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AL ROTARY CLUB PER PARLARE D’AMBIENTE E INTELLIGENZA DELLE PIANTE

Si parla molto d’impegno ecologico in questo periodo, lo constato continuamente quando presento il mio libro “Cosa fanno le mie piante quando non ci sono”.
Il 18 Marzo scorso ho avuto l’opportunità di farlo al Rotary Club di Pordenone, (che ringrazio per l’accoglienza squisita) un appuntamento cui tenevo molto per l’affetto che mi lega alla mia città d’origine e per i ricordi cari legati all’infanzia, ai mei genitori, alle scuole, agli amici. In questa occasione ho potuto notare come i cinquantenni e oltre si riavvicinino alla Natura, riappropriandosi al contempo del proprio corpo, praticando sport che li portano a fruire dell’Ambiente in territorio friulano-veneto e all’estero, come forse mai prima nella loro vita. Questo li conduce alla consapevolezza nuova e autentica dell’urgenza di preservare un Pianeta che mostra visibili segni di cambiamento e sofferenza.

 

Anche i giovani, sulla scia della piccola Greta tanto alla ribalta sui media, incominciano – pare – ad appassionarsi alla causa e a scendere in piazza. Ma in che modo?

 

Non posso evitare d’esprimere un certo scetticismo dinanzi all’ignoranza che spesso constato in tema d’ecologia. Alcuni ragazzi intervistati durante una delle ultime manifestazioni a Roma, citavano addirittura lo SPREAD come concausa dei cambiamenti climatici; sul buco dell’ozono avevano idee vaghe, ripetevano slogan brevi e superficiali, criticando – a giusto titolo, certo – le scelte dei governi.

Resto dell’idea che il cambiamento in tutti i campi sia possibile solo cominciando da se stessi e dalla conoscenza. Non si può parlare d’ambiente senza capire la complessità del tema, l’intricato legame fra le decisioni e le azioni, insomma non si può essere utilmente impegnati in questo campo senza approfondire i meccanismi che reggono l’intero ciclo naturale della Terra.

Capire che il pianeta si comporta come un immenso circuito elettrico, che il mondo vegetale fin dalle origini ha saputo creare un modello di società collettiva in cui ogni essere vivente ha una sua precisa collocazione e funzione significa incominciare a percepire la vastità del problema. Ottimizzare le risorse, evitare gli sprechi, stabilire alleanze e solidarietà proprio come fanno le piante che non si sacrificano beninteso – non s’immolano – ma calcolano l’aiuto che possono offrire alle loro simili e pretendono il rispetto d’accordi di reciproca collaborazione fra loro e con gli animali, può essere il vero modello di vita da cui partire per trasformare, senza sconvolgerla, l’esistenza dell’uomo sulla terra.

Non si tratta di tornare al medioevo – ricordate la folle proposta di Grillo, tempo fa, di rinunciare all’uso degli assorbenti igienici, lavandoci di volta in volta una protezione in cotone? Lo facesse LUI – né di tornare ad attingere l’acqua nei pozzi, ma di usare la tecnologia per trovare soluzioni ecocompatibili, di dirigere l’economia – che DEVE generare profitti – sfruttando le nuove esigenze ecologiche.

Oltre a manifestare per le strade dunque, abituamoci a osservare piante, alberi e coltivazioni, a riflettere sui nostri comportamenti quotidiani, ad approfondire l’effetto domino di qualunque decisione assunta, anche della più virtuosa. Perchè una cosa é certa: non é più tempo di atteggiamenti eco-modaioli, é tempo di salvarci o meglio di salvare il salvabile per le prossime generazioni.

LASCIATE IN PACE FRIDA!

Ho sempre amato Frida Kahlo, da tempi non sospetti intendo, perchè oggi tutti sembrano entusiasti di lei. Inutile dire che quando era viva, gli stessi “tutti”, come artista, le preferivano il marito Diego Rivera persona grata, tra l’altro, a certa intellighenzia comunista filosovietica.

Ma oggi Frida fa l’unanimità, o meglio il suo ritratto con le sopracciglione unite (perchè sono certa che pochi saprebbero citarmi una sua opera) è diventato un brand, un talismano per assicurare vendite, profitti e una generale simpatia. Dalla lacca per capelli, alla copertina di un libro recentemente pubblicato dal titolo furbetto “Cosa farebbe Frida?” la povera artista giganteggia su poster, mug, t-shirt, pins, borsette e tutta una paccottiglia di gadget, finendo coll’essere ciò che la più autentica Friducha (come la chiamava il padre tedesco) non avrebbe mai voluto incarnare: una povera, sdolcinata icona, venerata come la Vergine Maria.

Proprio lei, la ragazzina caparbia e provocatrice nata nel 1907, che si presentò vestita da uomo per la foto ufficiale di famiglia; lei, l’enferma, bambina malata (si disse) di poliomelite e, dopo l’incidente del bus che le frantumò la colonna vertebrale, “la disabile” costretta all’immobilità di busti e ingessature e a più di trenta operazioni chirurgiche; lei che di sé diceva “Yo soy la desintegracion” e beveva per sopportare i dolori ovunque, è diventata una specie di variopinto grottesco “inno alla gioia”, emblema di una felicità semplice, gridata, ruspante.

E invece di facile, nella sua breve vita di 46 anni, non c’è stato niente: nè il matrimonio (poi rinnovato) con Diego, la sua anima gemella, ma uomo egoista e fedifrago che non esitò a tradirla neppure con sua sorella; nè l’affermazione della sua arte dissacrante, anticlericale, magica e mostruosa, irreverente e oscena che di rado fu apprezzata dalla Critica che non le perdonò mai d’aver rifiutato l’etichetta di surrealista; nè il destino che le negò a più riprese la grazia della maternità, permisero a questa donna di godere a pieno della vita.

 

Il suo unico privilegio fu IL CORAGGIO, quello sì, l’ostinata volontà di proseguire il cammino malgrado tutto, di amare, viaggiare, esporre il proprio corpo per ricavarne piacere, per mostrarlo con tutte le sue cicatrici, giocando col tempo che sapeva breve. “Consigo ser yo; consigo hacer lo que me da la gana” (Ottengo di essere io, ottengo di fare ciò che mi dà voglia) risponde a chi le chiede conto dei suoi comportamenti.
Mi piace suggerire i libri che amo, raggiungibili, seppur solo in spagnolo, anche nel lontano Messico grazie al tanto vituperato Amazon. “Diego Rivera y Frida Kahlo: el amor entre el elefante y la paloma” di Gabriel Sanchez Sorondo è un racconto giusto, misurato, nel riferire e tracciare i percorsi, delizioso nel restituire “la desproporcionada energia” di questa fragile, grande donna che, malgrado le ferite e le menomazioni, osava dire “Me quiero tal como soy” (Mi amo così come sono)

Ma si sa, gli ottimi libri raramente diventano best-sellers e allora, vai con “le insalate alla Frida” e la giostra, al suono dei Mariachi, continui a vorticare, che tanto ormai, LEI, la vera Friducha se n’è volata via e, come scrisse all’ultima pagina del suo diario (“espero non volver jamas”) non ci tiene proprio a ritornare fra noi!

