanchez Sorondo è un racconto giusto, misurato, nel riferire e tracciare i percorsi, delizioso nel restituire “la desproporcionada energia” di questa fragile, grande donna che, malgrado le ferite e le menomazioni, osava dire “Me quiero tal como soy” (Mi amo così come sono)

Ma si sa, gli ottimi libri raramente diventano best-sellers e allora, vai con “le insalate alla Frida” e la giostra, al suono dei Mariachi, continui a vorticare, che tanto ormai, LEI, la vera Friducha se n’è volata via e, come scrisse all’ultima pagina del suo diario (“espero non volver jamas”) non ci tiene proprio a ritornare fra noi!

Un documentario veramente fatto bene ? clicca play

“BROKEN NATURE” LA TRIENNALE DI MILANO S’INTERROGA…MA POI?

Broken Nature: Design takes on Human Survival così s’intitola la XXII Triennale di Milano (1-3/1-9 2019) e l’intento è evidente: indagare, nei modi più svariati, surfando fra passato e futuro avveniristico, sui legami dell’uomo con l’ambiente naturale, ambiente gravemente compromesso dalle decisioni scellerate della nostra civiltà. Architettura e design devono/dovrebbero (non riesco a decidere quale verbo usare e non sono la sola) reinterpretare il rapporto fra esigenze di vita di tutti noi e contesto in cui viviamo. Insomma l’eterno, insolubile dilemma fra ecosistema sociale e naturale è il punto di partenza per questa mia breve riflessione.

Sì, perchè siamo tutti dalla parte dell’ecologia, fino a quando in cima ad un vulcano non dobbiamo lavarci con un litro d’acqua gelata a testa; siamo tutti per la raccolta differenziata fino a quando “non ci scappa” in piena foresta pluviale; siamo tutti “due-cuori-e-una-capanna-basta-la-passione” fino a quando non passiamo l’inverno in tête à tête in una bicocca senza riscaldamento. Conosco coppie che dopo una simile esperienza si sono lasciate così duramente da non salutarsi più per le strade di Parigi.

Ci siamo abituati alle comodità e le nostre comodità costano caro all’ecosistema. Tornare indietro è molto difficile, pressochè impossibile. E poi, non so voi, ma a me, le soluzioni abitative che preservano l’ambiente appaiono sempre come strani incubi notturni, fantasie appunto. Le guardo, talvolta le ammiro, ma poi – mi dico – devo tornare a casa mia. E casa mia, a Venezia, ha circa 1570 anni. Il design flirta con lo spettacolo. Le sperimentazioni più svariate sono forme d’arte, poi c’è la vita reale e il problema della vivibilità su larga scala resta.

Certo possiamo evitare gli sprechi, bandire il più possibile la plastica dalla nostra vita (ricordandoci che non riguarda soltanto il supermercato dove facciamo la spesa), usare materiali naturali, fare la doccia anzichè il bagno, ma è difficile immaginare di vivere su un albero, nè facciamo tutti i guardaboschi come il signor Peter Wohllenben (autore di best sellers sulla vita degli alberi).

Può sembrare pericoloso ciò che affermo, ma non lo è. Secondo me, confrontarsi davvero con la realtà è il primo passo verso diverse possibili soluzioni al problema. Delirare sul futuro non serve, vivere come gli Hamish è ridicolo, diversificare le strategie invece, sarebbe, tanto per cominciare, molto più saggio.

Non è un caso che all’interno della Triennale ci sia la Mostra “La Nazione delle Piante” curata da Stefano Mancuso. Perchè è proprio da loro, dalle Piante, che può venire l’insegnamento vincente per un approccio utile alla creazione di soluzioni non-o-poco predatorie nei confronti dell’ecosistema. Non c’è problema in Natura che le specie non affrontino con strategie ad personam, o per meglio dire, ad plantam. Insomma per una volta, essere noi uomini ad adattarci alle diverse circostanze… un po’ come facevano i Maya che non rendevano santi, luoghi di loro scelta, ma eleggevano i siti sacri sulla base delle qualità energetiche specifiche del posto.

