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CONSIGLI UTILI PER EVITARE UN NATALE DEL CACTUS

Fra poco inizia il solito delirio. Lo sappiamo. Inutile negarlo. Ogni anno cerchiamo di fare gli spavaldi e convincerci che questa volta ce la prenderemo comoda, praticando un nobile distacco dalla retorica delle palle e delle luminarie ipnotizzanti, delle gioiose musichette sfonda-timpani, della neve falsa e delle letterine a Babbo Natale da fingere di spedire in Lapponia. Ci diciamo che sapremo resistere alle tentazioni culinarie del menu pantagruelico: i tortellini naviganti nelle torbide acque del brodo, la pasta al forno, incandescente tradizione familiare (perché dev’essere gustata calda!) che ti asfalta la lingua e il palato fino al 2022, i volatili ben pasciuti sacrificati nel pentolone da druido della nonna, i torroni spacca-denti e i panettoni strozza-fiato.

Pochi ce la faranno, quelli che riusciranno a lasciare il Paese in tempo, con aerei, treni e auto veloci. Poi ci contenderemo i mezzi di fortuna rimasti, le scialuppe di Costa Crociere, le smart, le bici, i monopattini elettrici, i bus, i più temerari s’inventeranno un Camino de Santiago de Compostela sulla tangenziale o il raccordo anulare per lasciare le città dove s’annidano i parenti più numerosi.
Io invece, cari amici, voglio chiudere questo magnifico anno di blog, con un solo consiglio: LIBRI!!! La più economica, salutare, veloce, sicura via di fuga dalla realtà! Ecco qualche idea:

Per l’amico aspirante cantante, che sogna di andare a X-factor e San Remo nello stesso anno: Non far rumore di Mauro Sperandio sarà di sprone;
Alla cugina che ha appena divorziato: Le corna stanno bene su tutto di Giulia de Lellis darà conforto, vedrete!
Alla zitella di famiglia un classico: Il piacere di Gabriele D’Annunzio, sperando che non sia troppo tardi;
Per lo zio afflitto atavicamente dalle emorroidi: Non c’é niente che fa male così di Amabile Giusti darà finalmente la giusta considerazione al suo calvario;
Per il figlio che non si schioda dal divano dei genitori: Parti da dove sei di Pema Chödrön;
Allo scrittore di nicchia come me: Libri scomparsi nel nulla… e altri che scompariranno presto di Simone Berni raddoppierà la fiducia in se stesso;
All’amica cara che ti augura sempre… il peggio: Invidia il prossimo tuo di John Niven farà l’effetto di autobiografia;
All’ultra settantenne pessimista cronico che-tanto-ha-già-vissuto: La fine del mondo prima dell’alba di Inio Asano, da scartare preferibilmente dopo la mezzanotte;
Ai fanatici del sushi, che ti svangano le palle con il ricordo dei ciliegi in fiore: Dio odia il Giappone. Romanzo d’amore e fine del mondo di Douglas Coupland farà rivalutare un buon panino al salame;

E arrivati a questo punto, certo, visto che siete stati così generosi con tutti, perché non premiarvi cercando rifugio nel mondo delle mie adorate piante?
Cosa fanno le mie piante quando non ci sono:  https://amzn.to/2KQWSET  

of course, un ever green è il caso di dirlo! Da assaporare con un eccellente vino in bollicine…

P.S. A parte gli scherzi…

BUONE FESTE, LEGGENDO, SEMPRE…
PERCHE C’E ALMENO UNA FRASE CHE TI ASPETTA IN OGNI LIBRO CHE SCEGLI !!!

A 100 anni dalla I Guerra Mondiale, la paura e il dolore

È d’attualità all’approssimarsi dei primi giorni novembrini, evocare fatti, date, testimonianze del primo conflitto mondiale. L’inutile, assurda carneficina che si concluse un secolo fa è un presente vivo fra le montagne dolomitiche che frequento dalla mia primissima infanzia. Lascio quindi a storici e letterati di pregio il dar conto degli avvenimenti. 