Un documentario veramente fatto bene ? clicca play

“BROKEN NATURE” LA TRIENNALE DI MILANO S’INTERROGA…MA POI?

Broken Nature: Design takes on Human Survival così s’intitola la XXII Triennale di Milano (1-3/1-9 2019) e l’intento è evidente: indagare, nei modi più svariati, surfando fra passato e futuro avveniristico, sui legami dell’uomo con l’ambiente naturale, ambiente gravemente compromesso dalle decisioni scellerate della nostra civiltà. Architettura e design devono/dovrebbero (non riesco a decidere quale verbo usare e non sono la sola) reinterpretare il rapporto fra esigenze di vita di tutti noi e contesto in cui viviamo. Insomma l’eterno, insolubile dilemma fra ecosistema sociale e naturale è il punto di partenza per questa mia breve riflessione.

Sì, perchè siamo tutti dalla parte dell’ecologia, fino a quando in cima ad un vulcano non dobbiamo lavarci con un litro d’acqua gelata a testa; siamo tutti per la raccolta differenziata fino a quando “non ci scappa” in piena foresta pluviale; siamo tutti “due-cuori-e-una-capanna-basta-la-passione” fino a quando non passiamo l’inverno in tête à tête in una bicocca senza riscaldamento. Conosco coppie che dopo una simile esperienza si sono lasciate così duramente da non salutarsi più per le strade di Parigi.

Ci siamo abituati alle comodità e le nostre comodità costano caro all’ecosistema. Tornare indietro è molto difficile, pressochè impossibile. E poi, non so voi, ma a me, le soluzioni abitative che preservano l’ambiente appaiono sempre come strani incubi notturni, fantasie appunto. Le guardo, talvolta le ammiro, ma poi – mi dico – devo tornare a casa mia. E casa mia, a Venezia, ha circa 1570 anni. Il design flirta con lo spettacolo. Le sperimentazioni più svariate sono forme d’arte, poi c’è la vita reale e il problema della vivibilità su larga scala resta.

Certo possiamo evitare gli sprechi, bandire il più possibile la plastica dalla nostra vita (ricordandoci che non riguarda soltanto il supermercato dove facciamo la spesa), usare materiali naturali, fare la doccia anzichè il bagno, ma è difficile immaginare di vivere su un albero, nè facciamo tutti i guardaboschi come il signor Peter Wohllenben (autore di best sellers sulla vita degli alberi).

Può sembrare pericoloso ciò che affermo, ma non lo è. Secondo me, confrontarsi davvero con la realtà è il primo passo verso diverse possibili soluzioni al problema. Delirare sul futuro non serve, vivere come gli Hamish è ridicolo, diversificare le strategie invece, sarebbe, tanto per cominciare, molto più saggio.

Non è un caso che all’interno della Triennale ci sia la Mostra “La Nazione delle Piante” curata da Stefano Mancuso. Perchè è proprio da loro, dalle Piante, che può venire l’insegnamento vincente per un approccio utile alla creazione di soluzioni non-o-poco predatorie nei confronti dell’ecosistema. Non c’è problema in Natura che le specie non affrontino con strategie ad personam, o per meglio dire, ad plantam. Insomma per una volta, essere noi uomini ad adattarci alle diverse circostanze… un po’ come facevano i Maya che non rendevano santi, luoghi di loro scelta, ma eleggevano i siti sacri sulla base delle qualità energetiche specifiche del posto.

LA MEDITAZIONE FRA LE PIANTE? ECCO UN VIDEO PER ENTRARE IN MEDITAZIONE

Foto di Victoria Schaal (www.victoria-schaal.com)

Alzi la mano chi, fra quanti, intrapresa la difficile strada della meditazione, non ha mai desistito, sopraffatto dalla sfiducia e dallo scetticismo!
Io ci ho messo molto, lo confesso, a capire cosa fosse davvero. Il vuoto, l’assenza di un pensiero dominante – mi dicevano – l’osservazione pura e neutra, l’esserci hic et nunc, liberando i lacci della coscienza. Sì ok. Facile a dirsi!
Per settimane, mesi, cominciavo piena di buone intenzioni, ma finivo inesorabilmente per:
a. Riarredare tutta la mia casa, tinteggiatura dei muri compresa.
b. Programmare i viaggi dei prossimi dodici mesi, con tanto di prezzi e ore di volo.
c. Rintracciare ricordi assurdi dell’infanzia più remota, tipo l’orrida signora di una boutique del centro che mi chiedeva sempre se volevo più bene alla mamma o al papà, gettandomi in faccia la scioccante verità che in teoria si poteva amare di più uno dei due.
Non pensare è impossibile. Non sognare ad occhi aperti, altrettanto. Dovevo provare altri metodi. Ma accendere una candela da fissare per concentrarmi mi aveva rivelato – questo sì – che ero in grado di spegnerla con la mia irrequietezza, quella stessa che in teoria avrei dovuto saper zittire per almeno un quarto d’ora.

Alla fine, quando ormai avevo perso ogni speranza, provai a seguire un consiglio: concentrarmi fra due elementi, due punti, le mie sopracciglia (nel famoso terzo occhio dei chakra) le due mani, le due ginocchia. Per gli stressati cronici come me – quelli con il cervello-criceto che corre incessantemente sulla ruota senza fermarsi mai – vi assicuro, è il metodo giusto (un altro modo per cominciare è affidarsi alle meditazioni guidate on-line, io, ad esempio consiglio quella di Accademia Infinita https://www.youtube.com/watch?v=Y5cLxJGRDvQ )

E finalmente un bel giorno, ecco apparire per un istante il famoso vuoto, un luogo bizzarro dove la mia mente non aveva alcun ruolo da protagonista, niente da pensare, da formulare, organizzare, immaginare. E quell’istante in realtà non era stato un istante ma venticinque minuti. Quasi mezz’ora scappata al cane da guardia della mia coscienza. Un tempo sfuggito al mio orologio mentale. Il tempo-non-tempo, non-misurabile-perchè-chi-se-ne-frega- che con ogni probabilità le nostre piante abitano fin dall’inizio del mondo. Uno spazio neutrale di energia vibratoria, senza nome, ma con una frequenza che interagisce fra tutto ciò che vive.
I più recenti studi sull’intelligenza delle piante hanno rivelato con supporti scientifici che queste posseggono in un loro modo vegetale i cinque sensi, persino quello della vista, seppure meno sviluppato. Esimi studiosi affermano infatti che le nostre piante ci percepiscono come un bagliore. Ma il nostro muoverci nel tempo è talmente rapido che per loro siamo una sorta di lampo nella notte.

