Articoli

L’ARTE DI AMARE IL LUOGO DOVE SI VIVE

Continuo a scrivere. Non saprei smettere neanche se lo volessi, ma presentare i miei libri, incontrare la gente è una pausa necessaria, un piacere autentico, mi nutre, m’insegna, mi è indispensabile per non inaridire l’inchiostro che conduce per mano le mie frasi.

Il 29 Maggio scorso ero ospite di un’iniziativa organizzata dall’Ing. Giovanni Cecconi di Wigwam Venezia (Associazione Nazionale Protezione Ambiente) nella bella costruzione a colonne bianche della Ricevitoria di San Giuliano, sulla laguna, sede, non a caso del Circolo Canottieri di Mestre. Erano previsti un certo numero d’interventi su temi molto vasti quali il turismo ecosostenibile, l’agriturismo (con testimonianze dalla splendida Maremma) l’inquinamento lagunare, lo studio delle antiche carte cinquecentesche e settecentesche riguardandanti la zona di Porto Marghera, Mestre, con tanto di mappatura di canali ormai scomparsi o mutati nel corso dei secoli.

Ero prevista anch’io, o meglio, io “con le mie ragazze” di “Cosa fanno le mie piante quando non ci sono”  a dare un tocco di fantasia (si fa per dire perchè l’intelligenza e la capacità di comunicare del mondo vegetale è appurata ormai scientificamente) una ventata d’allegria ad una serata funestata da un maltempo che a Venezia trova un precedente soltanto nel maggio 1958.

A conclusione di una serata conviviale, allegra e interessante, più d’ogni altra cosa mi sono portata via l’impressione che tutte queste persone possedessero l’arte d’amare realmente la propria casa d’elezione. Che il segreto di un’autentica sensibilità ecologica fosse tutto in quel senso d’appartenenza a una comunità, una terra, spesso maltrattata e vilipesa, ma sempre incondizionatamente amata. Una sorta di spiritualità laica, trasversale e poliedrica, un senso di continuità col passato che dev’essere una missione nel presente, sembra davvero essenziale per assicurare una prospettiva a chi verrà dopo.

E tornando a casa, sotto la pioggia, mi è venuta in mente una diffusa pratica buddista che si chiama “Toccare la terra” e consiste nel chinarsi 6 volte per sfiorararla con fronte, gambe e mani “per entrare – come dicono – nel mondo delle cose cosi’ come sono”, per dissolvere cioè ogni sentimento di separazione e di distinzione dalla Madre Terra.

Nulla e nessuno puo’ esistere di per se stesso: ogni cosa nell’Universo deve inter-essere con tutte le altre. E queste persone, nella loro semplicità o erudicità, producendo olio d’oliva biologico o allevando animali in modo corretto, cercando di gettare le basi per un turismo compatibile con l’ambiente o battendosi per l’uso di barche elettriche a Venezia e per il rispetto del fragilissimo ecosistema lagunare, parevano aver ben recepito che amare significa non fuggire quel legame d’appartenenza che il destino ci ha affidato. Amare la propria casa è essere quella casa, riconoscere l’inscindibile trama della vita che a lei ci lega.

LA VERITA’? L’ECOLOGIA NON AVANZA

Parliamoci chiaro, tutto è utile. Va bene tutto per sensibilizzare: l’ex sindaco di Londra che tira lo sciaquone una volta sì e l’altra no; la pallida Gretina con le trecce che salta la scuola il venerdì (o è il giovedì?); le borse biodegradabili del supermercato che ti si bucano prima di arrivare a casa (e chi vive fra i ponti veneziani come me, si diverte un sacco!).

Ma diciamoci la verità, a livello internazionale, ragionando in termini di politiche e grandi numeri, non si sta facendo nulla. Al contrario, la situazione peggiora.

I Conservatori in Autralia hanno vinto le lezioni grazie ai voti del Queensland, terra dei più grandi giacimenti di carbone al mondo, alla quale si è garantita la piena attività lavorativa e inquinante.

Gli accordi di Parigi del 2015 che prevedevano la riduzione di emissioni di gas serra sono stati disattesi da Trump e dal Brasile di Jair Bolsonaro e di fatto da molti altri Paesi, i cui governi, secondo i generici accordi, avrebbero dovuto tradurli in effettive azioni per ridurre i gas serra e limitare il consumo energetico.

A dispetto di tutte le effettive scoperte di alternative possibili biodegradabili e naturali, l’Europa è il secondo produttore di plastica al mondo dopo la Cina. Il 95% dei rifiuti del Mediterraneo è composto da plastica. La bella notizia s’aggiunge alle famose 5 isole flottantes che già vagolano sugli Oceani.

