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Dal Messico: IL BENE, IL MALE, LA CURA dell’ESPANTO

C’è una curiosa incongruità fra la semplicità genuina e un poco caciarona della gente nei paesi, il continuo Carnevale delle piazze e la profondità del pensiero che regge tutta la medicina tradizionale (precolombiana!). L’idea di armonia mente/anima/corpo per stare bene e la cura dei mali invisibili che ci portiamo dentro.

L’espanto, lo spavento ad esempio, può minare la salute di un individuo e frammentarne persino l’anima.

“Non lo curate in Europa?”. Gudelia è allibita, roba da terzo mondo!

Apparentemente io ne avevo molto bisogno. Nella cera rappresa del rito, la curandera ha letto una serie di traumi secondo lei ancora impressi nel mio subconscio e nel mio corpo cellulare. Alcuni non posso ricordarli, ma me li raccontò mia madre: ad esempio quando a un anno, per la distrazione della tata, caddi dal tavolo della cucina. “Fu più che altro un gran spavento per mia madre – precisai – e per la tata, conoscendo mia mamma deve aver passato un brutto quarto d’ora!”.

Gudelia scuote la testa: “È stato un espanto per te”. Mentre la guardo, ripenso al racconto di mia madre, alla sua paura perché per qualche minuto, come assente, non avevo neanche pianto.

 

Di traumi, ce n’è una serie, alcuni li avrei scritti anch’io in una mia ipotetica lista, altri per me erano minori. Superati.
“No, hanno condizionato la tua vita y el amor también”
“Anche l’amore?”
Gudelia sembra perfettamente al corrente del mio excursus sentimentale.
“Con la cura andrà meglio anche quello” afferma con la sicurezza di un cardiochirurgo.
“Ah sì? Meno male!” rispondo sollevata, mentre mi sdoppio per godermi la scena assurda di me, a diciassette ore di volo da casa, in un buco di villaggio sperduto nello Stato di Oaxaxa, intenta a discutere animosamente dei miei amori con una donna che li commenta senza sconti, come una zia.

 

 

“Ma ora i traumi sono risolti definitivamente Gudelia?”
È sempre il cardiochirurgo a rispondermi: “Si, terminado”

 

Per la prima volta mi sorride e io capisco perché in paese la chiamano segretamente la chimuela (la sdentata), ma guai a dirglielo -m’ha raccomandato il mio amico taxista- sennò s’offende!

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Alla prossima, dal Mexico!

Vuoi leggere altre storie dal messico? Dai un’occhiata ai miei articoli precedenti 🙂

Dal Messico: A TU PER TU CON LA CURANDERA

Gudelia è un personaggio da romanzo. Per quali complicate, misteriose vie del destino mi è stato dato il privilegio d’incontrarla, lo racconterò probabilmente nel prossimo libro. Resta nella mia mente, il piglio deciso e la calma monumentale di questa donna d’estrema povertà, alta una spanna e leggera come un giunco, che sa a malapena scrivere il suo nome, e quel modo di guardarti apparentemente senza intensità, mentre ti dice tutto di te. Tutto ciò che le interessa dirti… La sua storia è semplice e bella. Una nonna curandera dalla quale per 50 anni ha imparato tutto senza farci caso. Poi il grande dolore: la perdita del suo bambino di sette mesi e la “rivelazione” mentre pregava nella chiesa di Xoxocotlan:

“Devi aiutare gli altri, usare il dono per vivere, non per arricchirti” .    

Pero no soy bruja (shamana) soy curandera, practico las plantas y las flores “. Per “la limpia” il famoso rito di purificazione dai mali fisici e spirituali, usa un mix d’erbe che brucia ai tuoi piedi e uova crude, strumenti vivi che assorbono il male. Gudelia mi spiega, mi cura, non tenta di convincermi di nulla. La cosa sembra non interessarla affatto.

Ai miei tanti “perché ” risponde spesso:

“Non lo so, ma ha sempre funzionato”.

