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A VENEZIA È LA SPERANZA CHE RISCHIA DI AFFONDARE!

In questi giorni, la grande cassa di risonanza mediatica del dopo alluvione del 12 novembre, ricomposta in una sbadata partecipazione alle recenti, parziali prove del Mose, ha salutato l’esito del Referendum sull’autonomia di Venezia – peraltro ignorato e boicottato – con un’asciutta presa d’atto che le cose sono andate come matematicamente previsto: la città resta legata mani e piedi a Mestre e alla Terraferma.

Pochi – si dirà – i Veneziani “di VeneziaVenezia” che hanno votato e giù a dire che ce la cerchiamo la decadenza della nostra città! Ma ai miei cari lettori che non sanno com’è viverci e a quelli che lo sanno fin troppo bene, io dico che invece li capisco, eccome!

Abitando Venezia da decenni, pur non essendoci nata, sento profondamente il senso di sfiducia e di abbattimento dei miei concittadini.

Spossati da quindici giorni consecutivi di acqua alta durante i quali hanno pulito senza sosta dopo ogni allagamento e subìto l’ennesima ondata e ripulito – perché il tempo incalza e i turisti di Natale arrivano e il salso si radica su tutto e il suo tanfo pure – dopo le promesse, la sfilata dei politici con gli stivali, i selfie divertiti di gente che non sa neppure quali monumenti visita, i Veneziani non ne possono più, non credono più, non sanno più cosa sperare, chi ascoltare. È questo l’affondamento più pericoloso della città!

Lo svilimento che ti prende in quest’arrabattarsi delle istituzioni, del grottesco corteo dei profeti di sventura, dei cosiddetti esperti “del senno del poi”, degli stranieri con le soluzioni di altri Paesi ben lontani dalla nostra laguna, è diventato parte della vita quotidiana di calli e campielli, un chiacchiericcio lontano, sussurrato, come una nebbia che ogni tanto si dirada.
Che fare? Se non resistere, riparare i danni, vivere, aiutarsi, commuoversi ogni volta che succede…


La speranza, l’utopia, sarebbe togliere Venezia all’inerzia e all’ipocrisia tutta italiana delle soluzioni univoche e miopi, ai “soliti” con le mani in pasta, trasformandola in un luogo protetto, super partes, con uno statuto speciale, internazionale che ne faccia un gioiello e una responsabilità di tutti… ma forse, questo, lo auspicavano anche gli abitanti di Atlantide.

CONSIGLI UTILI PER EVITARE UN NATALE DEL CACTUS

Fra poco inizia il solito delirio. Lo sappiamo. Inutile negarlo. Ogni anno cerchiamo di fare gli spavaldi e convincerci che questa volta ce la prenderemo comoda, praticando un nobile distacco dalla retorica delle palle e delle luminarie ipnotizzanti, delle gioiose musichette sfonda-timpani, della neve falsa e delle letterine a Babbo Natale da fingere di spedire in Lapponia. Ci diciamo che sapremo resistere alle tentazioni culinarie del menu pantagruelico: i tortellini naviganti nelle torbide acque del brodo, la pasta al forno, incandescente tradizione familiare (perché dev’essere gustata calda!) che ti asfalta la lingua e il palato fino al 2022, i volatili ben pasciuti sacrificati nel pentolone da druido della nonna, i torroni spacca-denti e i panettoni strozza-fiato.

Pochi ce la faranno, quelli che riusciranno a lasciare il Paese in tempo, con aerei, treni e auto veloci. Poi ci contenderemo i mezzi di fortuna rimasti, le scialuppe di Costa Crociere, le smart, le bici, i monopattini elettrici, i bus, i più temerari s’inventeranno un Camino de Santiago de Compostela sulla tangenziale o il raccordo anulare per lasciare le città dove s’annidano i parenti più numerosi.
Io invece, cari amici, voglio chiudere questo magnifico anno di blog, con un solo consiglio: LIBRI!!! La più economica, salutare, veloce, sicura via di fuga dalla realtà! Ecco qualche idea:

Per l’amico aspirante cantante, che sogna di andare a X-factor e San Remo nello stesso anno: Non far rumore di Mauro Sperandio sarà di sprone;
Alla cugina che ha appena divorziato: Le corna stanno bene su tutto di Giulia de Lellis darà conforto, vedrete!
Alla zitella di famiglia un classico: Il piacere di Gabriele D’Annunzio, sperando che non sia troppo tardi;
Per lo zio afflitto atavicamente dalle emorroidi: Non c’é niente che fa male così di Amabile Giusti darà finalmente la giusta considerazione al suo calvario;
Per il figlio che non si schioda dal divano dei genitori: Parti da dove sei di Pema Chödrön;
Allo scrittore di nicchia come me: Libri scomparsi nel nulla… e altri che scompariranno presto di Simone Berni raddoppierà la fiducia in se stesso;
All’amica cara che ti augura sempre… il peggio: Invidia il prossimo tuo di John Niven farà l’effetto di autobiografia;
All’ultra settantenne pessimista cronico che-tanto-ha-già-vissuto: La fine del mondo prima dell’alba di Inio Asano, da scartare preferibilmente dopo la mezzanotte;
Ai fanatici del sushi, che ti svangano le palle con il ricordo dei ciliegi in fiore: Dio odia il Giappone. Romanzo d’amore e fine del mondo di Douglas Coupland farà rivalutare un buon panino al salame;

E arrivati a questo punto, certo, visto che siete stati così generosi con tutti, perché non premiarvi cercando rifugio nel mondo delle mie adorate piante?
Cosa fanno le mie piante quando non ci sono:  https://amzn.to/2KQWSET  

of course, un ever green è il caso di dirlo! Da assaporare con un eccellente vino in bollicine…

P.S. A parte gli scherzi…

BUONE FESTE, LEGGENDO, SEMPRE…
PERCHE C’E ALMENO UNA FRASE CHE TI ASPETTA IN OGNI LIBRO CHE SCEGLI !!!

CHI NON VIVE VENEZIA NON SA

Ne ho sentite tante in questi giorni su Venezia, povera icona di bellezza, emblema della caducità della nostra civiltà, trofeo kitsch per coppiette internazionali, grande nave alla deriva fra le navi crociera.
Quante ne ho sentite su cosa bisognerebbe fare, cosa si sarebbe potuto fare, non si doveva fare, cosa faremo o non faremo, cosa si potrà fare…
Ma in realtà, sono pochi quelli che sanno davvero cos’è vivere Venezia,

che conoscono l’angoscia delle sirene, mentre sei a letto e conti le note per sapere se casa tua andrà sotto;
sono pochi quelli che sanno come ci si sente fieri di questa città quando, certe notti tiepide si svuota di un po’ di turisti infestanti e ritrova la classe di uno scrigno di diamanti in mezzo al mare;
sono pochi quelli che sanno cosa significa portare i bambini all’asilo e fare la spesa, andare al mercato e in ufficio, accompagnare qualcuno in ospedale, un cane dal veterinario, traslocare, trasportare le piante, fare tutto questo a piedi, camminare con la pioggia e il vento, al caldo afoso con i turisti che ti stritolano in vaporetto, tirare il trolley, scendere dai ponti con il carrozzino, pulire i pianoterra dopo l’alta marea, percorrere i sestrieri per incontrare gli amici, sfidare la nebbia d’autunno, festeggiare il Redentore, mettere un cero per proteggere la famiglia alla Madonna della Salute, bersi uno spritz fra amici a fine giornata, il tutto senza macchina, moto, bicicletta, il tutto come un tempo, a piedi, in barca, incrociando lo sguardo di chi incontri nelle calli, agli imbarcaderi, in Palazzo, sui ponti…

sono pochi quelli che sanno come, per tutto cio’ che ho appena descritto, ci si senta fratelli nell’avversità, anche se non si è mai stati amici, anche se ci si diceva a malapena buongiorno, quando arriva una brutta piena, i veneziani si rialzano tutti insieme a pulire, sistemare e riprendere la vita;
perchè sono pochi quelli sanno che non puoi semplicemente parlarne come di una qualsiasi bella città. Venezia è una tentazione, un privilegio, uno sbaglio. Venezia è la vita che non ti garantisce nulla ma ricomincia sempre e ti offre tutto, purché tu sappia avere il coraggio di crederci.