Nel frattempo, il clima impazzisce, le api muoiono, il Pando (o trembling giant) la pianta che si autoclona da 80.000 anni, da più di 30 ha smesso di espandersi.

Per carità, sono fra quelli che postano su Fb tutte le buone notizie che riescono a scovare in giro per il mondo. Ne ho bisogno, per non vedere morire ogni giorno di più la speranza di lasciare una Terra abitabile ai nostri figli e nipoti –  e in molti hanno compreso e agito per un cambiamento – ma in tempi pre-elettorali europei stupisce la sostanziale indifferenza dei vari partiti politici nei confronti di un allarme rosso che sta lampeggiando da almeno quattro anni.

Insomma la casa è in fiamme e noi, giulivi e contenti, ci scattiamo un selfie con Gretina, facciamo pipì senza tirare l’acqua, fieri – fieri! – d’aver gettato ancora una volta la nostra immondizia in strada, ma rigorosamente in borse di plastica biodegradabile!

NOTRE-DAME: LA RABBIA SENZA L’ORGOGLIO

Mentre come tutti, quel maledetto lunedì 15 aprile, incollata alla tv, cercavo di capire cosa stava accadendo a Notre-Dame, la rabbia mi cresceva dentro, una rabbia mista a dolore profondo.
Non mi interessa se si stabilirà che è stata una fatalità, un errore umano. Che peccato – si dirà – che quel giorno non piovesse, aveva fatto brutto il resto della settimana, meritevoli certo i quattrocento pompieri intervenuti… etcetera, etcetera. Chiacchiere.

La mia Notre-Dame è stata distrutta

il punto di riferimento della mia vita parigina, quando incinta di pochi mesi fui portata d’urgenza per complicazioni all’ospedale Hôtel Dieu sulla piazza della cattedrale, non c’è più. Il giardinetto dietro l’abside col suo recinto di sabbia era il teatro di giochi di mia figlia Victoria, sufficientemente vicino casa per poterla cambiare in fretta quando con gli altri bambini del quartiere si rovesciava secchielli di sabbia in testa. In quel giardinetto, la protagonista del mio libro. Cosa fanno le mie piante quando non ci sono verifica alcune teorie sulle api impollinatrici e raccoglie i pensieri, guardando la Senna, come io ho fatto decine e decine di volte, triste o allegra, preoccupata o sollevata, sentendomi ogni volta un po’ meno sola, a casa.

 

No, non m’interessa neanche sapere che fra un certo numero d’anni verrà ricostruita – Nuova! Come Venezia in Cina! – sono furiosa perchè appartengo a una civiltà decadente, indegna, che non sa preservare la bellezza, che sottovaluta il valore di ciò che ha ereditato. Una società insulsa e superficiale, ipocrita, umorale, litigiosa, arrogante per via della tecnologia, distratta da sciocchezze, prostituta per meri interessi economici.

 Il teatro Petruzzelli a Bari, la Fenice a Venezia, Palmira, Torino col salvataggio in extremis della Sacra Sindone… quanti precedenti… Poco importa perchè è successo, non sappiamo preservare il patrimonio dell’umanità dai più svariati pericoli, siano essi legati a guerre e terrorismo, all’avidità o alla stupidità umana; non siamo degni della responsabilità di mantenerlo vivo per le generazioni future, esattamente come stiamo distruggendo la Natura. Eterni bambini viziati passiamo dall’esaltazione per un oggetto del desiderio – che infiocchettiamo con tutta la retorica dei buoni sentimenti e della cultura – all’indifferenza di chi dà per scontato il privilegio di godersi un’opera d’arte, un tramonto sul mare pulito o una passeggiata nel bosco.
Quando è crollata la flèche ottocentesca, il parafulmine che protegge Parigi, è crollato un po’ del mio ottimismo, della mia fiducia nella nostra civiltà. Quelle fiamme segnano la fine di un’era. Giusto che sia così, non ci meritiamo ciò che altri, migliori di noi, hanno saputo lasciare di sé.

Per aiutare a ricostruire ogni gesto è importante:

https://don.fondation-patrimoine.org/SauvonsNotreDame/~mon-don?_cv=1

 

GIUSEPPE VERRI: COME ESSERE ARTISTI OGGI?

Non lo immagineresti mai, quando lo vedi impastare quattro farine diverse per preparare la Maza, la sua famosa pizza nel forno a legna, o quando ti spiega come fa crescere il luppolo della sua birra artigianale, per trasformarsi, cinque minuti dopo, nel “re della brace” facendoti gustare una costata da far invidia alla forentina più verace. Ma poi, basta farsi un giro nei terreni attorno al casolare per accorgersi che il suo gettonatissimo agriturismo (il Casale della Mandria tel. 06 93748540) a mezz’ora da Roma, è in realtà un museo a cielo aperto, una fucina d’idee e un alveo di creatività allo stato puro perchè, oltre alle sue gigantesche sculture disseminate qua e là, possiede un piccolo rudimentale anfiteatro in legno dove organizza serate e spettacoli, un punto energetico dove si raduna un gruppo di appassionate di yoga (una grande statua della fertilità ne segnala il centro esatto) e campi di grano, olivi… in un guazzabuglio disordinato e allegro di attività.