Io quest’estate sono andata alla ricerca della paura, IL SENTIMENTO sviscerato in centinaia di lettere e diari dall’uno e dall’altro fronte, come è facile intuire se si sale al Monte Piana, qui chiamato Monte Pianto, geograficamente separato da un semplice vallo, al Monte Piano, all’epoca in mano austriaca.

Guerra di trincea, ci hanno insegnato a scuola e qui di trincee ne puoi visitare ancora tante, a difesa di posizioni continuamente conquistate e perse in un territorio aspro e brullo, reso ostile dal freddo, dal vento, dalla neve, dalle asperità geografiche, dall’equipaggiamento scarso e inadeguato, dalle armi (lanciamine, granate, mortai, gas ) – quelle sì – sempre più moderne e distruttive, anticipazione delle sofisticatezze belliche del futuro prossimo.

Mai conflitto è stato tanto umiliante, vissuto come assurdo da uomini chiamati a scavare infinite gallerie che ancor oggi ti inghiottono come un animale e ti sprofondano nell’oscurità di pensieri terribili. Mi è facile evocare visioni di uomini con muli e asini carichi, trascinati fin quassù in sentieri stretti e scivolosi, al rischio costante di finire di sotto, risucchiati da burroni tanto profondi da non vederne la fine.

18000 saranno i morti soltanto qui, la maggior parte vinti non tanto dalle armi, quanto dagli stenti, il gelo, le malattie, i crolli e le frane o perché precipitati negli anfratti più aguzzi della montagna.

Mi concentro in silenzio di fronte al legno sopravvissuto delle baracche abbandonate, al filo spinato degli avamposti dove si consumava la guerra dei nervi e dell’attesa, dinanzi ai cimeli ritrovati dappertutto nelle trincee: gamelle, lattine, granate, mortai, la triste supremazia delle cose sulla vita umana. Assorbita in una sorta di meditazione, scivolo sulle pietre e il fango, pregni di tutta la sciagura del mondo, della nostalgia indicibile provata da quella moltitudine di uomini, frastornati dalla fatica e dalla paura, coraggiosi senza retorica, provenienti dagli angoli più remoti della penisola, spesso incapaci di capirsi nella stessa lingua italiana, accumunati dall’attesa di una morte probabile.

Il senso distorto della Prima Guerra Mondiale è tutto nel lamento che ancora qui si ascolta. Il dolore, come l’amore, non scompare. La traccia resta nel tempo-non tempo che qui non avanza, non supera, non dimentica – malgrado i turisti, le targhe commemorative, la campana della pace e il sole che fa capolino fra le nubi – ma tutto assorbe e restituisce, vive e rivive contemporaneamente.

E in questa chiesa a cielo aperto di vite sprecate riecheggia dentro di me quella terribile citazione di A.S.Puskin, tratta dall’Eugenij Onegin (IV, XVI) I sogni e gli anni non hanno ritorno; non rinnoverò la mia anima”

 

Letture consigliate: 

A.S.Puskin, Eugenij Onegin, disponibile qui

Gianni Gallian e G. SegatoFotografia e rimembranza. L’Italia nella Grande Guerra. 4 novembre 2018 Anniversario del Centenariodisponibile qui

Cinzia Rando e L. Terranera, La Grande Guerra… raccontata ai bambini 100 anni dopo, disponibile qui

Per i nostalgici, ricordo anche l’epico film di Monicelli, La Grande Guerra con Gassman e Sordi, disponibile qui.

Pubblicare indipendente oggi in Italia…che idea!?

La domanda è d’obbligo. E allora perché non affrontarla nell’articolo d’esordio di questo blog? Immagino la diffidenza, la curiosità e la perplessità di molti. Perché pubblicare indipendente oggi in Italia?

Cominciamo a scorporare il quesito: perché innanzitutto aprirsi al self publishing?