IL CAMMINO DI VITA DI CIASCUNO DI NOI

Qualcuno forse ricorderà il titolo di uno dei più bei libri di Bruce Chatwin “Che ci faccio qui?”. Sul filo delle rimembranze, ho seguito quel grido spontaneo e nitido fino all’approdo di una piccola conclusione: forse ogni romanzo in definitiva, in ogni tempo e in ogni parte del mondo, pone lo stesso interrogativo.

Al di là di tutti i temi trattati nella trama del mio “Il problema del mese di aprile”Il Problema del Mese di Aprile (Nuova Edizione 2019) da poco riedito con Amazon, in fondo la questione che già ponevo quindici anni fa era propria questa: “Qual è il nostro percorso?” e soprattutto “Cosa siamo chiamati a fare per allinearci a questo cammino?”

Jacky, la protagonista del mio romanzo, giornalista-scrittrice inglese, ha un’idea precisa del tipo di sacrifici che deve compiere per essere una buona madre, una madre perfetta che all’occasione fa anche da padre al suo bambino (perchè il padre vero è tornato nella nativa Spagna con una nuova compagna). Jacky diventa la casa di suo figlio in una Venezia meravigliosa, a misura di bambino. Pensa che scrivere un libro le basterà per viaggiare da ferma, pensa che sarà felice perchè William, suo figlio, sarà felice. E invece una serie di imprevisti banali la incanalano in vicissitudini che la porteranno a interrogarsi sull’essenza della propria vita.

“Era davvero questa la mia strada?” Quanti di noi se lo sono chiesto, giunti a una certa maturità? Come sarebbe stato se…”
C’è una parte di noi che crescendo ci diventa sempre meno sconosciuta, che si esprime attraverso il corpo e i suoi malesseri, i sogni e i voli della mente. Questa parte – la nostra anima per chi ci crede – rivendica ed esige che amiamo e rispettiamo noi stessi prima di poter amare il nostro prossimo, nostro figlio, nostra madre, nostro padre, nostro marito, nostra moglie. Dice il Buddha nel Samyuita Nikaya “Nell’attimo in cui capite quanto sia importante amare voi stessi, smettete di far soffrire gli altri”. Ho incontrato molte persone “illuminate” in giro per il mondo e mi ha sempre colpito molto il fatto che tutti individuassero nell’amore per se stessi, e poi per gli altri, gli animali, le piante, i minerali, l’Universo, il vero scopo della vita.

Per se stessi, appunto. Sembra facile – ho sempre obiettato – non lo è affatto. Perchè ovvio non si tratta di egoismo, per amarsi sono necessarie comprensione e consapevolezza: tutto ciò che alla protagonista del mio romanzo fa difetto, troppo occupata a piegare la propria natura curiosa e nomade, a sedare i moti dell’anima, a negarsi il diritto alle proprie aspirazioni. Il risultato è un sacrificio poco utile, un regalo d’amore monco, privo di autentica gioia perchè la volontà di amare non basta, non è ancora amore.

C’è un famoso monaco vietnamita che vive in Francia Thich Nhat Hanh che ha toccato forse il punto fondamentale di tutta la faccenda “Conoscere se stessi – dice – è la principale pratica d’amore”
La Jacky del mio romanzo finirà con l’imparare la lezione a duro prezzo, scontrandosi con le proprie illusioni. Noi forse possiamo abbreviarci il cammino, “albergando in noi stessi” al di là d’ogni dolore e paura, osservandoci e accettandoci per ciò che siamo, perchè in questo nostro modo d’essere risiede la traccia del nostro personale itinerario di vita.