Eh già, perchè come me, anche Giuseppe crede che “Tutto è possibile”

 

D’altra parte lui ne è la dimostrazione vivente: la laurea in ingegneria era stata il suo destino fin da quando la madre lo aveva in grembo. Terzo di quattro figli, ma primo maschio di casa – “Gli amici mi chiedevano: quando nasce l’ingegnere?” racconta divertita mamma Verri che ancor oggi lo aiuta in cucina – quest’omone imponente dal sorriso aperto, fino a qualche anno fa, lavorava a Roma con giacca e cravatta.

“L’arte è sempre stata presente nella mia vita però, ad oggi avrò fatto più di 700 sculture” precisa. Fin da adolescente, l’amore per la natura e la scultura occupavano parte delle sue giornate e dei suoi sogni per il futuro. Più che di sogni, forse dovrei dire “visioni” perché in lui c’è una qualche veggenza, mescolata a ricordi dell’infanzia più remota. Mi fa pensare al desiderio di Picasso sul letto di morte di saper dipingere come un bambino: la gigantesca statua della figliolina Viola in mezzo ai papaveri; la mega-tromba; la porta glicine intitolata “Open” mi fanno ammirare la sfrontatezza monella di questo Oliver Twist con la barba.

Magnifiche – indizio di vero artista non sfuggito a critici d’arte e curatori – le sculture con materiale di recupero e in ferro “ Il bufalo” “La donna”… e i grandi totem disseminati in giardino, nei materiali più diversi, ad evocare mondi antichissimi, forme catalizzatrici d’energia e misteri insolubili.

D’altra parte siamo sui colli Albani, Lanuvio (l’antica Lanuvium, uno dei 30 populi della Lega Latina che nel 338 a. C. fu sconfitta da Roma) è a pochi passi da qui. E qualche kilometro appena ci separa dal sito archeologico del Santuario di Giunione Sospita, con la famosa grotta dove era custodito il serpente sacro alla dea, a cui, in primavera, venivano offerte focacce da giovani fanciulle. Sospetto che Giuseppe si sia propiziato i favori di tutti gli dei dell’Olimpo mentre divoro uno dei suoi memorabili carciofi, ma poi torno seria, perchè questa faccenda di vivere in luoghi tanto pregni di storia remota non può non intaccare l’ispirazione e la sensibilià di un artista come lui, prototipo vivente di una nuova, moderna stirpe di creativi a tutto tondo, duttili agli stimoli più diversi, ancorati al passato e alla realtà, senza snobismi, ma con un senso profondo d’eternità.

Rimaniamo in silenzio a respirare l’aria umida di pioggia, c’è una luce bellissima che sfugge alle nuvole scure, disegna i contorni dei pini ad ombrello – quelli che ti confermano che sì, ti trovi nel Lazio!! – e non c’è verso, torniamo a parlare d’energia. “Non so come… le cose che mi accadono, vengono a me, da sole. Le attiro”
Qualcosa vibra, lo so molto bene, e concordo: intercettare quell’invisibile legame che ci lega tutti, l’energia stessa che veicoliamo, dentro e fuori dal tempo, è la base d’ogni vera comunicazione possibile, nell’arte come nella vita.

IL TEMPO? NON ESISTE

Il tempo arrangia tutte le cose si dice… ma di quale tempo parliamo?
Studiare le piante (il trait d’union fra terra e cielo, secondo le più antiche credenze) mi ha convinta, se mai ce ne fosse stato bisogno, di quanto avevo sempre immaginato: il tempo non esiste, non nei termini che intendiamo comunemente per lo meno. Quella linea retta infinita/finita che abbiamo imparato a rispettare/temere non ha nulla a che vedere con l’immagine a spirale o circolare che molte filosofie orientali o precolombiane invece propongono.

Per i Maya ad esempio, il serpente del tempo s’arrotolò 9 volte e solo a quel punto gli spiriti espressero il proprio volere attraverso la parola, creando gli uomini.

La scienza poi, ci parla di tempo che si accellera.

La risonanza Schuman, il cosidetto battito del cuore della terra drammaticamente aumentato dal 2012, ha accellerato la nostra percezione della velocità del tempo tanto che in una giornata di 24 ore viviamo una densità di tempo pari a 16 ore, con la conseguente sensazione che i minuti corrano e ci sfuggano interi scomparti del nostro calendario.

