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L’ARTE DI AMARE IL LUOGO DOVE SI VIVE

Continuo a scrivere. Non saprei smettere neanche se lo volessi, ma presentare i miei libri, incontrare la gente è una pausa necessaria, un piacere autentico, mi nutre, m’insegna, mi è indispensabile per non inaridire l’inchiostro che conduce per mano le mie frasi.

Il 29 Maggio scorso ero ospite di un’iniziativa organizzata dall’Ing. Giovanni Cecconi di Wigwam Venezia (Associazione Nazionale Protezione Ambiente) nella bella costruzione a colonne bianche della Ricevitoria di San Giuliano, sulla laguna, sede, non a caso del Circolo Canottieri di Mestre. Erano previsti un certo numero d’interventi su temi molto vasti quali il turismo ecosostenibile, l’agriturismo (con testimonianze dalla splendida Maremma) l’inquinamento lagunare, lo studio delle antiche carte cinquecentesche e settecentesche riguardandanti la zona di Porto Marghera, Mestre, con tanto di mappatura di canali ormai scomparsi o mutati nel corso dei secoli.

Ero prevista anch’io, o meglio, io “con le mie ragazze” di “Cosa fanno le mie piante quando non ci sono”  a dare un tocco di fantasia (si fa per dire perchè l’intelligenza e la capacità di comunicare del mondo vegetale è appurata ormai scientificamente) una ventata d’allegria ad una serata funestata da un maltempo che a Venezia trova un precedente soltanto nel maggio 1958.

A conclusione di una serata conviviale, allegra e interessante, più d’ogni altra cosa mi sono portata via l’impressione che tutte queste persone possedessero l’arte d’amare realmente la propria casa d’elezione. Che il segreto di un’autentica sensibilità ecologica fosse tutto in quel senso d’appartenenza a una comunità, una terra, spesso maltrattata e vilipesa, ma sempre incondizionatamente amata. Una sorta di spiritualità laica, trasversale e poliedrica, un senso di continuità col passato che dev’essere una missione nel presente, sembra davvero essenziale per assicurare una prospettiva a chi verrà dopo.

E tornando a casa, sotto la pioggia, mi è venuta in mente una diffusa pratica buddista che si chiama “Toccare la terra” e consiste nel chinarsi 6 volte per sfiorararla con fronte, gambe e mani “per entrare – come dicono – nel mondo delle cose cosi’ come sono”, per dissolvere cioè ogni sentimento di separazione e di distinzione dalla Madre Terra.

Nulla e nessuno puo’ esistere di per se stesso: ogni cosa nell’Universo deve inter-essere con tutte le altre. E queste persone, nella loro semplicità o erudicità, producendo olio d’oliva biologico o allevando animali in modo corretto, cercando di gettare le basi per un turismo compatibile con l’ambiente o battendosi per l’uso di barche elettriche a Venezia e per il rispetto del fragilissimo ecosistema lagunare, parevano aver ben recepito che amare significa non fuggire quel legame d’appartenenza che il destino ci ha affidato. Amare la propria casa è essere quella casa, riconoscere l’inscindibile trama della vita che a lei ci lega.

LA VERITA’? L’ECOLOGIA NON AVANZA

Parliamoci chiaro, tutto è utile. Va bene tutto per sensibilizzare: l’ex sindaco di Londra che tira lo sciaquone una volta sì e l’altra no; la pallida Gretina con le trecce che salta la scuola il venerdì (o è il giovedì?); le borse biodegradabili del supermercato che ti si bucano prima di arrivare a casa (e chi vive fra i ponti veneziani come me, si diverte un sacco!).

Ma diciamoci la verità, a livello internazionale, ragionando in termini di politiche e grandi numeri, non si sta facendo nulla. Al contrario, la situazione peggiora.

I Conservatori in Autralia hanno vinto le lezioni grazie ai voti del Queensland, terra dei più grandi giacimenti di carbone al mondo, alla quale si è garantita la piena attività lavorativa e inquinante.

Gli accordi di Parigi del 2015 che prevedevano la riduzione di emissioni di gas serra sono stati disattesi da Trump e dal Brasile di Jair Bolsonaro e di fatto da molti altri Paesi, i cui governi, secondo i generici accordi, avrebbero dovuto tradurli in effettive azioni per ridurre i gas serra e limitare il consumo energetico.