L’ARTE DI AMARE IL LUOGO DOVE SI VIVE

Continuo a scrivere. Non saprei smettere neanche se lo volessi, ma presentare i miei libri, incontrare la gente è una pausa necessaria, un piacere autentico, mi nutre, m’insegna, mi è indispensabile per non inaridire l’inchiostro che conduce per mano le mie frasi.

Il 29 Maggio scorso ero ospite di un’iniziativa organizzata dall’Ing. Giovanni Cecconi di Wigwam Venezia (Associazione Nazionale Protezione Ambiente) nella bella costruzione a colonne bianche della Ricevitoria di San Giuliano, sulla laguna, sede, non a caso del Circolo Canottieri di Mestre. Erano previsti un certo numero d’interventi su temi molto vasti quali il turismo ecosostenibile, l’agriturismo (con testimonianze dalla splendida Maremma) l’inquinamento lagunare, lo studio delle antiche carte cinquecentesche e settecentesche riguardandanti la zona di Porto Marghera, Mestre, con tanto di mappatura di canali ormai scomparsi o mutati nel corso dei secoli.

Ero prevista anch’io, o meglio, io “con le mie ragazze” di “Cosa fanno le mie piante quando non ci sono”  a dare un tocco di fantasia (si fa per dire perchè l’intelligenza e la capacità di comunicare del mondo vegetale è appurata ormai scientificamente) una ventata d’allegria ad una serata funestata da un maltempo che a Venezia trova un precedente soltanto nel maggio 1958.

A conclusione di una serata conviviale, allegra e interessante, più d’ogni altra cosa mi sono portata via l’impressione che tutte queste persone possedessero l’arte d’amare realmente la propria casa d’elezione. Che il segreto di un’autentica sensibilità ecologica fosse tutto in quel senso d’appartenenza a una comunità, una terra, spesso maltrattata e vilipesa, ma sempre incondizionatamente amata. Una sorta di spiritualità laica, trasversale e poliedrica, un senso di continuità col passato che dev’essere una missione nel presente, sembra davvero essenziale per assicurare una prospettiva a chi verrà dopo.

E tornando a casa, sotto la pioggia, mi è venuta in mente una diffusa pratica buddista che si chiama “Toccare la terra” e consiste nel chinarsi 6 volte per sfiorararla con fronte, gambe e mani “per entrare – come dicono – nel mondo delle cose cosi’ come sono”, per dissolvere cioè ogni sentimento di separazione e di distinzione dalla Madre Terra.

Nulla e nessuno puo’ esistere di per se stesso: ogni cosa nell’Universo deve inter-essere con tutte le altre. E queste persone, nella loro semplicità o erudicità, producendo olio d’oliva biologico o allevando animali in modo corretto, cercando di gettare le basi per un turismo compatibile con l’ambiente o battendosi per l’uso di barche elettriche a Venezia e per il rispetto del fragilissimo ecosistema lagunare, parevano aver ben recepito che amare significa non fuggire quel legame d’appartenenza che il destino ci ha affidato. Amare la propria casa è essere quella casa, riconoscere l’inscindibile trama della vita che a lei ci lega.

OLIMPIA ATTANASIO E I SUOI PESCI OUT OF WATER

Non è facile delineare un ritratto dell’artista Alice Olimpia Attanasio (in Mostra a Venezia dal 6 maggio al 16 giugno Hotel Savoia & Jolanda Riva degli Schiavoni 4187). Forse perchè le donne, da sempre, debbono comporre e ricomporre diversi aspetti della propria personalità e per natura sono portate a una molteplicità di modalità espressive.

Dopo studi artistici all’Istituto Europeo di Design, i primi lavori di pittura esposti nelle gallerie milanesi, le installazioni in resina e caramelle che le valsero una curiosa notorietà negli ambienti artistici d’avanguardia, Olimpia sembra tornare all’artigianalità di materiali semplici, duttili al tocco delle dita. Quasi un ritorno contro corrente a un’arte fruibile. Un coraggio tutto femminile, aggiungerei, in un mondo artistico che cavalca sempre più il meccanismo dello stupore e dell’evento appariscente. “Ed è molto più difficile vendere una donna che un uomo” aggiunge a chiosa di una nostra riflessione, in tono spiccio ed efficiente, da milanese doc.