Insomma il tempo non esiste, esisterebbe solo una densità di frequenza. Il tutto in un Universo in pieno movimento e noi, ciascuna delle nostre cellule, con Lui.

La fisica quantistica poi sembra sussurrarci che dovremmo parlare d’eterno presente o meglio d’eterni contemporanei presenti paralleli. Al punto che potremmo sceglierli, visualizzando di volta in volta, persino emozionalmente, il nostro preferito.

Tutto questo abbaglia, sconcerta, ma anche rinfranca. Guardo Kenzy là sotto la finestra, la mia pianta coinquilina nella piccola soffitta dove abito a Roma. È bella e rigogliosa, malgrado la mia ennesima assenza lunga qualche settimana. Non so come abbia fatto a gestire la poca acqua che le avevo lasciato, ma ce l’ha fatta, ancora una volta muovendosi in uno spazio di tempo lento e infinito. Insieme ci godiamo le dolci note di Schubert, mentre fuori piove e il vento si scatena.
E chissà perchè, cosi’ di fronte a lei, mi vengono in mente dei versi di Rumi, il poeta mistico di origine persiana:

Il mio occhio viene da un altro
Universo
Un mondo da questo lato, uno

dall‘altro: io siedo sulla soglia

 

 

DELL’ARTE DI PARLARE ALLE PIANTE

Ogni volta che presento il mio libro Cosa fanno le mie piante quando non ci sono e mi ritrovo a dire che, come la protagonista del romanzo, gli parlo regolarmente chiamandole per nome, nell’auditorio noto che serpeggia una perplessa ilarità. Approfitto allora di questo blog per entrare un po’ nel vivo dell’argomento.
Premesso che parlare da soli è assolutamente benefico, perché ci obbliga a rallentare e ad ascoltarci – lo stesso Einstein ammise di ripetersi spesso le cose lentamente e a bassa voce – tengo a precisare che dialogare con le piante è cosa diversa e più profonda, perchè si tratta di un vero scambio fra esseri viventi che entrano in una sorta di armonica alleanza di energie. Chi ha l’abitudine di passeggiare da solo nel bosco, sa bene che in realtà penetra in un mondo che palpita e vive e comunica con il suo corpo energetico.

Negli anni ’70, l’agricoltore messicano Don José Carmen Garcia Martinez, trovatosi nell’urgenza di escogitare soluzioni per salvare il suolo sterile del suo terreno, si mise a parlare tutti i giorni con la Madre Terra, ottenendo, dopo pochi mesi, con un utilizzo irrisorio di fertilizzanti e senza pesticidi, degli ortaggi di dimensioni straordinarie, capaci di resistere alle malattie. La sua fama crebbe rapidamente in tutto il Messico, tanto che l’Università di Agronomia di Chapingo cominciò a studiare il fenomeno.

Don José sosteneva che il suo metodo in realtà era assolutamente semplice: comprendere le piante, trattarle con dolcezza, creare affinità, fare conversazione. “La vita delle piante è tale e quale a quella di ogni essere vivente” scrive nel suo libro El hombre que habla con las plantas.

Non solo, Don José usava nuovi alberi per attirare la pioggia, selezionandoli accuratamente e piantandoli secondo un tracciato poligonale.

L’Università di Chapingo eseguì allora tutta una serie di esperimenti nel deserto del Vizcaino dove non pioveva da 6 anni e nello Stato di Oaxaca (la patria della mia curandera Gudelia vedi art. di questo blog) seguendo alla lettera le indicazioni di Don José. Dopo aver piantato i nuovi alberi, nello stupore generale, sui due siti in questione iniziò a piovere a dirotto su una superficie di terreno pari a 30 km attorno alle zone rimboschite.

Per spiegare il fenomento si evocarono ipotesi legate alla fisica quantistica, riti già praticati dai Maya legati all’attivazione di circuiti elettromagnetici e quant’altro… mentre il buon Don José, divenuto un attivista ecologico, continua a predicare di piantare alberi nel mondo. Certo, non tutti possono ottenere cavolfiori di 45 kili come lui, ma perché non provare a salutare le vostre piante domattina con un bel BUONGIORNO?!