Allora perché non provare? Perché non associare alla meditazione anche le nostre piante? Dare loro l’opportunità di darci un’occhiata finalmente, con calma, in questa sospensione pacifica del divenire che conoscono così bene. Se la genetica ci ha confermato che non siamo poi tanto diversi (il genoma del riso ha poche migliaia di geni più di quello dell’uomo) se la memoria cellulare è la stessa, ciò che ci separa davvero è soltanto la nostra straordinaria irrequietezza. È l’animale, il fanatico dell’aggressività, l’insofferente alla propria provvisorietà, il prigioniero dei sensi e delle emozioni, il campione della fuga nell’altrove!

La meditazione, col suo piccolo regalo d’eternità può collegarci alla Natura profonda degli alberi e delle piante, contribuendo a quella connessione che, anche quando non ce ne accorgiamo, si crea nelle nostre case, nei nostri giardini o passeggiando in silenzio in un bosco.

E se invece finiamo col farci una risata, non è grave! Sono certa che le foglie e i rami e i fiori accoglieranno con simpatia il flusso limpido e argenteo d’energia che accompagna sempre un sorriso spontaneo.
Fatemi sapere!

MAGHI,SENSITIVI… ATTENZIONE! L’AMORE E’ ALTRO

In reazione ai miei articoli “strani” sugli incontri avuti in Messico, una lettrice A. (che ringrazio) mi scrive chiedendomi se deve credere alle chiromanti o ai sensitivi in generale.
Vorrei chiarire che per principio sono molto prudente su questo argomento e tengo costantemente vivo il mio scetticismo, nonchè un senso dell’umorismo infallibile che nasce da un lieve distacco dalla realtà, mentre accade (Provare per credere!) Questo mi ha sempre aiutato a distinguere: ci sono persone che possiedono sicuramente dei doni, molte altre invece sono dotate di qualità non proprio meritevoli e usano tecniche manipolatorie riconducibili alla pura psicologia.

Tengo a riferire altresì ciò che mi ha confermato un famoso antropologo sciamano José Alberto poco tempo fa a Mexico City: “la segunda vista? – esclamò sorpreso – Tutti ce l’hanno, pochi la usano” Anche la mia amica A. la possiede e mi viene voglia d’incitarla a farci affidamento in merito ai suoi dubbi d’amore.

Sì lo so, qualcuno lamenterà che tendo alla filosofia, mentre nella vita reale s’affrontano problemi, umiliazioni, infedeltà, distacchi dolorosissimi e oggettivi. Ma ricordo ad A. e a me stessa nei momenti bui, che quando parliamo d’Amore, parliamo dell’energia che regge ogni cosa. Parliamo della forza propulsiva che fa crescere le piante, sorgere il sole, lavorare a un progetto, respirare, battere il nostro cuore. L’Amore è la base del fare, l’essenza stessa dell’Azione in ogni circostanza sulla Terra.

Vogliamo applicare il concetto alla nostra vita, adesso, praticamente? Tutto ciò o tutti quelli/e che, di proposito o meno, intorno a noi ostacolano, abbassano, spengono questa energia non sono benèfici. Prenderne atto, allontanarsi, proseguire è la cosa più saggia da fare. Non sempre facile? Lo so, ma ricordo che l’Amore è anche VERITA’, e la verità esiste per se stessa, finirà sempre per guidare i nostri passi.

Accade talvolta che una storia ci deluda o non corrisponda a ciò che immaginavamo per noi, ma cara A. sono convinta che la vita alla fine premi sempre il coraggio e la determinazione, espressione massima della nostra energia, dunque ascolta quella, più dei consigli di magi e fattucchiere e segui la traccia che lascia ciò che ti accende davvero.

Dal Messico: A SAN JUAN de CHAMULA (Chapas) LA POLIZIA NON ENTRA

Oscar, l’autista, mi raccomanda di far sparire il cellulare, la macchina foto e di farmi piccola quando entriamo nella chiesa di S.Juan.

Una parola! In mezzo a gente alta un metro e cinquanta, capelli corvini e pelle color tabacco! Ma in realtà a me nessuno farà caso (e infatti qualche fotina l’ho scattata per voi he he…)

 

Questa follia è autentica e tutta loro: di una comunità che parla ancora un dialetto di derivazione Maya, figlia di gente che all’arrivo dei Conquistadores spagnoli, preferì il suicidio di massa.

L’interno della chiesa, priva d’altare ma consacrata cattolica a modo suo – un prete ogni tanto viene portato da San Cristobal a dir Messa per poi tornarsene via a far finta d’ignorare ciò che qui accade – è colorato e kitsch come un quadro di Frida Khalo: ai lati della navata centrale, una sfilza di statue di Santi e Sante rigorosamente separati, con altari e altarini pieni di fiori e festoni.

Ovunque candele in vetro e per terra, a steli lunghi e sottili consumate nei riti degli Shamani. Si cammina su un tappeto di aghi di pino continuamente raccolti e rinnovati, e tutto questo ammorba l’aria fumosa d’incenso, di profumo dolciastro di Natura che appassisce. 

La gente s’accalca ovunque, vestita in modo tradizionale: lunghe sottane nere per le donne e scialli ricamati a fiori sgargianti; gli uomini, col cappello da cowboy indossano cappotti e gilet di lana, pelosa come una pelliccia di fattura grezza, stretti da alte cinture. 

È così tutti i giorni. Intere famiglie s’accucciano per terra attorno al brujo. Sono venuti con il necessario, candele, uova, fiori, un gallo o una gallina.

 

Mi sistemo in un angolo alle spalle di una vecchia shamana. Da poco sono state ammesse anche le donne, ma è l’unica soddisfazione che avrò: in questo paese di 58000 abitanti, la donna deve servire l’uomo, camminargli un passo dietro.

A 13 anni è già sposa.

Vedo madri poco più che adolescenti, con bimbo stretto in una fascia sul ventre.

 

Il rito della bruja comincia.

Bisbiglierà orazioni per due ore, accendendo le candele in fila fino a consumazione. Sulla pozza liquida che si formerà, getterà Posh (un alcool a 60 gradi  che si passano anche per farsi un goccetto!) e Coca-Cola ( chissà perché).

