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IL MISTERO DELLA STATURA DI CATERINA LA GRANDE

No, per una volta non voglio riscrivere la storia. Lo sappiamo tutti chi è stata questa grande sovrana illuminata e autoritaria, salita al trono del più vasto impero del mondo nel 1762, senza una goccia di sangue slavo (era tedesca) grazie a un colpo di stato e annesso assassinio dello stolto e incapace marito, complotto al quale peraltro pare non fosse del tutto estranea. Fiumi d’inchiostro sono stati versati per stabilire se fosse il simbolo della “nuova monarchia” tanto invocata dagli Illuministi francesi, con i quali si teneva in costanti, eruditi rapporti, oppure un’abile calcolatrice, un’affabile sanguinaria sovrana col pugno di ferro, capace di reprimere senza pietà qualsiasi forma di rivendicazione al cambiamento.
Vorrei in questa sede attardarmi brevemente su una minuzia che merita, credo, una piccola, divertita riflessione.

Sì perché il mio approfondimento non riguarda il ritratto storico e politico della grande Imperatrice: non la sua cultura enciclopedica, la sua passione per l’Europa, la cultura, i libri, l’arte, la musica, (scrisse persino due opere di suo pugno!) la mia curiosità riguarda proprio la sua altezza fisica!

Per gran parte della sua vita infatti, le descrizioni girate su di lei, la raccontarono sempre come piuttosto alta. In questi termini ad esempio la descrive Poniatowski, giovane nobiluomo polacco che diventerà suo amante e più tardi, quando da Imperatrice Caterina vorrà disfarsene, nominato re di Polonia (un Paese all’epoca ingovernabile!) “Capelli neri, carnagione bianchissima, eterea, splendente, naso greco… – elenca fra le tante cose, ricordando il loro primo incontro a corte – un vitino agile e… piuttosto alta, con un’andatura rapida ma di grande nobiltà”.
D’accordo si dirà, Poniatowski ne rimase abbagliato subito, la sua non è testimonianza particolarmente rilevante. Ma che dire delle lettere di Claude Carloman de Rulhière, segretario dell’ambasciata francese a Pietroburgo, che, beninteso, non fu mai uno dei suoi tanti amanti? Anche il Conte loda tra le varie qualità della regina “la fronte alta e spaziosa, il collo slanciato, la fierezza e il portamento che la rendevano maestosa”

La stessa Imperatrice, ricevendo il Principe de Ligne nel 1780, a cinquant’anni compiuti, chiede divertita: “Che aspetto immaginavate avessi? Alta, rigida, con occhi come stelle et un grand panier (alludendo alle acconciature delle parrucche in voga a Parigi)?” Il principe de Ligne, in quell’occasione scrisse nei suoi taccuini d’essere rimasto impressionato dagli occhi e dalla fronte larga e maestosa della sovrana, indizio certo delle sue molteplici qualità: genio, giustizia, coraggio, profondità… e memoria e immaginazione… È interessante però notare con quale frase il principe concluda l’appunto nel suo diario: “Non ci si rendeva conto che era bassa”

Una decina d’anni più tardi, la celebre ritrattista Elisabeth Vigée Le Brun, di fronte ad una Caterina con i capelli bianchi ma sempre affascinante, confessa: ”Prima di tutto rimasi estremamente sorpresa di trovarla così bassa”
Con l’età l’Imperatrice era notevolmente ingrassata e la sua figura originariamente minuta doveva aver perso l’aspetto slanciato della giovinezza. Tuttavia la stessa pittrice precisa: “Ho detto che era molto piccola di statura, ma nei giorni delle grandi cerimonie, la sua testa alta, il suo sguardo d’aquila, il portamento proprio a chi ha l’abitudine del comandare, tutto la faceva apparire maestosa, sembrava la regina del mondo”