O forse è complesso parlare di lei, perchè, da matura trentenne, Olimpia appartiene ad una generazione nata nei favolosi anni ’80 e immediatamente “tradita” dall’evolvere deludente di un mondo in affanno.
Non a caso la sua Mostra s’intitola Out of water e colleziona in forma di pittura e – ancor più felice – di scultura, tutta una serie d’animali marini “pesci fuor d’acqua” agonizzanti e sorprendenti.

Forme primitive in argilla e cemento, o ceramica e cemento, sembrano provenire dalle origini primordiali della Terra ed essere mal evolute a causa d’inquinamento e trasformazioni climatiche, costrette a fuggire dal loro stesso habitat, a combattere contro l’invasione della plastica in una lotta che è anche contro il tempo.

“Sono francamente preoccupata – conferma Olimpia – per temperamento e con l’esperienza ho imparato a lasciar scorrere le cose – ma il tema dell’ecologia mi preme”.
Bella, la grande pacifica tartaruga bianca che reca sulla corazza la scritta fighting; struggenti i pesci spiaggiati, catturati in un momento di trapasso fra vita e non-vita, come calchi di Pompei.

 

Con candore, Olimpia sembra ondeggiare fra l’ingenua bellezza della sua gioventù, protratta e sublimata dalla sua esistenza libera d’artista e l’inquietudine di fondo riflessa e testimoniata da una generazione che tende a rimandare scelte definitive, cogliendo la singola esperienza nella sua preziosità, senza inserirla per forza in una strategia di vita o di carriera under control.

 


Non sorprende dunque che il percorso di questa ragazza minuta e sorridente, calma e decisa si dipani fra Mostre in mezzo mondo a Milano, Roma, Berlino, Shangai, San Pietroburgo e torni placidamente a parlarmi del giardino d’affaccio del suo studio milanese. “Non pensavo mai, è mia madre la grande esperta di piante in famiglia, ma ora mi è scattata una nuova sensibilità. Quando rientro, la prima cosa che faccio è andare fuori, nel verde. E noto i minimi cambiamenti degli alberi, i fiori, la singola gemma…” confida.
E mentre l’ascolto, m’accorgo di guardare i suoi pesci agonizzanti con un briciolo di fiducia in più per il futuro del mondo, per i giovani che ne avranno la cura e la responsabilità.

NOTRE-DAME: LA RABBIA SENZA L’ORGOGLIO

Mentre come tutti, quel maledetto lunedì 15 aprile, incollata alla tv, cercavo di capire cosa stava accadendo a Notre-Dame, la rabbia mi cresceva dentro, una rabbia mista a dolore profondo.
Non mi interessa se si stabilirà che è stata una fatalità, un errore umano. Che peccato – si dirà – che quel giorno non piovesse, aveva fatto brutto il resto della settimana, meritevoli certo i quattrocento pompieri intervenuti… etcetera, etcetera. Chiacchiere.

La mia Notre-Dame è stata distrutta

il punto di riferimento della mia vita parigina, quando incinta di pochi mesi fui portata d’urgenza per complicazioni all’ospedale Hôtel Dieu sulla piazza della cattedrale, non c’è più. Il giardinetto dietro l’abside col suo recinto di sabbia era il teatro di giochi di mia figlia Victoria, sufficientemente vicino casa per poterla cambiare in fretta quando con gli altri bambini del quartiere si rovesciava secchielli di sabbia in testa. In quel giardinetto, la protagonista del mio libro. Cosa fanno le mie piante quando non ci sono verifica alcune teorie sulle api impollinatrici e raccoglie i pensieri, guardando la Senna, come io ho fatto decine e decine di volte, triste o allegra, preoccupata o sollevata, sentendomi ogni volta un po’ meno sola, a casa.