La famiglia ha affidato la sua richiesta alla shamana, queste le prime offerte. Poi la vedo strofinare l’uovo su una donna che le sta accanto, forse malata, infine invoca l’aiuto divino agitandole addosso il gallo…È un attimo, con destrezza spezza il collo all’animale che non emette gemito. Apparentemente il rito è finito.

Oscar mi sussurra che ora andranno al fiume dove la malata, volgendo le spalle all’acqua, getterà il cadavere nella corrente. “Si porterà via il male”.

 

 

 

 

 

 

Mi sento in un posto molto lontano e senza tempo. Fuori, gli uomini “pelosi” mi guardano con arroganza un poco ostile. La mia amica Lucia mi raggiunge un po’ preoccupata:

“Vieni via, qui la polizia non ci prova neanche ad entrare”. “Ah! – lancio una seconda occhiata agli uomini di Neandertal – e se uno ha bisogno d’aiuto, chi chiama? Zorro???”

 

Dal Messico: IL BENE, IL MALE, LA CURA dell’ESPANTO

C’è una curiosa incongruità fra la semplicità genuina e un poco caciarona della gente nei paesi, il continuo Carnevale delle piazze e la profondità del pensiero che regge tutta la medicina tradizionale (precolombiana!). L’idea di armonia mente/anima/corpo per stare bene e la cura dei mali invisibili che ci portiamo dentro.

L’espanto, lo spavento ad esempio, può minare la salute di un individuo e frammentarne persino l’anima.

“Non lo curate in Europa?”. Gudelia è allibita, roba da terzo mondo!

Apparentemente io ne avevo molto bisogno. Nella cera rappresa del rito, la curandera ha letto una serie di traumi secondo lei ancora impressi nel mio subconscio e nel mio corpo cellulare. Alcuni non posso ricordarli, ma me li raccontò mia madre: ad esempio quando a un anno, per la distrazione della tata, caddi dal tavolo della cucina. “Fu più che altro un gran spavento per mia madre – precisai – e per la tata, conoscendo mia mamma deve aver passato un brutto quarto d’ora!”.

Gudelia scuote la testa: “È stato un espanto per te”. Mentre la guardo, ripenso al racconto di mia madre, alla sua paura perché per qualche minuto, come assente, non avevo neanche pianto.

 

Di traumi, ce n’è una serie, alcuni li avrei scritti anch’io in una mia ipotetica lista, altri per me erano minori. Superati.
“No, hanno condizionato la tua vita y el amor también”
“Anche l’amore?”
Gudelia sembra perfettamente al corrente del mio excursus sentimentale.
“Con la cura andrà meglio anche quello” afferma con la sicurezza di un cardiochirurgo.
“Ah sì? Meno male!” rispondo sollevata, mentre mi sdoppio per godermi la scena assurda di me, a diciassette ore di volo da casa, in un buco di villaggio sperduto nello Stato di Oaxaxa, intenta a discutere animosamente dei miei amori con una donna che li commenta senza sconti, come una zia.

 

 

“Ma ora i traumi sono risolti definitivamente Gudelia?”
È sempre il cardiochirurgo a rispondermi: “Si, terminado”

 

Per la prima volta mi sorride e io capisco perché in paese la chiamano segretamente la chimuela (la sdentata), ma guai a dirglielo -m’ha raccomandato il mio amico taxista- sennò s’offende!

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Alla prossima, dal Mexico!

Vuoi leggere altre storie dal messico? Dai un’occhiata ai miei articoli precedenti 🙂

Dal Messico: A TU PER TU CON LA CURANDERA

Gudelia è un personaggio da romanzo. Per quali complicate, misteriose vie del destino mi è stato dato il privilegio d’incontrarla, lo racconterò probabilmente nel prossimo libro. Resta nella mia mente, il piglio deciso e la calma monumentale di questa donna d’estrema povertà, alta una spanna e leggera come un giunco, che sa a malapena scrivere il suo nome, e quel modo di guardarti apparentemente senza intensità, mentre ti dice tutto di te. Tutto ciò che le interessa dirti… La sua storia è semplice e bella. Una nonna curandera dalla quale per 50 anni ha imparato tutto senza farci caso. Poi il grande dolore: la perdita del suo bambino di sette mesi e la “rivelazione” mentre pregava nella chiesa di Xoxocotlan:

“Devi aiutare gli altri, usare il dono per vivere, non per arricchirti” .    

Pero no soy bruja (shamana) soy curandera, practico las plantas y las flores “. Per “la limpia” il famoso rito di purificazione dai mali fisici e spirituali, usa un mix d’erbe che brucia ai tuoi piedi e uova crude, strumenti vivi che assorbono il male. Gudelia mi spiega, mi cura, non tenta di convincermi di nulla. La cosa sembra non interessarla affatto.

Ai miei tanti “perché ” risponde spesso:

“Non lo so, ma ha sempre funzionato”.

E in quel “sempre” io non ho difficoltà a immaginare le curandere delle antiche civiltà zapoteche lassù sulle montagne della Sierra che anche oggi si stagliano all’orizzonte sul cielo di un turchese invincibile.       

 

Ci diamo appuntamento per l’indomani mattina. Mi dirà tanto di più. “E tu mi scriverai il tuo nome per intero – mi dice – perché io continui la tua cura, pregando”.

Il quaderno che mi mostra è a pezzi, tutto sgualcito, perde le pagine. Leggo Paul S. Washington d.c. numero di telefono; Jane W. Ucla CaliforniaTerry S. Huston Texas… Il mio viso è tutta una sorpresa. “Si, sì vengono, mi chiamano anche al telefono!” “Come? Come fanno a conoscerti, Gudelia?” “Non so – risponde calma – ma funziona”.

INVOCAZIONE MAYA PER TUTTI

Cari amici di blog,
In quest’inizio d’anno tutto nuovo, spinta dal vivo interesse suscitato dal mio libro “Cosa fanno le mie piante quando non ci sono” m’accingo a dedicarmi a nuove ricerche. Se le più recenti scoperte scientifiche stanno ottenendo grandi risultati sulla conoscenza del mondo vegetale, non ho mai ignorato infatti, avendolo riscontrato in molti Paesi in Africa, Asia, Centr’America, che popoli molto antichi possedevano già saperi, intuizioni, tradizioni, spiritualità e cosmogonie, capaci di penetrare i segreti più profondi della Natura.