Che avesse una personalità straordinaria, pare certo: la sua gaiezza era riconosciuta da tutti, tanto quanto le sue celebri collere. Intelligenza e cultura le valevano la stima dei suoi contemporanei, ma più d’ogni cosa il suo segreto risiedeva – ne sono persuasa – proprio nello sguardo lucido e asciutto con il quale giudicava se stessa. Una gran donna, forte, risoluta, che rifiutando, fin da giovane, di cedere alla facile vanità che il potere avrebbe potuto garantirle, così tratteggiava il proprio autoritratto al tramonto della sua vita: “A dire la verità, non mi sono mai creduta estremamente bella, ma piacevo, e penso che questo fosse il mio punto di forza”

Ci sono esempi che non passano mai di moda. Meditiamo signore! Caterina è anche oggi una delle nostre migliori amiche.

CHIAMALA PER NOME

Durante questi mesi di presentazione del mio libro Cosa fanno le mie piante quando non ci sono e di conferenze sull’intelligenza del mondo vegetale mi è capitato molto spesso di ricevere le confidenze di lettori potenziali che a fine serata m’avvicinavano per sussurrarmi all’orecchio: “Anch’io alle mie piante ho dato un nome e ci parlo!” “La mia kenzia si chiama come mia nonna”. Senza potermi esimere dal sorridere di fronte a quell’aria di cospirazione, ho sempre risposto: ”Ha fatto bene” “È una cosa naturale, lo dica pure a voce alta!”.

Lo penso davvero. E non perchè si tratti di un divertimento innocente, ma proprio perchè al contrario è una faccenda profonda.

Dare un nome a qualcosa o qualcuno significa riconoscerlo come parte del proprio mondo affettivo-sentimentale. Nel bambino è segno che un balocco è entrato nella sua sfera emotiva con un valore simbolico e totemico preciso. Quando diamo un soprannome all’innamorato/a in un certo senso gli/le accordiamo una nuova genesi: “Sei rinato/a grazie a me, topolino/a mio/a!”

Puro narcisismo, dirà qualcuno. Sì certo, è un appropriarsi magico-egocentrico, ma con un fine forse meno egoistico di quanto si creda, sancisce una protezione, la vittoria del NOI, della nostra intimità sul mondo esterno, indifferente, spesso ostile. Quando diamo un nome a qualcosa o a qualcuno, lo definiamo a se stesso, contribuiamo a dargli un’identità e un ruolo importante nel nostro territorio emozionale.

Gli Aborigeni, pur ricevendo un nome alla nascita come tutti noi, sono soliti cambiarlo nel corso della vita, quando sentono d’aver bisogno di chiamarsi in modo più appropriato. Il nostro comportamento, le nostre scelte, lo stile, la nostra evoluzione, tutto contribuisce a definirci, tutto emana un’idea di noi che evoca una parola, un nickname o almeno una tonalità diversa nella pronuncia di quel nostro nome.

Perchè dunque non usare il nostro libero sentire anche per le nostre piante, se vivono con noi per anni? Perchè il fatto d’avere dei fiori bellissimi o aculei pungenti non dovrebbe influire sul loro carattere e sul nostro modo di percepirle?

Conosco persone con la passione smodata per le piante grasse, altre le odiano letteralmente, le percepiscono come ostili, inavvicinabili. Una volta mi presentarono un cactus di nome Crudelia. “In America Centrale si tengono cactus fuori dalla porta di casa perchè la proteggano – raccontai alla signora in questione – Tengono il male lontano. Forse Crudelia meriterebbe di chiamarsi Hero, come la canzone di Mariah Carey”.

Poco importa. Date i nomi che vi ispirano, assecondate il vostro sens of humour!. Ogni cosa ha il significato che le attribuiamo. La vostra Creatività crea un senso di clan benefico. Più parole abbiamo, più sarà vasta la comunità affettiva che ci circonda, più sarà ricco d’energia positiva il nostro universo.
Pare che la tribù dei Manu di Papua Nuova Guinea non conosca la parola AMORE. Io non ne sono affatto sicura… forse non abbiamo mai appreso che da loro AMORE si dice CRUDELIA.