LA MEDITAZIONE FRA LE PIANTE? ECCO UN VIDEO PER ENTRARE IN MEDITAZIONE

Foto di Victoria Schaal (www.victoria-schaal.com)

Alzi la mano chi, fra quanti, intrapresa la difficile strada della meditazione, non ha mai desistito, sopraffatto dalla sfiducia e dallo scetticismo!
Io ci ho messo molto, lo confesso, a capire cosa fosse davvero. Il vuoto, l’assenza di un pensiero dominante – mi dicevano – l’osservazione pura e neutra, l’esserci hic et nunc, liberando i lacci della coscienza. Sì ok. Facile a dirsi!
Per settimane, mesi, cominciavo piena di buone intenzioni, ma finivo inesorabilmente per:
a. Riarredare tutta la mia casa, tinteggiatura dei muri compresa.
b. Programmare i viaggi dei prossimi dodici mesi, con tanto di prezzi e ore di volo.
c. Rintracciare ricordi assurdi dell’infanzia più remota, tipo l’orrida signora di una boutique del centro che mi chiedeva sempre se volevo più bene alla mamma o al papà, gettandomi in faccia la scioccante verità che in teoria si poteva amare di più uno dei due.
Non pensare è impossibile. Non sognare ad occhi aperti, altrettanto. Dovevo provare altri metodi. Ma accendere una candela da fissare per concentrarmi mi aveva rivelato – questo sì – che ero in grado di spegnerla con la mia irrequietezza, quella stessa che in teoria avrei dovuto saper zittire per almeno un quarto d’ora.

Alla fine, quando ormai avevo perso ogni speranza, provai a seguire un consiglio: concentrarmi fra due elementi, due punti, le mie sopracciglia (nel famoso terzo occhio dei chakra) le due mani, le due ginocchia. Per gli stressati cronici come me – quelli con il cervello-criceto che corre incessantemente sulla ruota senza fermarsi mai – vi assicuro, è il metodo giusto (un altro modo per cominciare è affidarsi alle meditazioni guidate on-line, io, ad esempio consiglio quella di Accademia Infinita https://www.youtube.com/watch?v=Y5cLxJGRDvQ )

E finalmente un bel giorno, ecco apparire per un istante il famoso vuoto, un luogo bizzarro dove la mia mente non aveva alcun ruolo da protagonista, niente da pensare, da formulare, organizzare, immaginare. E quell’istante in realtà non era stato un istante ma venticinque minuti. Quasi mezz’ora scappata al cane da guardia della mia coscienza. Un tempo sfuggito al mio orologio mentale. Il tempo-non-tempo, non-misurabile-perchè-chi-se-ne-frega- che con ogni probabilità le nostre piante abitano fin dall’inizio del mondo. Uno spazio neutrale di energia vibratoria, senza nome, ma con una frequenza che interagisce fra tutto ciò che vive.
I più recenti studi sull’intelligenza delle piante hanno rivelato con supporti scientifici che queste posseggono in un loro modo vegetale i cinque sensi, persino quello della vista, seppure meno sviluppato. Esimi studiosi affermano infatti che le nostre piante ci percepiscono come un bagliore. Ma il nostro muoverci nel tempo è talmente rapido che per loro siamo una sorta di lampo nella notte.

Allora perché non provare? Perché non associare alla meditazione anche le nostre piante? Dare loro l’opportunità di darci un’occhiata finalmente, con calma, in questa sospensione pacifica del divenire che conoscono così bene. Se la genetica ci ha confermato che non siamo poi tanto diversi (il genoma del riso ha poche migliaia di geni più di quello dell’uomo) se la memoria cellulare è la stessa, ciò che ci separa davvero è soltanto la nostra straordinaria irrequietezza. È l’animale, il fanatico dell’aggressività, l’insofferente alla propria provvisorietà, il prigioniero dei sensi e delle emozioni, il campione della fuga nell’altrove!

La meditazione, col suo piccolo regalo d’eternità può collegarci alla Natura profonda degli alberi e delle piante, contribuendo a quella connessione che, anche quando non ce ne accorgiamo, si crea nelle nostre case, nei nostri giardini o passeggiando in silenzio in un bosco.