È con questa sete di conoscenza che parto per il Messico, negli stati del Chiapas, di Tabasco e dello Yucatan (culle della civiltà Maya-Tolteca) per apprendere da alcuni dei superstiti depositari di quei saperi qualcosa del senso profondo del nostro esistere in seno alla Pachamama, la Madre Terra. Per questi popoli, oggi come allora, per i curanderos e le curanderas (i guaritori e le guaritrici), gli Yerberos (gli erboristi), gli Hueseros (gli aggiusta-ossa), gli Hechiceros (gli spiritisti) noi tutti siamo parte della più ampia comunità della Natura. E soltanto con le piante, i minerali, gli animali, nella comunicazione con tutti questi elementi è possibile raggiungere quell’armonia necessaria al nostro benessere anche fisico.

Ognuno di noi rappresenta un filo nel grande tessuto della vita. Corpo, mente, energia, spirito dell’uomo sono intimamente connessi alla Terra, perché anch’essa è un organismo vivente cosciente, intelligente, fatto di materia, energia e spirito, capace di autoregolarsi. Le piante sono creature protette, significative, indispensabili, a loro volta nostre guide e nostre guaritrici.

La profondità di queste filosofie risiede tutta nella loro tradizione pratica, nell’educazione all’esperienza della percezione e nella serenità che esprimono anche questi pochi versi che riporto qui sotto, come augurio di semplicità felice per il nuovo anno a tutti noi….

 

 

INVOCAZIONE MAYA

In verità, due volte grazie, tre volte grazie!
Perché fummo creati, perché ci vennero date le bocche e i volti.
Parliamo, ascoltiamo, meditiamo e ci muoviamo.
Sentiamo molto bene, conosciamo ciò che è lontano e ciò che è vicino.
Così abbiamo visto ciò che è grande e ciò che è piccolo sotto il Cielo
e sopra la Terra.
Grazie a voi siamo stati creati, costruiti, formati, originati.
Nostro nonno! Nostra nonna*! ”

*Nella Cosmogonia Maya, Nonni e Nonne sono i grandi antenati, i Creatori-Formatori, il maschile e femminile della Creazione.

CHIAMALA PER NOME

Durante questi mesi di presentazione del mio libro Cosa fanno le mie piante quando non ci sono e di conferenze sull’intelligenza del mondo vegetale mi è capitato molto spesso di ricevere le confidenze di lettori potenziali che a fine serata m’avvicinavano per sussurrarmi all’orecchio: “Anch’io alle mie piante ho dato un nome e ci parlo!” “La mia kenzia si chiama come mia nonna”. Senza potermi esimere dal sorridere di fronte a quell’aria di cospirazione, ho sempre risposto: ”Ha fatto bene” “È una cosa naturale, lo dica pure a voce alta!”.

Lo penso davvero. E non perchè si tratti di un divertimento innocente, ma proprio perchè al contrario è una faccenda profonda.

Dare un nome a qualcosa o qualcuno significa riconoscerlo come parte del proprio mondo affettivo-sentimentale. Nel bambino è segno che un balocco è entrato nella sua sfera emotiva con un valore simbolico e totemico preciso. Quando diamo un soprannome all’innamorato/a in un certo senso gli/le accordiamo una nuova genesi: “Sei rinato/a grazie a me, topolino/a mio/a!”

Puro narcisismo, dirà qualcuno. Sì certo, è un appropriarsi magico-egocentrico, ma con un fine forse meno egoistico di quanto si creda, sancisce una protezione, la vittoria del NOI, della nostra intimità sul mondo esterno, indifferente, spesso ostile. Quando diamo un nome a qualcosa o a qualcuno, lo definiamo a se stesso, contribuiamo a dargli un’identità e un ruolo importante nel nostro territorio emozionale.

Gli Aborigeni, pur ricevendo un nome alla nascita come tutti noi, sono soliti cambiarlo nel corso della vita, quando sentono d’aver bisogno di chiamarsi in modo più appropriato. Il nostro comportamento, le nostre scelte, lo stile, la nostra evoluzione, tutto contribuisce a definirci, tutto emana un’idea di noi che evoca una parola, un nickname o almeno una tonalità diversa nella pronuncia di quel nostro nome.

Perchè dunque non usare il nostro libero sentire anche per le nostre piante, se vivono con noi per anni? Perchè il fatto d’avere dei fiori bellissimi o aculei pungenti non dovrebbe influire sul loro carattere e sul nostro modo di percepirle?

Conosco persone con la passione smodata per le piante grasse, altre le odiano letteralmente, le percepiscono come ostili, inavvicinabili. Una volta mi presentarono un cactus di nome Crudelia. “In America Centrale si tengono cactus fuori dalla porta di casa perchè la proteggano – raccontai alla signora in questione – Tengono il male lontano. Forse Crudelia meriterebbe di chiamarsi Hero, come la canzone di Mariah Carey”.

Poco importa. Date i nomi che vi ispirano, assecondate il vostro sens of humour!. Ogni cosa ha il significato che le attribuiamo. La vostra Creatività crea un senso di clan benefico. Più parole abbiamo, più sarà vasta la comunità affettiva che ci circonda, più sarà ricco d’energia positiva il nostro universo.
Pare che la tribù dei Manu di Papua Nuova Guinea non conosca la parola AMORE. Io non ne sono affatto sicura… forse non abbiamo mai appreso che da loro AMORE si dice CRUDELIA.

LA STELLA DI NATALE…ATTENZIONE AI SUOI NOMI!

Questa pianta tanto comune da noi in periodo natalizio, mi complica la vita da anni. Originaria del Messico, dove vado spesso, e dove cresce spontaneamente con piglio d’arbusto anche fino a 5 metri, infischiandosene dell’arrivo di Babbo Natale, è chiamata anche Noche Buena, non so perchè o Mexican flame leaf. Impensabile dunque porgerla come regalo straordinario a Mexico City o a Cancun, non susciterà grande impressione. Lasciate perdere! Tra l’altro era già nota agli Aztechi che se ne fregavano altamente del suo pregio ornamentale, ma ne usavano il lattice per guarire la febbre.

Ancora più imbarazzante è stato offrirla in Spagna. A Madrid, un 21 dicembre, invitata a cena a casa di un ambasciatore, mi presentai con un’enorme stella di Natale fra le braccia. La padrona di casa, aprendosi un varco fra i rami fioriti per scorgere il mio viso, esclamò sorridente: ”Oh la flor de pascua, muchas gracias Francesca!”.

Il suo vero nome poinsezia francamente non ispira nessuna simpatia, sembra una malattia della pelle, di quelle gravi, da cortisone!

Un po’ meglio il suo destino in Turchia dove la chiamano il fiore di Ataturk, quindi badate bene di offrirla a chi non disdegna le riforme radicali attuate dal fondatore della Repubblica fra il 1923 e il ’38!