A dispetto di tutte le effettive scoperte di alternative possibili biodegradabili e naturali, l’Europa è il secondo produttore di plastica al mondo dopo la Cina. Il 95% dei rifiuti del Mediterraneo è composto da plastica. La bella notizia s’aggiunge alle famose 5 isole flottantes che già vagolano sugli Oceani.

Nel frattempo, il clima impazzisce, le api muoiono, il Pando (o trembling giant) la pianta che si autoclona da 80.000 anni, da più di 30 ha smesso di espandersi.

Per carità, sono fra quelli che postano su Fb tutte le buone notizie che riescono a scovare in giro per il mondo. Ne ho bisogno, per non vedere morire ogni giorno di più la speranza di lasciare una Terra abitabile ai nostri figli e nipoti –  e in molti hanno compreso e agito per un cambiamento – ma in tempi pre-elettorali europei stupisce la sostanziale indifferenza dei vari partiti politici nei confronti di un allarme rosso che sta lampeggiando da almeno quattro anni.

Insomma la casa è in fiamme e noi, giulivi e contenti, ci scattiamo un selfie con Gretina, facciamo pipì senza tirare l’acqua, fieri – fieri! – d’aver gettato ancora una volta la nostra immondizia in strada, ma rigorosamente in borse di plastica biodegradabile!

AL ROTARY CLUB PER PARLARE D’AMBIENTE E INTELLIGENZA DELLE PIANTE

Si parla molto d’impegno ecologico in questo periodo, lo constato continuamente quando presento il mio libro “Cosa fanno le mie piante quando non ci sono”.
Il 18 Marzo scorso ho avuto l’opportunità di farlo al Rotary Club di Pordenone, (che ringrazio per l’accoglienza squisita) un appuntamento cui tenevo molto per l’affetto che mi lega alla mia città d’origine e per i ricordi cari legati all’infanzia, ai mei genitori, alle scuole, agli amici. In questa occasione ho potuto notare come i cinquantenni e oltre si riavvicinino alla Natura, riappropriandosi al contempo del proprio corpo, praticando sport che li portano a fruire dell’Ambiente in territorio friulano-veneto e all’estero, come forse mai prima nella loro vita. Questo li conduce alla consapevolezza nuova e autentica dell’urgenza di preservare un Pianeta che mostra visibili segni di cambiamento e sofferenza.

 

Anche i giovani, sulla scia della piccola Greta tanto alla ribalta sui media, incominciano – pare – ad appassionarsi alla causa e a scendere in piazza. Ma in che modo?

 

Non posso evitare d’esprimere un certo scetticismo dinanzi all’ignoranza che spesso constato in tema d’ecologia. Alcuni ragazzi intervistati durante una delle ultime manifestazioni a Roma, citavano addirittura lo SPREAD come concausa dei cambiamenti climatici; sul buco dell’ozono avevano idee vaghe, ripetevano slogan brevi e superficiali, criticando – a giusto titolo, certo – le scelte dei governi.

Resto dell’idea che il cambiamento in tutti i campi sia possibile solo cominciando da se stessi e dalla conoscenza. Non si può parlare d’ambiente senza capire la complessità del tema, l’intricato legame fra le decisioni e le azioni, insomma non si può essere utilmente impegnati in questo campo senza approfondire i meccanismi che reggono l’intero ciclo naturale della Terra.

Capire che il pianeta si comporta come un immenso circuito elettrico, che il mondo vegetale fin dalle origini ha saputo creare un modello di società collettiva in cui ogni essere vivente ha una sua precisa collocazione e funzione significa incominciare a percepire la vastità del problema. Ottimizzare le risorse, evitare gli sprechi, stabilire alleanze e solidarietà proprio come fanno le piante che non si sacrificano beninteso – non s’immolano – ma calcolano l’aiuto che possono offrire alle loro simili e pretendono il rispetto d’accordi di reciproca collaborazione fra loro e con gli animali, può essere il vero modello di vita da cui partire per trasformare, senza sconvolgerla, l’esistenza dell’uomo sulla terra.