E se invece finiamo col farci una risata, non è grave! Sono certa che le foglie e i rami e i fiori accoglieranno con simpatia il flusso limpido e argenteo d’energia che accompagna sempre un sorriso spontaneo.
Fatemi sapere!

BIBLIOTECA LA VIGNA 21 NOV. VICENZA: L’AMBIENTALISMO DEL CUORE E DELLA CONOSCENZA

È stato un bell’incontro quello organizzato dalla Biblioteca La Vigna di Vicenza, importante centro di riferimento mondiale per le ricerche ampelografiche (dal greco antico ampelòs= Vite) e di studio dell’agricoltura, l’occasione per me, non soltanto di presentare il mio romanzo “Cosa fanno le mie piante quando non ci sono” ma anche d’incontrare lettori aperti alle più ampie visioni del mondo della Natura.

Ha rinfrancato le mie speranze infatti il constatare, una volta di più, la straordinaria vivezza di un fermento nuovo nel campo dell’ambientalismo: la consapevolezza della necessità d’imparare chi sono questi straordinari esseri viventi che chiamiamo piante e come da 500 milioni d’anni hanno saputo resistere ed evolversi sul nostro pianeta. 

Nella settimana in cui gli Organismi delle Nazioni Unite rinnovavano agli Stati l’appello a ridurre le emissioni di gas inquinanti, lanciando l’allarme di un effetto serra sempre più fuori controllo;

nell’anno in cui la Nasa ha ufficialmente rivelato che la risonanza Schumann (il cosiddetto battito interno della Terra) è drammaticaticamente aumentata fino a provocare una prima riduzione del campo magnetico terrestre, rendendoci fra l’altro anche molto più vulnerabili alle radiazioni solari;

nel mese in cui un tornado più consono al Centro-Est degli Stati Uniti che all’altopiano di Asiago, falciava decine di migliaia di abeti rossi, mi sono ritrovata a parlare d’intelligenza delle piante, scoperte scientifiche, soluzioni legate alla biodiversità e soprattutto della possibilità concreta anche per noi, di comunicare con loro e vivere meglio.

Poteva sembrare fuori tema, raccontare una storia romanzata in cui la protagonista dà un nome alle proprie piante, condivide con loro i momenti felici e difficili della sua vita, e invece il pubblico ha seguito, consapevole che un nuovo modo d’abbracciare il nostro impegno “verde” passa anche di qui, dalla loro piena integrazione nel nostro quotidiano. Perché conoscere come le piante comunichino fra loro in modalità simili al nostro Internet, sapere come da millenni trovino soluzioni naturali e formulino alleanze di mutuo soccorso per ovviare ai pericoli più diversi, significa davvero fare qualcosa per salvare il nostro mondo dalla catastrofe.

Non si tratta di scatenare rivoluzioni cruente o di tornare all’età della pietra, ma piuttosto di restituire alla terra impoverita da decenni di sfruttamento, pesticidi, ormoni, la sua naturale ricchezza (nel suolo è custodita l’80% della biomassa) riattivando l’antico equilibrio vitale, fatto di repellenti e anticrittogamici naturali, cicli di crescita compatibili con le necessità della pianta, biodiversità.

È un cammino lungo. Certi errori, commessi fin dagli anni ’60 hanno avuto conseguenze in parte irreversibili, ma molto si può ancora fare. La nuova militanza ambientalista, però, dev’essere consapevole, di buon senso e costante nel tempo. A nulla serve l’impegno di qualche mese per la salvaguardia di questo o quell’animale, se non abbiamo acquisito sane abitudini di vita nel modo in cui facciamo la spesa, ci occupiamo dei nostri rifiuti, accudiamo gli alberi delle nostre città e le piante nelle nostre case,  nella maniera in cui nutriamo noi stessi e i nostri figli.

Il buon senso passa attraverso la conoscenza e il cuore. L’umiltà di capire che la salvezza è possibile soltanto grazie all’osservazione di come si comportano loro, le piante, e all’apprendimento degli insegnamenti che da sempre silenziosamente sussurrano all’uomo.      

 

AMARE COMPLICATO: NE VALE LA PENA?

