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IL BRUTTO VIZIO DI FARCI PAURA

Amo viaggiare. Anzi, di più. Direi che per me è una necessità vitale, un tesoretto che accumulo nel conto a mio nome presso la Banca dell’Esperienza. Alla fine sarò ricca e vivere avrà avuto un senso. Il termine “vacanza” ai miei occhi è sempre stata un abominio “vacante da chi? Da cosa?” Non sono mai tanto presente e ancorata alla vita come quando viaggio.

Le mura della cittadella di Gerusalemme

Insomma lo farei comunque… andrei, in ogni caso. Tuttavia non posso esimermi dal fare una riflessione a beneficio di quanti talvolta esitano a partire.
Sono appena rientrata da un soggiorno a Gerusalemme con mia figlia. “Gerusalemme? Che idea?” mi dicevano prima di partire “Sei sicura?” “Ma voi due da sole?”.

Ebrei in preghiera al Muro del Pianto

Non sono un’ingenua naturalmente. Ci sono periodi in cui in questo Paese, come in altri, ci vuole cautela. Da un giorno all’altro potrei essere smentita da una brutta notizia. E quando si parte non lo si fa mai da sprovveduti! D’altronde, tragedie d’ogni tipo si susseguono ovunque nel mondo da millenni e talvolta il nostro personale destino può incrociarsi con sventure più grandi.

Tuttavia, tengo qui a sottolineare come l’atmosfera nella città e in Palestina fosse tutt’altro che tesa, ostile, stressante, i controlli per accedere ai luoghi santi di tutte le religioni assolutamente ragionevoli e nella cordialità; al Check point per entrare in territorio Palestinese, a bordo di un semplice taxi, non ci hanno nemmeno chiesto i passaporti. Un caso fortunato? Può darsi. Ma non è la prima volta che ciò mi accade: nel Chiapas messicano, in Mauritania, nel sud del Marocco… ho riscontrato spesso come la gente, i luoghi fossero più accoglienti e più pacifici di quanto giornali e televisioni prospettassero.            

Il Muro di separazione costruito da Israele in Palestina con i murales di Banksy

Damascus Gate Gerusalemme

Si direbbe che qualcuno voglia deliberatamente mantenere alto nel mondo il tasso di paura, di diffidenza, di stress. Un senso di pericolo diffuso e costante aumenta e giustifica il potere dei Media, mantiene e approfondisce gli scontri culturali e politici fra i popoli. E se ognuno sta a casa sua è meglio, lo possiamo intossicare con le informazioni che preferiamo, lo possiamo spaventare con foto sensazionali (poco importa se spesso costruite come in un set cinematografico!) lo possiamo convincere che il suo modo di vedere è l’unico possibile e che deve vivere nell’inquietudine, nella convinzione che “fuori” ci sono sempre i lupi. 

Io continuo a credere invece che conoscere Paesi, parlare con la gente che li vive per davvero, permetta di farci un’idea meno schematica di come stanno le cose. Un’idea certo – non ho la pretesa di capire – ma posso guardare con i miei occhi, ascoltare, imparare e… sorridere, sorridere con gratitudine a chi mi consente d’entrare a casa sua. Perchè alla fine, non è questo che bisognerebbe fare? Come recita il Maestro Ejo Takata: “Per andare avanti faccio un altro passo, nel vuoto”. 

 

OLIMPIA ATTANASIO E I SUOI PESCI OUT OF WATER

Non è facile delineare un ritratto dell’artista Alice Olimpia Attanasio (in Mostra a Venezia dal 6 maggio al 16 giugno Hotel Savoia & Jolanda Riva degli Schiavoni 4187). Forse perchè le donne, da sempre, debbono comporre e ricomporre diversi aspetti della propria personalità e per natura sono portate a una molteplicità di modalità espressive.

Dopo studi artistici all’Istituto Europeo di Design, i primi lavori di pittura esposti nelle gallerie milanesi, le installazioni in resina e caramelle che le valsero una curiosa notorietà negli ambienti artistici d’avanguardia, Olimpia sembra tornare all’artigianalità di materiali semplici, duttili al tocco delle dita. Quasi un ritorno contro corrente a un’arte fruibile. Un coraggio tutto femminile, aggiungerei, in un mondo artistico che cavalca sempre più il meccanismo dello stupore e dell’evento appariscente. “Ed è molto più difficile vendere una donna che un uomo” aggiunge a chiosa di una nostra riflessione, in tono spiccio ed efficiente, da milanese doc.

O forse è complesso parlare di lei, perchè, da matura trentenne, Olimpia appartiene ad una generazione nata nei favolosi anni ’80 e immediatamente “tradita” dall’evolvere deludente di un mondo in affanno.
Non a caso la sua Mostra s’intitola Out of water e colleziona in forma di pittura e – ancor più felice – di scultura, tutta una serie d’animali marini “pesci fuor d’acqua” agonizzanti e sorprendenti.

Forme primitive in argilla e cemento, o ceramica e cemento, sembrano provenire dalle origini primordiali della Terra ed essere mal evolute a causa d’inquinamento e trasformazioni climatiche, costrette a fuggire dal loro stesso habitat, a combattere contro l’invasione della plastica in una lotta che è anche contro il tempo.