Non si tratta di tornare al medioevo – ricordate la folle proposta di Grillo, tempo fa, di rinunciare all’uso degli assorbenti igienici, lavandoci di volta in volta una protezione in cotone? Lo facesse LUI – né di tornare ad attingere l’acqua nei pozzi, ma di usare la tecnologia per trovare soluzioni ecocompatibili, di dirigere l’economia – che DEVE generare profitti – sfruttando le nuove esigenze ecologiche.

Oltre a manifestare per le strade dunque, abituamoci a osservare piante, alberi e coltivazioni, a riflettere sui nostri comportamenti quotidiani, ad approfondire l’effetto domino di qualunque decisione assunta, anche della più virtuosa. Perchè una cosa é certa: non é più tempo di atteggiamenti eco-modaioli, é tempo di salvarci o meglio di salvare il salvabile per le prossime generazioni.

Dal Messico: A SAN JUAN de CHAMULA (Chapas) LA POLIZIA NON ENTRA

Oscar, l’autista, mi raccomanda di far sparire il cellulare, la macchina foto e di farmi piccola quando entriamo nella chiesa di S.Juan.

Una parola! In mezzo a gente alta un metro e cinquanta, capelli corvini e pelle color tabacco! Ma in realtà a me nessuno farà caso (e infatti qualche fotina l’ho scattata per voi he he…)

 

Questa follia è autentica e tutta loro: di una comunità che parla ancora un dialetto di derivazione Maya, figlia di gente che all’arrivo dei Conquistadores spagnoli, preferì il suicidio di massa.

L’interno della chiesa, priva d’altare ma consacrata cattolica a modo suo – un prete ogni tanto viene portato da San Cristobal a dir Messa per poi tornarsene via a far finta d’ignorare ciò che qui accade – è colorato e kitsch come un quadro di Frida Khalo: ai lati della navata centrale, una sfilza di statue di Santi e Sante rigorosamente separati, con altari e altarini pieni di fiori e festoni.

Ovunque candele in vetro e per terra, a steli lunghi e sottili consumate nei riti degli Shamani. Si cammina su un tappeto di aghi di pino continuamente raccolti e rinnovati, e tutto questo ammorba l’aria fumosa d’incenso, di profumo dolciastro di Natura che appassisce. 

La gente s’accalca ovunque, vestita in modo tradizionale: lunghe sottane nere per le donne e scialli ricamati a fiori sgargianti; gli uomini, col cappello da cowboy indossano cappotti e gilet di lana, pelosa come una pelliccia di fattura grezza, stretti da alte cinture. 

È così tutti i giorni. Intere famiglie s’accucciano per terra attorno al brujo. Sono venuti con il necessario, candele, uova, fiori, un gallo o una gallina.

 

Mi sistemo in un angolo alle spalle di una vecchia shamana. Da poco sono state ammesse anche le donne, ma è l’unica soddisfazione che avrò: in questo paese di 58000 abitanti, la donna deve servire l’uomo, camminargli un passo dietro.

A 13 anni è già sposa.

Vedo madri poco più che adolescenti, con bimbo stretto in una fascia sul ventre.

 

Il rito della bruja comincia.

Bisbiglierà orazioni per due ore, accendendo le candele in fila fino a consumazione. Sulla pozza liquida che si formerà, getterà Posh (un alcool a 60 gradi  che si passano anche per farsi un goccetto!) e Coca-Cola ( chissà perché).

La famiglia ha affidato la sua richiesta alla shamana, queste le prime offerte. Poi la vedo strofinare l’uovo su una donna che le sta accanto, forse malata, infine invoca l’aiuto divino agitandole addosso il gallo…È un attimo, con destrezza spezza il collo all’animale che non emette gemito. Apparentemente il rito è finito.

Oscar mi sussurra che ora andranno al fiume dove la malata, volgendo le spalle all’acqua, getterà il cadavere nella corrente. “Si porterà via il male”.

 

 

 

 

 

 

Mi sento in un posto molto lontano e senza tempo. Fuori, gli uomini “pelosi” mi guardano con arroganza un poco ostile. La mia amica Lucia mi raggiunge un po’ preoccupata:

“Vieni via, qui la polizia non ci prova neanche ad entrare”. “Ah! – lancio una seconda occhiata agli uomini di Neandertal – e se uno ha bisogno d’aiuto, chi chiama? Zorro???”