LA MEDITAZIONE FRA LE PIANTE? ECCO UN VIDEO PER ENTRARE IN MEDITAZIONE

Foto di Victoria Schaal (www.victoria-schaal.com)

Alzi la mano chi, fra quanti, intrapresa la difficile strada della meditazione, non ha mai desistito, sopraffatto dalla sfiducia e dallo scetticismo!
Io ci ho messo molto, lo confesso, a capire cosa fosse davvero. Il vuoto, l’assenza di un pensiero dominante – mi dicevano – l’osservazione pura e neutra, l’esserci hic et nunc, liberando i lacci della coscienza. Sì ok. Facile a dirsi!
Per settimane, mesi, cominciavo piena di buone intenzioni, ma finivo inesorabilmente per:
a. Riarredare tutta la mia casa, tinteggiatura dei muri compresa.
b. Programmare i viaggi dei prossimi dodici mesi, con tanto di prezzi e ore di volo.
c. Rintracciare ricordi assurdi dell’infanzia più remota, tipo l’orrida signora di una boutique del centro che mi chiedeva sempre se volevo più bene alla mamma o al papà, gettandomi in faccia la scioccante verità che in teoria si poteva amare di più uno dei due.
Non pensare è impossibile. Non sognare ad occhi aperti, altrettanto. Dovevo provare altri metodi. Ma accendere una candela da fissare per concentrarmi mi aveva rivelato – questo sì – che ero in grado di spegnerla con la mia irrequietezza, quella stessa che in teoria avrei dovuto saper zittire per almeno un quarto d’ora.

Alla fine, quando ormai avevo perso ogni speranza, provai a seguire un consiglio: concentrarmi fra due elementi, due punti, le mie sopracciglia (nel famoso terzo occhio dei chakra) le due mani, le due ginocchia. Per gli stressati cronici come me – quelli con il cervello-criceto che corre incessantemente sulla ruota senza fermarsi mai – vi assicuro, è il metodo giusto (un altro modo per cominciare è affidarsi alle meditazioni guidate on-line, io, ad esempio consiglio quella di Accademia Infinita https://www.youtube.com/watch?v=Y5cLxJGRDvQ )

E finalmente un bel giorno, ecco apparire per un istante il famoso vuoto, un luogo bizzarro dove la mia mente non aveva alcun ruolo da protagonista, niente da pensare, da formulare, organizzare, immaginare. E quell’istante in realtà non era stato un istante ma venticinque minuti. Quasi mezz’ora scappata al cane da guardia della mia coscienza. Un tempo sfuggito al mio orologio mentale. Il tempo-non-tempo, non-misurabile-perchè-chi-se-ne-frega- che con ogni probabilità le nostre piante abitano fin dall’inizio del mondo. Uno spazio neutrale di energia vibratoria, senza nome, ma con una frequenza che interagisce fra tutto ciò che vive.
I più recenti studi sull’intelligenza delle piante hanno rivelato con supporti scientifici che queste posseggono in un loro modo vegetale i cinque sensi, persino quello della vista, seppure meno sviluppato. Esimi studiosi affermano infatti che le nostre piante ci percepiscono come un bagliore. Ma il nostro muoverci nel tempo è talmente rapido che per loro siamo una sorta di lampo nella notte.

Allora perché non provare? Perché non associare alla meditazione anche le nostre piante? Dare loro l’opportunità di darci un’occhiata finalmente, con calma, in questa sospensione pacifica del divenire che conoscono così bene. Se la genetica ci ha confermato che non siamo poi tanto diversi (il genoma del riso ha poche migliaia di geni più di quello dell’uomo) se la memoria cellulare è la stessa, ciò che ci separa davvero è soltanto la nostra straordinaria irrequietezza. È l’animale, il fanatico dell’aggressività, l’insofferente alla propria provvisorietà, il prigioniero dei sensi e delle emozioni, il campione della fuga nell’altrove!

La meditazione, col suo piccolo regalo d’eternità può collegarci alla Natura profonda degli alberi e delle piante, contribuendo a quella connessione che, anche quando non ce ne accorgiamo, si crea nelle nostre case, nei nostri giardini o passeggiando in silenzio in un bosco.

E se invece finiamo col farci una risata, non è grave! Sono certa che le foglie e i rami e i fiori accoglieranno con simpatia il flusso limpido e argenteo d’energia che accompagna sempre un sorriso spontaneo.
Fatemi sapere!

Dal Messico: A SAN JUAN de CHAMULA (Chapas) LA POLIZIA NON ENTRA

Oscar, l’autista, mi raccomanda di far sparire il cellulare, la macchina foto e di farmi piccola quando entriamo nella chiesa di S.Juan.

Una parola! In mezzo a gente alta un metro e cinquanta, capelli corvini e pelle color tabacco! Ma in realtà a me nessuno farà caso (e infatti qualche fotina l’ho scattata per voi he he…)

 

Questa follia è autentica e tutta loro: di una comunità che parla ancora un dialetto di derivazione Maya, figlia di gente che all’arrivo dei Conquistadores spagnoli, preferì il suicidio di massa.