E in quel “sempre” io non ho difficoltà a immaginare le curandere delle antiche civiltà zapoteche lassù sulle montagne della Sierra che anche oggi si stagliano all’orizzonte sul cielo di un turchese invincibile.       

 

Ci diamo appuntamento per l’indomani mattina. Mi dirà tanto di più. “E tu mi scriverai il tuo nome per intero – mi dice – perché io continui la tua cura, pregando”.

Il quaderno che mi mostra è a pezzi, tutto sgualcito, perde le pagine. Leggo Paul S. Washington d.c. numero di telefono; Jane W. Ucla CaliforniaTerry S. Huston Texas… Il mio viso è tutta una sorpresa. “Si, sì vengono, mi chiamano anche al telefono!” “Come? Come fanno a conoscerti, Gudelia?” “Non so – risponde calma – ma funziona”.

AMARE COMPLICATO: NE VALE LA PENA?

Mi concedo un piccolo spazio più personale in questo blog, ispirata da una mail di un’amica lettrice (quanti lo desiderino possono sempre scrivermi a fsz@francesca-schaal.com ), che avendo letto “Cosa fanno le mie piante quando non ci sono” si è molto riconosciuta, a suo dire, nel personaggio della protagonista Anne, inciampata in un amore complicato per un pittore: l’affascinante Julien.

Premetto a G. la mia assoluta convinzione che nessun incontro nella vita sia casuale e quindi inutile. Ogni persona sulla nostra strada rappresenta una tappa del nostro percorso, indipendentemente dai tempi e dalla forma in cui questo contatto avviene. La mappa della nostra personale geografia è in qualche modo prestabilita, opportunamente concepita per noi.

Tuttavia, quando c’è di mezzo l’amore la faccenda si complica. L’impatto è serio, sublime, dirompente, tragico, contraddittorio, e destinato a trasformarci per sempre. La personalità dell’artista poi, è nota per essere multiforme, instabile, fluttuante. Occupandomi d’arte da molti anni, come giornalista e curatrice di Mostre, posso dire che non si tratta di un cliché. La sensibilità, la capacità percettiva extra-ordinaria dell’artista hanno il loro risvolto amaro nell’affinata lamina di malinconia che in genere lo persegue nella vita. Il dubbio, la ricerca costante di stimoli e la necessità di rispondere à se davanti a sé, rendono il percorso d’amore complesso e difficile.

Il Julien del mio romanzo è perennemente in preda a un gran traffico di pensieri. Per lui, come scrisse Fromm “la felicità è uno stato d’intensa attività interiore”. Nella continua aspirazione ad una vita diversa, trascina Anne in una corsa infinita fra i sogni. Ma cio’ paradossalmente implica anche un sacrificio della vitalità, come se talvolta la sua personalità si ritrovasse murata in una perenne attesa di qualcuno o qualcosa capace di rianimarlo e permettergli di trovare un suo centro.

In questo continuo esplodere e implodere di sé, Julien dà segni sconnessi e disordinati d’amore e di distacco, di passione e d’immaturità. Per Anne sono lancinanti ferite e picchi d’estasi. E presto si rende conto che la sostanza del loro amore è una materia crollante, terreno friabile sotto ai piedi. Che fare?

Da figlia di poeta, appassionata di letteratura, Anne non si fa troppe illusioni sulla destinazione di quel rapporto, ma decide di viverlo. “Occorre fare un salto nell’oggettività – sembra suggerile Simone de Beauvoiruscire dall’avvolgimento di sé in sé”. La fatica di quella strana vita con lui verrà ricompensata dai momenti perfetti. Fra gli uni e gli altri, infiniti crepacci.

Ma non basta, il destino, quello Grande, l’aspetta all’incrocio, più improbabile che mai e magico, nel suo unico, potente insieme.

Che dirti G. ? Ne valeva la pena? Ne vale la pena? Qualcuno un giorno mi disse che i veri amori hanno sempre una grande lacuna. Allora forse non resta che amare l’imperfezione e scambiare le cicatrici per ricordi felici.