 

LA STELLA DI NATALE…ATTENZIONE AI SUOI NOMI!

Questa pianta tanto comune da noi in periodo natalizio, mi complica la vita da anni. Originaria del Messico, dove vado spesso, e dove cresce spontaneamente con piglio d’arbusto anche fino a 5 metri, infischiandosene dell’arrivo di Babbo Natale, è chiamata anche Noche Buena, non so perchè o Mexican flame leaf. Impensabile dunque porgerla come regalo straordinario a Mexico City o a Cancun, non susciterà grande impressione. Lasciate perdere! Tra l’altro era già nota agli Aztechi che se ne fregavano altamente del suo pregio ornamentale, ma ne usavano il lattice per guarire la febbre.

Ancora più imbarazzante è stato offrirla in Spagna. A Madrid, un 21 dicembre, invitata a cena a casa di un ambasciatore, mi presentai con un’enorme stella di Natale fra le braccia. La padrona di casa, aprendosi un varco fra i rami fioriti per scorgere il mio viso, esclamò sorridente: ”Oh la flor de pascua, muchas gracias Francesca!”.

Il suo vero nome poinsezia francamente non ispira nessuna simpatia, sembra una malattia della pelle, di quelle gravi, da cortisone!

Un po’ meglio il suo destino in Turchia dove la chiamano il fiore di Ataturk, quindi badate bene di offrirla a chi non disdegna le riforme radicali attuate dal fondatore della Repubblica fra il 1923 e il ’38!

Nessun rischio nel definirla prosaicamente Winter Rose come nei Paesi anglossassoni, ma onestamente chi vorrebbe essere chiamato come un surrogato, una sostituta della regina dei fiori, la titolare della Nazionale, assente per infortunio da raffreddamento?

Mi resta la magra consolazione di offrirla in Italia dove almeno non corro rischi: per il periodo dell’avvento è lei e solo lei la Stella. Buon Natale allora, Euphorbia pulcherrima!

Pagine

Libri


L’ARTE DI AMARE IL LUOGO DOVE SI VIVE

Continuo a scrivere. Non saprei smettere neanche se lo volessi, ma presentare i miei libri, incontrare la gente è una pausa necessaria, un piacere autentico, mi nutre, m’insegna, mi è indispensabile per non inaridire l’inchiostro che conduce per mano le mie frasi.

Il 29 Maggio scorso ero ospite di un’iniziativa organizzata dall’Ing. Giovanni Cecconi di Wigwam Venezia (Associazione Nazionale Protezione Ambiente) nella bella costruzione a colonne bianche della Ricevitoria di San Giuliano, sulla laguna, sede, non a caso del Circolo Canottieri di Mestre. Erano previsti un certo numero d’interventi su temi molto vasti quali il turismo ecosostenibile, l’agriturismo (con testimonianze dalla splendida Maremma) l’inquinamento lagunare, lo studio delle antiche carte cinquecentesche e settecentesche riguardandanti la zona di Porto Marghera, Mestre, con tanto di mappatura di canali ormai scomparsi o mutati nel corso dei secoli.

Ero prevista anch’io, o meglio, io “con le mie ragazze” di “Cosa fanno le mie piante quando non ci sono”  a dare un tocco di fantasia (si fa per dire perchè l’intelligenza e la capacità di comunicare del mondo vegetale è appurata ormai scientificamente) una ventata d’allegria ad una serata funestata da un maltempo che a Venezia trova un precedente soltanto nel maggio 1958.

A conclusione di una serata conviviale, allegra e interessante, più d’ogni altra cosa mi sono portata via l’impressione che tutte queste persone possedessero l’arte d’amare realmente la propria casa d’elezione. Che il segreto di un’autentica sensibilità ecologica fosse tutto in quel senso d’appartenenza a una comunità, una terra, spesso maltrattata e vilipesa, ma sempre incondizionatamente amata. Una sorta di spiritualità laica, trasversale e poliedrica, un senso di continuità col passato che dev’essere una missione nel presente, sembra davvero essenziale per assicurare una prospettiva a chi verrà dopo.