L’interno della chiesa, priva d’altare ma consacrata cattolica a modo suo – un prete ogni tanto viene portato da San Cristobal a dir Messa per poi tornarsene via a far finta d’ignorare ciò che qui accade – è colorato e kitsch come un quadro di Frida Khalo: ai lati della navata centrale, una sfilza di statue di Santi e Sante rigorosamente separati, con altari e altarini pieni di fiori e festoni.

Ovunque candele in vetro e per terra, a steli lunghi e sottili consumate nei riti degli Shamani. Si cammina su un tappeto di aghi di pino continuamente raccolti e rinnovati, e tutto questo ammorba l’aria fumosa d’incenso, di profumo dolciastro di Natura che appassisce. 

La gente s’accalca ovunque, vestita in modo tradizionale: lunghe sottane nere per le donne e scialli ricamati a fiori sgargianti; gli uomini, col cappello da cowboy indossano cappotti e gilet di lana, pelosa come una pelliccia di fattura grezza, stretti da alte cinture. 

È così tutti i giorni. Intere famiglie s’accucciano per terra attorno al brujo. Sono venuti con il necessario, candele, uova, fiori, un gallo o una gallina.

 

Mi sistemo in un angolo alle spalle di una vecchia shamana. Da poco sono state ammesse anche le donne, ma è l’unica soddisfazione che avrò: in questo paese di 58000 abitanti, la donna deve servire l’uomo, camminargli un passo dietro.

A 13 anni è già sposa.

Vedo madri poco più che adolescenti, con bimbo stretto in una fascia sul ventre.

 

Il rito della bruja comincia.

Bisbiglierà orazioni per due ore, accendendo le candele in fila fino a consumazione. Sulla pozza liquida che si formerà, getterà Posh (un alcool a 60 gradi  che si passano anche per farsi un goccetto!) e Coca-Cola ( chissà perché).

La famiglia ha affidato la sua richiesta alla shamana, queste le prime offerte. Poi la vedo strofinare l’uovo su una donna che le sta accanto, forse malata, infine invoca l’aiuto divino agitandole addosso il gallo…È un attimo, con destrezza spezza il collo all’animale che non emette gemito. Apparentemente il rito è finito.

Oscar mi sussurra che ora andranno al fiume dove la malata, volgendo le spalle all’acqua, getterà il cadavere nella corrente. “Si porterà via il male”.

 

 

 

 

 

 

Mi sento in un posto molto lontano e senza tempo. Fuori, gli uomini “pelosi” mi guardano con arroganza un poco ostile. La mia amica Lucia mi raggiunge un po’ preoccupata:

“Vieni via, qui la polizia non ci prova neanche ad entrare”. “Ah! – lancio una seconda occhiata agli uomini di Neandertal – e se uno ha bisogno d’aiuto, chi chiama? Zorro???”

 

Dal Messico: IL BENE, IL MALE, LA CURA dell’ESPANTO

C’è una curiosa incongruità fra la semplicità genuina e un poco caciarona della gente nei paesi, il continuo Carnevale delle piazze e la profondità del pensiero che regge tutta la medicina tradizionale (precolombiana!). L’idea di armonia mente/anima/corpo per stare bene e la cura dei mali invisibili che ci portiamo dentro.

L’espanto, lo spavento ad esempio, può minare la salute di un individuo e frammentarne persino l’anima.

“Non lo curate in Europa?”. Gudelia è allibita, roba da terzo mondo!

Apparentemente io ne avevo molto bisogno. Nella cera rappresa del rito, la curandera ha letto una serie di traumi secondo lei ancora impressi nel mio subconscio e nel mio corpo cellulare. Alcuni non posso ricordarli, ma me li raccontò mia madre: ad esempio quando a un anno, per la distrazione della tata, caddi dal tavolo della cucina. “Fu più che altro un gran spavento per mia madre – precisai – e per la tata, conoscendo mia mamma deve aver passato un brutto quarto d’ora!”.

Gudelia scuote la testa: “È stato un espanto per te”. Mentre la guardo, ripenso al racconto di mia madre, alla sua paura perché per qualche minuto, come assente, non avevo neanche pianto.

 

Di traumi, ce n’è una serie, alcuni li avrei scritti anch’io in una mia ipotetica lista, altri per me erano minori. Superati.
“No, hanno condizionato la tua vita y el amor también”
“Anche l’amore?”
Gudelia sembra perfettamente al corrente del mio excursus sentimentale.
“Con la cura andrà meglio anche quello” afferma con la sicurezza di un cardiochirurgo.
“Ah sì? Meno male!” rispondo sollevata, mentre mi sdoppio per godermi la scena assurda di me, a diciassette ore di volo da casa, in un buco di villaggio sperduto nello Stato di Oaxaxa, intenta a discutere animosamente dei miei amori con una donna che li commenta senza sconti, come una zia.