Premetto che ho conosciuto più o meno tutto: il premio letterario, la conseguente pubblicazione con un grande gruppo; i Saloni del libro; i piccoli editori; le rassegne letterarie di nicchia; gli incontri con l’autore in provincia e nella grande città, l’horror vacui di fronte ad una platea di tre persone (compreso l’impiegato comunale che ha le chiavi della sala! ) e il folto pubblico delle manifestazioni con radio, tv e valletta abbronzata.

Mi sono fidata e affidata. Ringrazio tutti quelli con cui ho lavorato BENE, BENINO e MENO BENE. Il punto però è un altro: il mondo è cambiato. I lettori sono ovunque, si spostano, viaggiano, si trasferiscono. Chi legge oggi è spesso come me, itinerante, plurilingue, s’informa on-line, appartiene contemporaneamente a più mondi, più comunità, ha figli, fidanzati all’estero, amici lontani.  Che lo voglia o meno, è connesso costantemente a differenti realtà. Le sue curiosità nascono e muoiono in fretta per i più svariati motivi, tali e tante sono le opportunità di conoscenza che lo bombardano quotidianamente.

Di fronte ad una società globalizzata e frenetica, liquida per dirla alla Bauman, l’editoria invece tende a muoversi ancora entro i soliti binari dei media e di distribuzione del passato, privilegiando i territori letterari conosciuti piuttosto che la scoperta di nuove voci. Il povero libraio non è in condizione di seguire tutto “il pubblicato”, né riesce a dare il giusto spazio di tempo e di vetrina ai libri che continuamente vedono la luce (i tempi delle rese agli editori si sono ristretti per non rischiare l’onere dell’invenduto). I giornali tendono a reiterare le recensioni dei best sellers. I premi letterari minori cercano nel nome dei vincitori un’occasione di pubblicità (quando dovrebbe essere il contrario! ). I riconoscimenti più importanti sono contesi (specie in Italia ) dai grossi editori ridotti ad un numero talmente esiguo da sfiorare l’oligopolio.

Pur essendo anch’io romanticamente legata all’idea del volume da sfogliare fra le quattro mura della mia libreria di fiducia (luogo che peraltro ho già perso nelle mie città di riferimento per lasciar posto a negozi di souvenir e rivenditori di telefoni ) valuto positivamente l’opportunità che ci è data oggi dai social media: la vetrina virtuale ci avvicina al mondo dei libri – di tutti i libri, senza esclusione né limiti di tempo! – e consente ponti e opportunità facilmente intuibili da chiunque.

So che gli Italiani sono più riluttanti di altri popoli ad affidarsi agli acquisti on-line e proprio per questo motivo, volevo essere fra i primi autori che aprono questa nuova strada fatta di libertà e pari opportunità per tutti.

Perché questo è l’altro punto nodale della questione, la seconda parte della nostra domanda iniziale:  perché pubblicare indipendente, in Italia?

Finalmente un autore oggi può esprimersi e confrontarsi direttamente con il pubblico: sarà lui e soltanto lui a decretare il buon esito del suo lavoro. E ciò a prescindere dal fatto d’essere un genio della letteratura, d’avere fortuna o un agente che lavora al proprio fianco, o conoscenze nel mondo dei media e della politica, di possedere privilegi di varia natura o d’appartenere a quel certo giro d’intellettuali e professionisti della scrittura che spesso s’onorano reciprocamente di recensioni e ospitate televisive. Certo la competizione resta impari, siamo dei Davide di fronte ai Golia dell’editoria tradizionale, ma la via è aperta. Nulla sarà più come prima.

E più d’ogni altra cosa, confido che forme di collaborazione e passa-parola on-line consentiranno di veicolare, al di là del titolo di un libro, anche tematiche d’interesse globale. Che il mio “Cosa fanno le mie piante quando non ci sono” possa stimolare ad esempio, l’interesse dei miei lettori anche per saggi scientifici e più ostici  sul mondo segreto delle piante e la loro intelligenza, sarebbe per me, fonte di grande soddisfazione. Il lato romantico e pasionario di un mondo descritto sempre come l’arida e gretta palestra di colossi finanziari.