E tornando a casa, sotto la pioggia, mi è venuta in mente una diffusa pratica buddista che si chiama “Toccare la terra” e consiste nel chinarsi 6 volte per sfiorararla con fronte, gambe e mani “per entrare – come dicono – nel mondo delle cose cosi’ come sono”, per dissolvere cioè ogni sentimento di separazione e di distinzione dalla Madre Terra.

Nulla e nessuno puo’ esistere di per se stesso: ogni cosa nell’Universo deve inter-essere con tutte le altre. E queste persone, nella loro semplicità o erudicità, producendo olio d’oliva biologico o allevando animali in modo corretto, cercando di gettare le basi per un turismo compatibile con l’ambiente o battendosi per l’uso di barche elettriche a Venezia e per il rispetto del fragilissimo ecosistema lagunare, parevano aver ben recepito che amare significa non fuggire quel legame d’appartenenza che il destino ci ha affidato. Amare la propria casa è essere quella casa, riconoscere l’inscindibile trama della vita che a lei ci lega.

LA VERITA’? L’ECOLOGIA NON AVANZA

Parliamoci chiaro, tutto è utile. Va bene tutto per sensibilizzare: l’ex sindaco di Londra che tira lo sciaquone una volta sì e l’altra no; la pallida Gretina con le trecce che salta la scuola il venerdì (o è il giovedì?); le borse biodegradabili del supermercato che ti si bucano prima di arrivare a casa (e chi vive fra i ponti veneziani come me, si diverte un sacco!).

Ma diciamoci la verità, a livello internazionale, ragionando in termini di politiche e grandi numeri, non si sta facendo nulla. Al contrario, la situazione peggiora.

I Conservatori in Autralia hanno vinto le lezioni grazie ai voti del Queensland, terra dei più grandi giacimenti di carbone al mondo, alla quale si è garantita la piena attività lavorativa e inquinante.

Gli accordi di Parigi del 2015 che prevedevano la riduzione di emissioni di gas serra sono stati disattesi da Trump e dal Brasile di Jair Bolsonaro e di fatto da molti altri Paesi, i cui governi, secondo i generici accordi, avrebbero dovuto tradurli in effettive azioni per ridurre i gas serra e limitare il consumo energetico.

A dispetto di tutte le effettive scoperte di alternative possibili biodegradabili e naturali, l’Europa è il secondo produttore di plastica al mondo dopo la Cina. Il 95% dei rifiuti del Mediterraneo è composto da plastica. La bella notizia s’aggiunge alle famose 5 isole flottantes che già vagolano sugli Oceani.

Nel frattempo, il clima impazzisce, le api muoiono, il Pando (o trembling giant) la pianta che si autoclona da 80.000 anni, da più di 30 ha smesso di espandersi.

Per carità, sono fra quelli che postano su Fb tutte le buone notizie che riescono a scovare in giro per il mondo. Ne ho bisogno, per non vedere morire ogni giorno di più la speranza di lasciare una Terra abitabile ai nostri figli e nipoti –  e in molti hanno compreso e agito per un cambiamento – ma in tempi pre-elettorali europei stupisce la sostanziale indifferenza dei vari partiti politici nei confronti di un allarme rosso che sta lampeggiando da almeno quattro anni.

Insomma la casa è in fiamme e noi, giulivi e contenti, ci scattiamo un selfie con Gretina, facciamo pipì senza tirare l’acqua, fieri – fieri! – d’aver gettato ancora una volta la nostra immondizia in strada, ma rigorosamente in borse di plastica biodegradabile!

AL ROTARY CLUB PER PARLARE D’AMBIENTE E INTELLIGENZA DELLE PIANTE

Si parla molto d’impegno ecologico in questo periodo, lo constato continuamente quando presento il mio libro “Cosa fanno le mie piante quando non ci sono”.
Il 18 Marzo scorso ho avuto l’opportunità di farlo al Rotary Club di Pordenone, (che ringrazio per l’accoglienza squisita) un appuntamento cui tenevo molto per l’affetto che mi lega alla mia città d’origine e per i ricordi cari legati all’infanzia, ai mei genitori, alle scuole, agli amici. In questa occasione ho potuto notare come i cinquantenni e oltre si riavvicinino alla Natura, riappropriandosi al contempo del proprio corpo, praticando sport che li portano a fruire dell’Ambiente in territorio friulano-veneto e all’estero, come forse mai prima nella loro vita. Questo li conduce alla consapevolezza nuova e autentica dell’urgenza di preservare un Pianeta che mostra visibili segni di cambiamento e sofferenza.