 

 

“Ma ora i traumi sono risolti definitivamente Gudelia?”
È sempre il cardiochirurgo a rispondermi: “Si, terminado”

 

Per la prima volta mi sorride e io capisco perché in paese la chiamano segretamente la chimuela (la sdentata), ma guai a dirglielo -m’ha raccomandato il mio amico taxista- sennò s’offende!

——————————–

Alla prossima, dal Mexico!

Vuoi leggere altre storie dal messico? Dai un’occhiata ai miei articoli precedenti 🙂

Dal Messico: A TU PER TU CON LA CURANDERA

Gudelia è un personaggio da romanzo. Per quali complicate, misteriose vie del destino mi è stato dato il privilegio d’incontrarla, lo racconterò probabilmente nel prossimo libro. Resta nella mia mente, il piglio deciso e la calma monumentale di questa donna d’estrema povertà, alta una spanna e leggera come un giunco, che sa a malapena scrivere il suo nome, e quel modo di guardarti apparentemente senza intensità, mentre ti dice tutto di te. Tutto ciò che le interessa dirti… La sua storia è semplice e bella. Una nonna curandera dalla quale per 50 anni ha imparato tutto senza farci caso. Poi il grande dolore: la perdita del suo bambino di sette mesi e la “rivelazione” mentre pregava nella chiesa di Xoxocotlan:

“Devi aiutare gli altri, usare il dono per vivere, non per arricchirti” .    

Pero no soy bruja (shamana) soy curandera, practico las plantas y las flores “. Per “la limpia” il famoso rito di purificazione dai mali fisici e spirituali, usa un mix d’erbe che brucia ai tuoi piedi e uova crude, strumenti vivi che assorbono il male. Gudelia mi spiega, mi cura, non tenta di convincermi di nulla. La cosa sembra non interessarla affatto.

Ai miei tanti “perché ” risponde spesso:

“Non lo so, ma ha sempre funzionato”.

E in quel “sempre” io non ho difficoltà a immaginare le curandere delle antiche civiltà zapoteche lassù sulle montagne della Sierra che anche oggi si stagliano all’orizzonte sul cielo di un turchese invincibile.       

 

Ci diamo appuntamento per l’indomani mattina. Mi dirà tanto di più. “E tu mi scriverai il tuo nome per intero – mi dice – perché io continui la tua cura, pregando”.

Il quaderno che mi mostra è a pezzi, tutto sgualcito, perde le pagine. Leggo Paul S. Washington d.c. numero di telefono; Jane W. Ucla CaliforniaTerry S. Huston Texas… Il mio viso è tutta una sorpresa. “Si, sì vengono, mi chiamano anche al telefono!” “Come? Come fanno a conoscerti, Gudelia?” “Non so – risponde calma – ma funziona”.

INVOCAZIONE MAYA PER TUTTI

Cari amici di blog,
In quest’inizio d’anno tutto nuovo, spinta dal vivo interesse suscitato dal mio libro “Cosa fanno le mie piante quando non ci sono” m’accingo a dedicarmi a nuove ricerche. Se le più recenti scoperte scientifiche stanno ottenendo grandi risultati sulla conoscenza del mondo vegetale, non ho mai ignorato infatti, avendolo riscontrato in molti Paesi in Africa, Asia, Centr’America, che popoli molto antichi possedevano già saperi, intuizioni, tradizioni, spiritualità e cosmogonie, capaci di penetrare i segreti più profondi della Natura.

È con questa sete di conoscenza che parto per il Messico, negli stati del Chiapas, di Tabasco e dello Yucatan (culle della civiltà Maya-Tolteca) per apprendere da alcuni dei superstiti depositari di quei saperi qualcosa del senso profondo del nostro esistere in seno alla Pachamama, la Madre Terra. Per questi popoli, oggi come allora, per i curanderos e le curanderas (i guaritori e le guaritrici), gli Yerberos (gli erboristi), gli Hueseros (gli aggiusta-ossa), gli Hechiceros (gli spiritisti) noi tutti siamo parte della più ampia comunità della Natura. E soltanto con le piante, i minerali, gli animali, nella comunicazione con tutti questi elementi è possibile raggiungere quell’armonia necessaria al nostro benessere anche fisico.

Ognuno di noi rappresenta un filo nel grande tessuto della vita. Corpo, mente, energia, spirito dell’uomo sono intimamente connessi alla Terra, perché anch’essa è un organismo vivente cosciente, intelligente, fatto di materia, energia e spirito, capace di autoregolarsi. Le piante sono creature protette, significative, indispensabili, a loro volta nostre guide e nostre guaritrici.