Nessun rischio nel definirla prosaicamente Winter Rose come nei Paesi anglossassoni, ma onestamente chi vorrebbe essere chiamato come un surrogato, una sostituta della regina dei fiori, la titolare della Nazionale, assente per infortunio da raffreddamento?

Mi resta la magra consolazione di offrirla in Italia dove almeno non corro rischi: per il periodo dell’avvento è lei e solo lei la Stella. Buon Natale allora, Euphorbia pulcherrima!

BIBLIOTECA LA VIGNA 21 NOV. VICENZA: L’AMBIENTALISMO DEL CUORE E DELLA CONOSCENZA

È stato un bell’incontro quello organizzato dalla Biblioteca La Vigna di Vicenza, importante centro di riferimento mondiale per le ricerche ampelografiche (dal greco antico ampelòs= Vite) e di studio dell’agricoltura, l’occasione per me, non soltanto di presentare il mio romanzo “Cosa fanno le mie piante quando non ci sono” ma anche d’incontrare lettori aperti alle più ampie visioni del mondo della Natura.

Ha rinfrancato le mie speranze infatti il constatare, una volta di più, la straordinaria vivezza di un fermento nuovo nel campo dell’ambientalismo: la consapevolezza della necessità d’imparare chi sono questi straordinari esseri viventi che chiamiamo piante e come da 500 milioni d’anni hanno saputo resistere ed evolversi sul nostro pianeta. 

Nella settimana in cui gli Organismi delle Nazioni Unite rinnovavano agli Stati l’appello a ridurre le emissioni di gas inquinanti, lanciando l’allarme di un effetto serra sempre più fuori controllo;

nell’anno in cui la Nasa ha ufficialmente rivelato che la risonanza Schumann (il cosiddetto battito interno della Terra) è drammaticaticamente aumentata fino a provocare una prima riduzione del campo magnetico terrestre, rendendoci fra l’altro anche molto più vulnerabili alle radiazioni solari;

nel mese in cui un tornado più consono al Centro-Est degli Stati Uniti che all’altopiano di Asiago, falciava decine di migliaia di abeti rossi, mi sono ritrovata a parlare d’intelligenza delle piante, scoperte scientifiche, soluzioni legate alla biodiversità e soprattutto della possibilità concreta anche per noi, di comunicare con loro e vivere meglio.

Poteva sembrare fuori tema, raccontare una storia romanzata in cui la protagonista dà un nome alle proprie piante, condivide con loro i momenti felici e difficili della sua vita, e invece il pubblico ha seguito, consapevole che un nuovo modo d’abbracciare il nostro impegno “verde” passa anche di qui, dalla loro piena integrazione nel nostro quotidiano. Perché conoscere come le piante comunichino fra loro in modalità simili al nostro Internet, sapere come da millenni trovino soluzioni naturali e formulino alleanze di mutuo soccorso per ovviare ai pericoli più diversi, significa davvero fare qualcosa per salvare il nostro mondo dalla catastrofe.

Non si tratta di scatenare rivoluzioni cruente o di tornare all’età della pietra, ma piuttosto di restituire alla terra impoverita da decenni di sfruttamento, pesticidi, ormoni, la sua naturale ricchezza (nel suolo è custodita l’80% della biomassa) riattivando l’antico equilibrio vitale, fatto di repellenti e anticrittogamici naturali, cicli di crescita compatibili con le necessità della pianta, biodiversità.

È un cammino lungo. Certi errori, commessi fin dagli anni ’60 hanno avuto conseguenze in parte irreversibili, ma molto si può ancora fare. La nuova militanza ambientalista, però, dev’essere consapevole, di buon senso e costante nel tempo. A nulla serve l’impegno di qualche mese per la salvaguardia di questo o quell’animale, se non abbiamo acquisito sane abitudini di vita nel modo in cui facciamo la spesa, ci occupiamo dei nostri rifiuti, accudiamo gli alberi delle nostre città e le piante nelle nostre case,  nella maniera in cui nutriamo noi stessi e i nostri figli.

Il buon senso passa attraverso la conoscenza e il cuore. L’umiltà di capire che la salvezza è possibile soltanto grazie all’osservazione di come si comportano loro, le piante, e all’apprendimento degli insegnamenti che da sempre silenziosamente sussurrano all’uomo.      

 

AMARE COMPLICATO: NE VALE LA PENA?

Mi concedo un piccolo spazio più personale in questo blog, ispirata da una mail di un’amica lettrice (quanti lo desiderino possono sempre scrivermi a fsz@francesca-schaal.com ), che avendo letto “Cosa fanno le mie piante quando non ci sono” si è molto riconosciuta, a suo dire, nel personaggio della protagonista Anne, inciampata in un amore complicato per un pittore: l’affascinante Julien.

Premetto a G. la mia assoluta convinzione che nessun incontro nella vita sia casuale e quindi inutile. Ogni persona sulla nostra strada rappresenta una tappa del nostro percorso, indipendentemente dai tempi e dalla forma in cui questo contatto avviene. La mappa della nostra personale geografia è in qualche modo prestabilita, opportunamente concepita per noi.

Tuttavia, quando c’è di mezzo l’amore la faccenda si complica. L’impatto è serio, sublime, dirompente, tragico, contraddittorio, e destinato a trasformarci per sempre. La personalità dell’artista poi, è nota per essere multiforme, instabile, fluttuante. Occupandomi d’arte da molti anni, come giornalista e curatrice di Mostre, posso dire che non si tratta di un cliché. La sensibilità, la capacità percettiva extra-ordinaria dell’artista hanno il loro risvolto amaro nell’affinata lamina di malinconia che in genere lo persegue nella vita. Il dubbio, la ricerca costante di stimoli e la necessità di rispondere à se davanti a sé, rendono il percorso d’amore complesso e difficile.

Il Julien del mio romanzo è perennemente in preda a un gran traffico di pensieri. Per lui, come scrisse Fromm “la felicità è uno stato d’intensa attività interiore”. Nella continua aspirazione ad una vita diversa, trascina Anne in una corsa infinita fra i sogni. Ma cio’ paradossalmente implica anche un sacrificio della vitalità, come se talvolta la sua personalità si ritrovasse murata in una perenne attesa di qualcuno o qualcosa capace di rianimarlo e permettergli di trovare un suo centro.

In questo continuo esplodere e implodere di sé, Julien dà segni sconnessi e disordinati d’amore e di distacco, di passione e d’immaturità. Per Anne sono lancinanti ferite e picchi d’estasi. E presto si rende conto che la sostanza del loro amore è una materia crollante, terreno friabile sotto ai piedi. Che fare?