 

Anche i giovani, sulla scia della piccola Greta tanto alla ribalta sui media, incominciano – pare – ad appassionarsi alla causa e a scendere in piazza. Ma in che modo?

 

Non posso evitare d’esprimere un certo scetticismo dinanzi all’ignoranza che spesso constato in tema d’ecologia. Alcuni ragazzi intervistati durante una delle ultime manifestazioni a Roma, citavano addirittura lo SPREAD come concausa dei cambiamenti climatici; sul buco dell’ozono avevano idee vaghe, ripetevano slogan brevi e superficiali, criticando – a giusto titolo, certo – le scelte dei governi.

Resto dell’idea che il cambiamento in tutti i campi sia possibile solo cominciando da se stessi e dalla conoscenza. Non si può parlare d’ambiente senza capire la complessità del tema, l’intricato legame fra le decisioni e le azioni, insomma non si può essere utilmente impegnati in questo campo senza approfondire i meccanismi che reggono l’intero ciclo naturale della Terra.

Capire che il pianeta si comporta come un immenso circuito elettrico, che il mondo vegetale fin dalle origini ha saputo creare un modello di società collettiva in cui ogni essere vivente ha una sua precisa collocazione e funzione significa incominciare a percepire la vastità del problema. Ottimizzare le risorse, evitare gli sprechi, stabilire alleanze e solidarietà proprio come fanno le piante che non si sacrificano beninteso – non s’immolano – ma calcolano l’aiuto che possono offrire alle loro simili e pretendono il rispetto d’accordi di reciproca collaborazione fra loro e con gli animali, può essere il vero modello di vita da cui partire per trasformare, senza sconvolgerla, l’esistenza dell’uomo sulla terra.

Non si tratta di tornare al medioevo – ricordate la folle proposta di Grillo, tempo fa, di rinunciare all’uso degli assorbenti igienici, lavandoci di volta in volta una protezione in cotone? Lo facesse LUI – né di tornare ad attingere l’acqua nei pozzi, ma di usare la tecnologia per trovare soluzioni ecocompatibili, di dirigere l’economia – che DEVE generare profitti – sfruttando le nuove esigenze ecologiche.

Oltre a manifestare per le strade dunque, abituamoci a osservare piante, alberi e coltivazioni, a riflettere sui nostri comportamenti quotidiani, ad approfondire l’effetto domino di qualunque decisione assunta, anche della più virtuosa. Perchè una cosa é certa: non é più tempo di atteggiamenti eco-modaioli, é tempo di salvarci o meglio di salvare il salvabile per le prossime generazioni.

Dal Messico: A SAN JUAN de CHAMULA (Chapas) LA POLIZIA NON ENTRA

Oscar, l’autista, mi raccomanda di far sparire il cellulare, la macchina foto e di farmi piccola quando entriamo nella chiesa di S.Juan.

Una parola! In mezzo a gente alta un metro e cinquanta, capelli corvini e pelle color tabacco! Ma in realtà a me nessuno farà caso (e infatti qualche fotina l’ho scattata per voi he he…)

 

Questa follia è autentica e tutta loro: di una comunità che parla ancora un dialetto di derivazione Maya, figlia di gente che all’arrivo dei Conquistadores spagnoli, preferì il suicidio di massa.

L’interno della chiesa, priva d’altare ma consacrata cattolica a modo suo – un prete ogni tanto viene portato da San Cristobal a dir Messa per poi tornarsene via a far finta d’ignorare ciò che qui accade – è colorato e kitsch come un quadro di Frida Khalo: ai lati della navata centrale, una sfilza di statue di Santi e Sante rigorosamente separati, con altari e altarini pieni di fiori e festoni.

Ovunque candele in vetro e per terra, a steli lunghi e sottili consumate nei riti degli Shamani. Si cammina su un tappeto di aghi di pino continuamente raccolti e rinnovati, e tutto questo ammorba l’aria fumosa d’incenso, di profumo dolciastro di Natura che appassisce. 