Mi concedo un piccolo spazio più personale in questo blog, ispirata da una mail di un’amica lettrice (quanti lo desiderino possono sempre scrivermi a fsz@francesca-schaal.com ), che avendo letto “Cosa fanno le mie piante quando non ci sono” si è molto riconosciuta, a suo dire, nel personaggio della protagonista Anne, inciampata in un amore complicato per un pittore: l’affascinante Julien.

Premetto a G. la mia assoluta convinzione che nessun incontro nella vita sia casuale e quindi inutile. Ogni persona sulla nostra strada rappresenta una tappa del nostro percorso, indipendentemente dai tempi e dalla forma in cui questo contatto avviene. La mappa della nostra personale geografia è in qualche modo prestabilita, opportunamente concepita per noi.

Tuttavia, quando c’è di mezzo l’amore la faccenda si complica. L’impatto è serio, sublime, dirompente, tragico, contraddittorio, e destinato a trasformarci per sempre. La personalità dell’artista poi, è nota per essere multiforme, instabile, fluttuante. Occupandomi d’arte da molti anni, come giornalista e curatrice di Mostre, posso dire che non si tratta di un cliché. La sensibilità, la capacità percettiva extra-ordinaria dell’artista hanno il loro risvolto amaro nell’affinata lamina di malinconia che in genere lo persegue nella vita. Il dubbio, la ricerca costante di stimoli e la necessità di rispondere à se davanti a sé, rendono il percorso d’amore complesso e difficile.

Il Julien del mio romanzo è perennemente in preda a un gran traffico di pensieri. Per lui, come scrisse Fromm “la felicità è uno stato d’intensa attività interiore”. Nella continua aspirazione ad una vita diversa, trascina Anne in una corsa infinita fra i sogni. Ma cio’ paradossalmente implica anche un sacrificio della vitalità, come se talvolta la sua personalità si ritrovasse murata in una perenne attesa di qualcuno o qualcosa capace di rianimarlo e permettergli di trovare un suo centro.

In questo continuo esplodere e implodere di sé, Julien dà segni sconnessi e disordinati d’amore e di distacco, di passione e d’immaturità. Per Anne sono lancinanti ferite e picchi d’estasi. E presto si rende conto che la sostanza del loro amore è una materia crollante, terreno friabile sotto ai piedi. Che fare?

Da figlia di poeta, appassionata di letteratura, Anne non si fa troppe illusioni sulla destinazione di quel rapporto, ma decide di viverlo. “Occorre fare un salto nell’oggettività – sembra suggerile Simone de Beauvoiruscire dall’avvolgimento di sé in sé”. La fatica di quella strana vita con lui verrà ricompensata dai momenti perfetti. Fra gli uni e gli altri, infiniti crepacci.

Ma non basta, il destino, quello Grande, l’aspetta all’incrocio, più improbabile che mai e magico, nel suo unico, potente insieme.

Che dirti G. ? Ne valeva la pena? Ne vale la pena? Qualcuno un giorno mi disse che i veri amori hanno sempre una grande lacuna. Allora forse non resta che amare l’imperfezione e scambiare le cicatrici per ricordi felici.

Ultima Chiamata: Biglietto gratis per FLORMART – Padova Fiere

Giovedì 20 prendetevi il pomeriggio libero!

Vi invito tutti alla presentazione del mio nuovo libro “Cosa fanno le mie piante quando non ci sono” al Flormart di Padova!

Ingresso gratis se vi iscrivete all’evento qui: https://flormart.it/it-IT/events/presentazione-del-libro-cosa-fanno-le-mie-piante-quando-non-ci-sono

Annotatevi: Giovedì 20 settembre alle ore 16 Flormart Padova Fiere Padiglione 15 Arena Laurus. Ingresso Libero previa iscrizione. 

Libri disponibili all’evento!

Pubblicare indipendente oggi in Italia…che idea!?

La domanda è d’obbligo. E allora perché non affrontarla nell’articolo d’esordio di questo blog? Immagino la diffidenza, la curiosità e la perplessità di molti. Perché pubblicare indipendente oggi in Italia?

Cominciamo a scorporare il quesito: perché innanzitutto aprirsi al self publishing?