Da figlia di poeta, appassionata di letteratura, Anne non si fa troppe illusioni sulla destinazione di quel rapporto, ma decide di viverlo. “Occorre fare un salto nell’oggettività – sembra suggerile Simone de Beauvoiruscire dall’avvolgimento di sé in sé”. La fatica di quella strana vita con lui verrà ricompensata dai momenti perfetti. Fra gli uni e gli altri, infiniti crepacci.

Ma non basta, il destino, quello Grande, l’aspetta all’incrocio, più improbabile che mai e magico, nel suo unico, potente insieme.

Che dirti G. ? Ne valeva la pena? Ne vale la pena? Qualcuno un giorno mi disse che i veri amori hanno sempre una grande lacuna. Allora forse non resta che amare l’imperfezione e scambiare le cicatrici per ricordi felici.

A 100 anni dalla I Guerra Mondiale, la paura e il dolore

È d’attualità all’approssimarsi dei primi giorni novembrini, evocare fatti, date, testimonianze del primo conflitto mondiale. L’inutile, assurda carneficina che si concluse un secolo fa è un presente vivo fra le montagne dolomitiche che frequento dalla mia primissima infanzia. Lascio quindi a storici e letterati di pregio il dar conto degli avvenimenti. 

Io quest’estate sono andata alla ricerca della paura, IL SENTIMENTO sviscerato in centinaia di lettere e diari dall’uno e dall’altro fronte, come è facile intuire se si sale al Monte Piana, qui chiamato Monte Pianto, geograficamente separato da un semplice vallo, al Monte Piano, all’epoca in mano austriaca.

Guerra di trincea, ci hanno insegnato a scuola e qui di trincee ne puoi visitare ancora tante, a difesa di posizioni continuamente conquistate e perse in un territorio aspro e brullo, reso ostile dal freddo, dal vento, dalla neve, dalle asperità geografiche, dall’equipaggiamento scarso e inadeguato, dalle armi (lanciamine, granate, mortai, gas ) – quelle sì – sempre più moderne e distruttive, anticipazione delle sofisticatezze belliche del futuro prossimo.

Mai conflitto è stato tanto umiliante, vissuto come assurdo da uomini chiamati a scavare infinite gallerie che ancor oggi ti inghiottono come un animale e ti sprofondano nell’oscurità di pensieri terribili. Mi è facile evocare visioni di uomini con muli e asini carichi, trascinati fin quassù in sentieri stretti e scivolosi, al rischio costante di finire di sotto, risucchiati da burroni tanto profondi da non vederne la fine.

18000 saranno i morti soltanto qui, la maggior parte vinti non tanto dalle armi, quanto dagli stenti, il gelo, le malattie, i crolli e le frane o perché precipitati negli anfratti più aguzzi della montagna.

Mi concentro in silenzio di fronte al legno sopravvissuto delle baracche abbandonate, al filo spinato degli avamposti dove si consumava la guerra dei nervi e dell’attesa, dinanzi ai cimeli ritrovati dappertutto nelle trincee: gamelle, lattine, granate, mortai, la triste supremazia delle cose sulla vita umana. Assorbita in una sorta di meditazione, scivolo sulle pietre e il fango, pregni di tutta la sciagura del mondo, della nostalgia indicibile provata da quella moltitudine di uomini, frastornati dalla fatica e dalla paura, coraggiosi senza retorica, provenienti dagli angoli più remoti della penisola, spesso incapaci di capirsi nella stessa lingua italiana, accumunati dall’attesa di una morte probabile.

Il senso distorto della Prima Guerra Mondiale è tutto nel lamento che ancora qui si ascolta. Il dolore, come l’amore, non scompare. La traccia resta nel tempo-non tempo che qui non avanza, non supera, non dimentica – malgrado i turisti, le targhe commemorative, la campana della pace e il sole che fa capolino fra le nubi – ma tutto assorbe e restituisce, vive e rivive contemporaneamente.

E in questa chiesa a cielo aperto di vite sprecate riecheggia dentro di me quella terribile citazione di A.S.Puskin, tratta dall’Eugenij Onegin (IV, XVI) I sogni e gli anni non hanno ritorno; non rinnoverò la mia anima”

 

Letture consigliate: 

A.S.Puskin, Eugenij Onegin, disponibile qui

Gianni Gallian e G. SegatoFotografia e rimembranza. L’Italia nella Grande Guerra. 4 novembre 2018 Anniversario del Centenariodisponibile qui

Cinzia Rando e L. Terranera, La Grande Guerra… raccontata ai bambini 100 anni dopo, disponibile qui

Per i nostalgici, ricordo anche l’epico film di Monicelli, La Grande Guerra con Gassman e Sordi, disponibile qui.

STOP ALL’AMBIENTALISMO ASSURDO!

Mi è proprio piaciuta la parola scritta a lettere cubitali nello spazio conferenze del Flormart di Padova lo scorso 20 settembre: Innovation.

Innovazione, rinnovamento… da invocare in tutti i modi, in tutte le salse (anche nella mia, cucinata con gli ingredienti del romanzo “Cosa fanno le mie piante quando non ci sono” presentato in quell’occasione) da modulare in una pluralità di voci che andavano dal campo prettamente commerciale del vivaismo (vera vocazione della Fiera) a quello dell’architettura, dall’arte alla cultura.

Rinnovamento quindi, anche del concetto stesso d’impegno ambientalista. Basta con le battaglie inutili e contraddittorie. Basta con l’ecologia insulsa e di facciata. Basta con la passione verde fanatica, gridata e modaiola. Basta alla violenza verbale e talvolta fisica nei confronti di questo o quello stile di vita. Basta all’ecologia inutilmente costosa e controproducente, infantilmente legata ad un passato irrecuperabile.

Il mondo è cambiato, demograficamente esploso, profondamente inquinato, desertificato, illuminato 24h su 24h, immerso nel rumore costante, soffocato dai rifiuti, ma anche tecnologicamente avanzato, capillarmente connesso, velocizzato in tutti gli aspetti della sua vita.

Il punto dunque è un altro: CONOSCERE, studiare le potenzialità e le qualità naturali dell’universo vegetale, l’unico presente sulla terra da 750 milioni d’anni, l’unico sopravvissuto a cataclismi epocali, alterazioni elettromagnetiche, stravolgimenti climatici. E la scienza sta approfondendo finalmente, ponendosi le domande giuste, studiando come vivono le piante, anche le più comuni. Oggi si è finalmente capito quanto le culture tradizionali, le spiritualità più libere e il buon senso vanno ripetendo da secoli: tutto ciò che esiste pulsa, emette energia. Gaia, la terra, si comporta come un immenso circuito elettrico. L’Universo è fatto della stessa sostanza.