La gente s’accalca ovunque, vestita in modo tradizionale: lunghe sottane nere per le donne e scialli ricamati a fiori sgargianti; gli uomini, col cappello da cowboy indossano cappotti e gilet di lana, pelosa come una pelliccia di fattura grezza, stretti da alte cinture. 

È così tutti i giorni. Intere famiglie s’accucciano per terra attorno al brujo. Sono venuti con il necessario, candele, uova, fiori, un gallo o una gallina.

 

Mi sistemo in un angolo alle spalle di una vecchia shamana. Da poco sono state ammesse anche le donne, ma è l’unica soddisfazione che avrò: in questo paese di 58000 abitanti, la donna deve servire l’uomo, camminargli un passo dietro.

A 13 anni è già sposa.

Vedo madri poco più che adolescenti, con bimbo stretto in una fascia sul ventre.

 

Il rito della bruja comincia.

Bisbiglierà orazioni per due ore, accendendo le candele in fila fino a consumazione. Sulla pozza liquida che si formerà, getterà Posh (un alcool a 60 gradi  che si passano anche per farsi un goccetto!) e Coca-Cola ( chissà perché).

La famiglia ha affidato la sua richiesta alla shamana, queste le prime offerte. Poi la vedo strofinare l’uovo su una donna che le sta accanto, forse malata, infine invoca l’aiuto divino agitandole addosso il gallo…È un attimo, con destrezza spezza il collo all’animale che non emette gemito. Apparentemente il rito è finito.

Oscar mi sussurra che ora andranno al fiume dove la malata, volgendo le spalle all’acqua, getterà il cadavere nella corrente. “Si porterà via il male”.

 

 

 

 

 

 

Mi sento in un posto molto lontano e senza tempo. Fuori, gli uomini “pelosi” mi guardano con arroganza un poco ostile. La mia amica Lucia mi raggiunge un po’ preoccupata:

“Vieni via, qui la polizia non ci prova neanche ad entrare”. “Ah! – lancio una seconda occhiata agli uomini di Neandertal – e se uno ha bisogno d’aiuto, chi chiama? Zorro???”

 

LA STELLA DI NATALE…ATTENZIONE AI SUOI NOMI!

Questa pianta tanto comune da noi in periodo natalizio, mi complica la vita da anni. Originaria del Messico, dove vado spesso, e dove cresce spontaneamente con piglio d’arbusto anche fino a 5 metri, infischiandosene dell’arrivo di Babbo Natale, è chiamata anche Noche Buena, non so perchè o Mexican flame leaf. Impensabile dunque porgerla come regalo straordinario a Mexico City o a Cancun, non susciterà grande impressione. Lasciate perdere! Tra l’altro era già nota agli Aztechi che se ne fregavano altamente del suo pregio ornamentale, ma ne usavano il lattice per guarire la febbre.

Ancora più imbarazzante è stato offrirla in Spagna. A Madrid, un 21 dicembre, invitata a cena a casa di un ambasciatore, mi presentai con un’enorme stella di Natale fra le braccia. La padrona di casa, aprendosi un varco fra i rami fioriti per scorgere il mio viso, esclamò sorridente: ”Oh la flor de pascua, muchas gracias Francesca!”.

Il suo vero nome poinsezia francamente non ispira nessuna simpatia, sembra una malattia della pelle, di quelle gravi, da cortisone!

Un po’ meglio il suo destino in Turchia dove la chiamano il fiore di Ataturk, quindi badate bene di offrirla a chi non disdegna le riforme radicali attuate dal fondatore della Repubblica fra il 1923 e il ’38!

Nessun rischio nel definirla prosaicamente Winter Rose come nei Paesi anglossassoni, ma onestamente chi vorrebbe essere chiamato come un surrogato, una sostituta della regina dei fiori, la titolare della Nazionale, assente per infortunio da raffreddamento?

Mi resta la magra consolazione di offrirla in Italia dove almeno non corro rischi: per il periodo dell’avvento è lei e solo lei la Stella. Buon Natale allora, Euphorbia pulcherrima!

Libri