Premetto che ho conosciuto più o meno tutto: il premio letterario, la conseguente pubblicazione con un grande gruppo; i Saloni del libro; i piccoli editori; le rassegne letterarie di nicchia; gli incontri con l’autore in provincia e nella grande città, l’horror vacui di fronte ad una platea di tre persone (compreso l’impiegato comunale che ha le chiavi della sala! ) e il folto pubblico delle manifestazioni con radio, tv e valletta abbronzata.

Mi sono fidata e affidata. Ringrazio tutti quelli con cui ho lavorato BENE, BENINO e MENO BENE. Il punto però è un altro: il mondo è cambiato. I lettori sono ovunque, si spostano, viaggiano, si trasferiscono. Chi legge oggi è spesso come me, itinerante, plurilingue, s’informa on-line, appartiene contemporaneamente a più mondi, più comunità, ha figli, fidanzati all’estero, amici lontani.  Che lo voglia o meno, è connesso costantemente a differenti realtà. Le sue curiosità nascono e muoiono in fretta per i più svariati motivi, tali e tante sono le opportunità di conoscenza che lo bombardano quotidianamente.

Di fronte ad una società globalizzata e frenetica, liquida per dirla alla Bauman, l’editoria invece tende a muoversi ancora entro i soliti binari dei media e di distribuzione del passato, privilegiando i territori letterari conosciuti piuttosto che la scoperta di nuove voci. Il povero libraio non è in condizione di seguire tutto “il pubblicato”, né riesce a dare il giusto spazio di tempo e di vetrina ai libri che continuamente vedono la luce (i tempi delle rese agli editori si sono ristretti per non rischiare l’onere dell’invenduto). I giornali tendono a reiterare le recensioni dei best sellers. I premi letterari minori cercano nel nome dei vincitori un’occasione di pubblicità (quando dovrebbe essere il contrario! ). I riconoscimenti più importanti sono contesi (specie in Italia ) dai grossi editori ridotti ad un numero talmente esiguo da sfiorare l’oligopolio.

Pur essendo anch’io romanticamente legata all’idea del volume da sfogliare fra le quattro mura della mia libreria di fiducia (luogo che peraltro ho già perso nelle mie città di riferimento per lasciar posto a negozi di souvenir e rivenditori di telefoni ) valuto positivamente l’opportunità che ci è data oggi dai social media: la vetrina virtuale ci avvicina al mondo dei libri – di tutti i libri, senza esclusione né limiti di tempo! – e consente ponti e opportunità facilmente intuibili da chiunque.

So che gli Italiani sono più riluttanti di altri popoli ad affidarsi agli acquisti on-line e proprio per questo motivo, volevo essere fra i primi autori che aprono questa nuova strada fatta di libertà e pari opportunità per tutti.

Perché questo è l’altro punto nodale della questione, la seconda parte della nostra domanda iniziale:  perché pubblicare indipendente, in Italia?

Finalmente un autore oggi può esprimersi e confrontarsi direttamente con il pubblico: sarà lui e soltanto lui a decretare il buon esito del suo lavoro. E ciò a prescindere dal fatto d’essere un genio della letteratura, d’avere fortuna o un agente che lavora al proprio fianco, o conoscenze nel mondo dei media e della politica, di possedere privilegi di varia natura o d’appartenere a quel certo giro d’intellettuali e professionisti della scrittura che spesso s’onorano reciprocamente di recensioni e ospitate televisive. Certo la competizione resta impari, siamo dei Davide di fronte ai Golia dell’editoria tradizionale, ma la via è aperta. Nulla sarà più come prima.

E più d’ogni altra cosa, confido che forme di collaborazione e passa-parola on-line consentiranno di veicolare, al di là del titolo di un libro, anche tematiche d’interesse globale. Che il mio “Cosa fanno le mie piante quando non ci sono” possa stimolare ad esempio, l’interesse dei miei lettori anche per saggi scientifici e più ostici  sul mondo segreto delle piante e la loro intelligenza, sarebbe per me, fonte di grande soddisfazione. Il lato romantico e pasionario di un mondo descritto sempre come l’arida e gretta palestra di colossi finanziari.