“Sono francamente preoccupata – conferma Olimpia – per temperamento e con l’esperienza ho imparato a lasciar scorrere le cose – ma il tema dell’ecologia mi preme”.
Bella, la grande pacifica tartaruga bianca che reca sulla corazza la scritta fighting; struggenti i pesci spiaggiati, catturati in un momento di trapasso fra vita e non-vita, come calchi di Pompei.

 

Con candore, Olimpia sembra ondeggiare fra l’ingenua bellezza della sua gioventù, protratta e sublimata dalla sua esistenza libera d’artista e l’inquietudine di fondo riflessa e testimoniata da una generazione che tende a rimandare scelte definitive, cogliendo la singola esperienza nella sua preziosità, senza inserirla per forza in una strategia di vita o di carriera under control.

 


Non sorprende dunque che il percorso di questa ragazza minuta e sorridente, calma e decisa si dipani fra Mostre in mezzo mondo a Milano, Roma, Berlino, Shangai, San Pietroburgo e torni placidamente a parlarmi del giardino d’affaccio del suo studio milanese. “Non pensavo mai, è mia madre la grande esperta di piante in famiglia, ma ora mi è scattata una nuova sensibilità. Quando rientro, la prima cosa che faccio è andare fuori, nel verde. E noto i minimi cambiamenti degli alberi, i fiori, la singola gemma…” confida.
E mentre l’ascolto, m’accorgo di guardare i suoi pesci agonizzanti con un briciolo di fiducia in più per il futuro del mondo, per i giovani che ne avranno la cura e la responsabilità.

BIBLIOTECA LA VIGNA 21 NOV. VICENZA: L’AMBIENTALISMO DEL CUORE E DELLA CONOSCENZA

È stato un bell’incontro quello organizzato dalla Biblioteca La Vigna di Vicenza, importante centro di riferimento mondiale per le ricerche ampelografiche (dal greco antico ampelòs= Vite) e di studio dell’agricoltura, l’occasione per me, non soltanto di presentare il mio romanzo “Cosa fanno le mie piante quando non ci sono” ma anche d’incontrare lettori aperti alle più ampie visioni del mondo della Natura.

Ha rinfrancato le mie speranze infatti il constatare, una volta di più, la straordinaria vivezza di un fermento nuovo nel campo dell’ambientalismo: la consapevolezza della necessità d’imparare chi sono questi straordinari esseri viventi che chiamiamo piante e come da 500 milioni d’anni hanno saputo resistere ed evolversi sul nostro pianeta. 

Nella settimana in cui gli Organismi delle Nazioni Unite rinnovavano agli Stati l’appello a ridurre le emissioni di gas inquinanti, lanciando l’allarme di un effetto serra sempre più fuori controllo;

nell’anno in cui la Nasa ha ufficialmente rivelato che la risonanza Schumann (il cosiddetto battito interno della Terra) è drammaticaticamente aumentata fino a provocare una prima riduzione del campo magnetico terrestre, rendendoci fra l’altro anche molto più vulnerabili alle radiazioni solari;

nel mese in cui un tornado più consono al Centro-Est degli Stati Uniti che all’altopiano di Asiago, falciava decine di migliaia di abeti rossi, mi sono ritrovata a parlare d’intelligenza delle piante, scoperte scientifiche, soluzioni legate alla biodiversità e soprattutto della possibilità concreta anche per noi, di comunicare con loro e vivere meglio.

Poteva sembrare fuori tema, raccontare una storia romanzata in cui la protagonista dà un nome alle proprie piante, condivide con loro i momenti felici e difficili della sua vita, e invece il pubblico ha seguito, consapevole che un nuovo modo d’abbracciare il nostro impegno “verde” passa anche di qui, dalla loro piena integrazione nel nostro quotidiano. Perché conoscere come le piante comunichino fra loro in modalità simili al nostro Internet, sapere come da millenni trovino soluzioni naturali e formulino alleanze di mutuo soccorso per ovviare ai pericoli più diversi, significa davvero fare qualcosa per salvare il nostro mondo dalla catastrofe.

Non si tratta di scatenare rivoluzioni cruente o di tornare all’età della pietra, ma piuttosto di restituire alla terra impoverita da decenni di sfruttamento, pesticidi, ormoni, la sua naturale ricchezza (nel suolo è custodita l’80% della biomassa) riattivando l’antico equilibrio vitale, fatto di repellenti e anticrittogamici naturali, cicli di crescita compatibili con le necessità della pianta, biodiversità.

È un cammino lungo. Certi errori, commessi fin dagli anni ’60 hanno avuto conseguenze in parte irreversibili, ma molto si può ancora fare. La nuova militanza ambientalista, però, dev’essere consapevole, di buon senso e costante nel tempo. A nulla serve l’impegno di qualche mese per la salvaguardia di questo o quell’animale, se non abbiamo acquisito sane abitudini di vita nel modo in cui facciamo la spesa, ci occupiamo dei nostri rifiuti, accudiamo gli alberi delle nostre città e le piante nelle nostre case,  nella maniera in cui nutriamo noi stessi e i nostri figli.

Il buon senso passa attraverso la conoscenza e il cuore. L’umiltà di capire che la salvezza è possibile soltanto grazie all’osservazione di come si comportano loro, le piante, e all’apprendimento degli insegnamenti che da sempre silenziosamente sussurrano all’uomo.