Le piante comunicano fra loro e con noi, alleandosi, proteggendosi reciprocamente, garantendo (almeno fin’ora) che l’ecosistema regga ai sussulti dei cambiamenti provocati dall’incuria e dall’ignoranza dell’uomo. Ma è ora di prendere coscienza che un nuovo modo di rispettare l’ambiente deve imporsi su scelte impulsive e utililitaristiche.

Tutto si tiene, e il mozzicone di sigaretta gettata distrattamente nel fiume o in mare finirà per uccidere la balena, quella stessa balena che attivisti militanti (spesso sponsorizzati da forze economiche tutt’altro che limpide) strappano col clamore di campagne mediatiche ad uno dei tanti pescherecci giapponesi. Tutto è utile – si dirà – certo! Ma cos’è più utile fare? Cosa possiamo fare adesso?

Il rispetto per l’ambiente comincia dalla nostra casa, la nostra strada, piazza, città. Esattamente come ogni cambiamento vero inizia da noi stessi, dalla nostra famiglia, il nostro entourage.

Il mondo è un organismo unico, tutto ciò che vive, pulsa, è connesso. Soltanto l’esempio quotidiano, il gesto virtuoso reiterato nel tempo, l’adozione di un nuovo stile di vita potranno fare la differenza e dare una chance di salvezza alla nostra vita sulla Terra. Basterà? Non lo so. PROVIAMOCI! 

 

Ultima Chiamata: Biglietto gratis per FLORMART – Padova Fiere

Giovedì 20 prendetevi il pomeriggio libero!

Vi invito tutti alla presentazione del mio nuovo libro “Cosa fanno le mie piante quando non ci sono” al Flormart di Padova!

Ingresso gratis se vi iscrivete all’evento qui: https://flormart.it/it-IT/events/presentazione-del-libro-cosa-fanno-le-mie-piante-quando-non-ci-sono

Annotatevi: Giovedì 20 settembre alle ore 16 Flormart Padova Fiere Padiglione 15 Arena Laurus. Ingresso Libero previa iscrizione. 

Libri disponibili all’evento!

Pubblicare indipendente oggi in Italia…che idea!?

La domanda è d’obbligo. E allora perché non affrontarla nell’articolo d’esordio di questo blog? Immagino la diffidenza, la curiosità e la perplessità di molti. Perché pubblicare indipendente oggi in Italia?

Cominciamo a scorporare il quesito: perché innanzitutto aprirsi al self publishing?

Premetto che ho conosciuto più o meno tutto: il premio letterario, la conseguente pubblicazione con un grande gruppo; i Saloni del libro; i piccoli editori; le rassegne letterarie di nicchia; gli incontri con l’autore in provincia e nella grande città, l’horror vacui di fronte ad una platea di tre persone (compreso l’impiegato comunale che ha le chiavi della sala! ) e il folto pubblico delle manifestazioni con radio, tv e valletta abbronzata.

Mi sono fidata e affidata. Ringrazio tutti quelli con cui ho lavorato BENE, BENINO e MENO BENE. Il punto però è un altro: il mondo è cambiato. I lettori sono ovunque, si spostano, viaggiano, si trasferiscono. Chi legge oggi è spesso come me, itinerante, plurilingue, s’informa on-line, appartiene contemporaneamente a più mondi, più comunità, ha figli, fidanzati all’estero, amici lontani.  Che lo voglia o meno, è connesso costantemente a differenti realtà. Le sue curiosità nascono e muoiono in fretta per i più svariati motivi, tali e tante sono le opportunità di conoscenza che lo bombardano quotidianamente.

Di fronte ad una società globalizzata e frenetica, liquida per dirla alla Bauman, l’editoria invece tende a muoversi ancora entro i soliti binari dei media e di distribuzione del passato, privilegiando i territori letterari conosciuti piuttosto che la scoperta di nuove voci. Il povero libraio non è in condizione di seguire tutto “il pubblicato”, né riesce a dare il giusto spazio di tempo e di vetrina ai libri che continuamente vedono la luce (i tempi delle rese agli editori si sono ristretti per non rischiare l’onere dell’invenduto). I giornali tendono a reiterare le recensioni dei best sellers. I premi letterari minori cercano nel nome dei vincitori un’occasione di pubblicità (quando dovrebbe essere il contrario! ). I riconoscimenti più importanti sono contesi (specie in Italia ) dai grossi editori ridotti ad un numero talmente esiguo da sfiorare l’oligopolio.

Pur essendo anch’io romanticamente legata all’idea del volume da sfogliare fra le quattro mura della mia libreria di fiducia (luogo che peraltro ho già perso nelle mie città di riferimento per lasciar posto a negozi di souvenir e rivenditori di telefoni ) valuto positivamente l’opportunità che ci è data oggi dai social media: la vetrina virtuale ci avvicina al mondo dei libri – di tutti i libri, senza esclusione né limiti di tempo! – e consente ponti e opportunità facilmente intuibili da chiunque.

So che gli Italiani sono più riluttanti di altri popoli ad affidarsi agli acquisti on-line e proprio per questo motivo, volevo essere fra i primi autori che aprono questa nuova strada fatta di libertà e pari opportunità per tutti.

Perché questo è l’altro punto nodale della questione, la seconda parte della nostra domanda iniziale:  perché pubblicare indipendente, in Italia?

Finalmente un autore oggi può esprimersi e confrontarsi direttamente con il pubblico: sarà lui e soltanto lui a decretare il buon esito del suo lavoro. E ciò a prescindere dal fatto d’essere un genio della letteratura, d’avere fortuna o un agente che lavora al proprio fianco, o conoscenze nel mondo dei media e della politica, di possedere privilegi di varia natura o d’appartenere a quel certo giro d’intellettuali e professionisti della scrittura che spesso s’onorano reciprocamente di recensioni e ospitate televisive. Certo la competizione resta impari, siamo dei Davide di fronte ai Golia dell’editoria tradizionale, ma la via è aperta. Nulla sarà più come prima.

E più d’ogni altra cosa, confido che forme di collaborazione e passa-parola on-line consentiranno di veicolare, al di là del titolo di un libro, anche tematiche d’interesse globale. Che il mio “Cosa fanno le mie piante quando non ci sono” possa stimolare ad esempio, l’interesse dei miei lettori anche per saggi scientifici e più ostici  sul mondo segreto delle piante e la loro intelligenza, sarebbe per me, fonte di grande soddisfazione. Il lato romantico e pasionario di un mondo descritto sempre come l’arida e gretta palestra di colossi finanziari.