La profondità di queste filosofie risiede tutta nella loro tradizione pratica, nell’educazione all’esperienza della percezione e nella serenità che esprimono anche questi pochi versi che riporto qui sotto, come augurio di semplicità felice per il nuovo anno a tutti noi….

 

 

INVOCAZIONE MAYA

In verità, due volte grazie, tre volte grazie!
Perché fummo creati, perché ci vennero date le bocche e i volti.
Parliamo, ascoltiamo, meditiamo e ci muoviamo.
Sentiamo molto bene, conosciamo ciò che è lontano e ciò che è vicino.
Così abbiamo visto ciò che è grande e ciò che è piccolo sotto il Cielo
e sopra la Terra.
Grazie a voi siamo stati creati, costruiti, formati, originati.
Nostro nonno! Nostra nonna*! ”

*Nella Cosmogonia Maya, Nonni e Nonne sono i grandi antenati, i Creatori-Formatori, il maschile e femminile della Creazione.

BIBLIOTECA LA VIGNA 21 NOV. VICENZA: L’AMBIENTALISMO DEL CUORE E DELLA CONOSCENZA

È stato un bell’incontro quello organizzato dalla Biblioteca La Vigna di Vicenza, importante centro di riferimento mondiale per le ricerche ampelografiche (dal greco antico ampelòs= Vite) e di studio dell’agricoltura, l’occasione per me, non soltanto di presentare il mio romanzo “Cosa fanno le mie piante quando non ci sono” ma anche d’incontrare lettori aperti alle più ampie visioni del mondo della Natura.

Ha rinfrancato le mie speranze infatti il constatare, una volta di più, la straordinaria vivezza di un fermento nuovo nel campo dell’ambientalismo: la consapevolezza della necessità d’imparare chi sono questi straordinari esseri viventi che chiamiamo piante e come da 500 milioni d’anni hanno saputo resistere ed evolversi sul nostro pianeta. 

Nella settimana in cui gli Organismi delle Nazioni Unite rinnovavano agli Stati l’appello a ridurre le emissioni di gas inquinanti, lanciando l’allarme di un effetto serra sempre più fuori controllo;

nell’anno in cui la Nasa ha ufficialmente rivelato che la risonanza Schumann (il cosiddetto battito interno della Terra) è drammaticaticamente aumentata fino a provocare una prima riduzione del campo magnetico terrestre, rendendoci fra l’altro anche molto più vulnerabili alle radiazioni solari;

nel mese in cui un tornado più consono al Centro-Est degli Stati Uniti che all’altopiano di Asiago, falciava decine di migliaia di abeti rossi, mi sono ritrovata a parlare d’intelligenza delle piante, scoperte scientifiche, soluzioni legate alla biodiversità e soprattutto della possibilità concreta anche per noi, di comunicare con loro e vivere meglio.

Poteva sembrare fuori tema, raccontare una storia romanzata in cui la protagonista dà un nome alle proprie piante, condivide con loro i momenti felici e difficili della sua vita, e invece il pubblico ha seguito, consapevole che un nuovo modo d’abbracciare il nostro impegno “verde” passa anche di qui, dalla loro piena integrazione nel nostro quotidiano. Perché conoscere come le piante comunichino fra loro in modalità simili al nostro Internet, sapere come da millenni trovino soluzioni naturali e formulino alleanze di mutuo soccorso per ovviare ai pericoli più diversi, significa davvero fare qualcosa per salvare il nostro mondo dalla catastrofe.

Non si tratta di scatenare rivoluzioni cruente o di tornare all’età della pietra, ma piuttosto di restituire alla terra impoverita da decenni di sfruttamento, pesticidi, ormoni, la sua naturale ricchezza (nel suolo è custodita l’80% della biomassa) riattivando l’antico equilibrio vitale, fatto di repellenti e anticrittogamici naturali, cicli di crescita compatibili con le necessità della pianta, biodiversità.

È un cammino lungo. Certi errori, commessi fin dagli anni ’60 hanno avuto conseguenze in parte irreversibili, ma molto si può ancora fare. La nuova militanza ambientalista, però, dev’essere consapevole, di buon senso e costante nel tempo. A nulla serve l’impegno di qualche mese per la salvaguardia di questo o quell’animale, se non abbiamo acquisito sane abitudini di vita nel modo in cui facciamo la spesa, ci occupiamo dei nostri rifiuti, accudiamo gli alberi delle nostre città e le piante nelle nostre case,  nella maniera in cui nutriamo noi stessi e i nostri figli.

Il buon senso passa attraverso la conoscenza e il cuore. L’umiltà di capire che la salvezza è possibile soltanto grazie all’osservazione di come si comportano loro, le piante, e all’apprendimento degli insegnamenti che da sempre silenziosamente sussurrano all’uomo.