 

No, non m’interessa neanche sapere che fra un certo numero d’anni verrà ricostruita – Nuova! Come Venezia in Cina! – sono furiosa perchè appartengo a una civiltà decadente, indegna, che non sa preservare la bellezza, che sottovaluta il valore di ciò che ha ereditato. Una società insulsa e superficiale, ipocrita, umorale, litigiosa, arrogante per via della tecnologia, distratta da sciocchezze, prostituta per meri interessi economici.

 Il teatro Petruzzelli a Bari, la Fenice a Venezia, Palmira, Torino col salvataggio in extremis della Sacra Sindone… quanti precedenti… Poco importa perchè è successo, non sappiamo preservare il patrimonio dell’umanità dai più svariati pericoli, siano essi legati a guerre e terrorismo, all’avidità o alla stupidità umana; non siamo degni della responsabilità di mantenerlo vivo per le generazioni future, esattamente come stiamo distruggendo la Natura. Eterni bambini viziati passiamo dall’esaltazione per un oggetto del desiderio – che infiocchettiamo con tutta la retorica dei buoni sentimenti e della cultura – all’indifferenza di chi dà per scontato il privilegio di godersi un’opera d’arte, un tramonto sul mare pulito o una passeggiata nel bosco.
Quando è crollata la flèche ottocentesca, il parafulmine che protegge Parigi, è crollato un po’ del mio ottimismo, della mia fiducia nella nostra civiltà. Quelle fiamme segnano la fine di un’era. Giusto che sia così, non ci meritiamo ciò che altri, migliori di noi, hanno saputo lasciare di sé.

Per aiutare a ricostruire ogni gesto è importante:

https://don.fondation-patrimoine.org/SauvonsNotreDame/~mon-don?_cv=1

 

L’ARTISTA-ARTIGIANO FERNANDO MASONE: DALLA “POLPA” DELLA CARTA ALL’OPERA D’ARTE

Così si definisce Fernando Masone, citando San Francesco Chi lavora con le mani è un operaio, chi lo fa con le mani e la mente è un artigiano, chi con mani-mente e cuore è un’artista”.

E queste tappe, lui le rispetta ancora, perchè le sue opere d’arte, apprezzate in Europa, Canada, Stati Uniti, Cile e naturalmente in tutta Italia, cominciano dalla preparazione stessa della materia: la cellulosa di puro cotone, che opportunamente preparata a telaio e pressata, diventa carta. Per arrivare a creare matrici in resina, terracotta, metallo o altri materiali sui quali creare altorilievi, realizzare mosaici, cammei o grandi tele, il percorso dell’operaio-artigiano è stato lungo e arduo.

Dalla Petrelcina di nascita, a Roma, dove trascorre 20 anni lavorando ceramica, rame, smalti, silicone e gesso per calchi, facendo esperienze in diversi studi e laboratori, la sua esistenza si snoda come un viaggio d’infaticabile, elementare ricerca di sé: “Via di casa a 16 anni, lottavo per vivere, non per un’affermazione personale, non ne avevo neanche il tempo!” dice con l’aristocratica dignità dei self made men di una volta.

Ma la profondità di una filosofia di vita dotta s’avverte in tutto ciò che dice sul destino, o meglio “sui destini” “Alcuni ce li facciamo, altri sono proprio scritti”. Inanelliamo ricordi sul filo di questa chiave di lettura: l’incontro con il proprietario dello studio di ceramica Esedra a Roma, veneziano e-guarda-caso direttore della Scuola Internazionale di Grafica di Venezia dove finirà per studiare e vivere; il periodo nero a 34/35 anni quando si separa dalla moglie e il socio col quale aveva aperto un’attività muore all’improvviso sotto un cornicione piovuto dal cielo. “Tutto ciò che facevo andava male – sospira quasi divertito – ma la vita bisogna viverla tutta, affrontarla”. Gli chiedo della Galleria d’arte che ha tenuto a Venezia per 15 anni “Andava bene, guadagnavo, ma ad un certo punto mi ero reso conto che vivevo soltanto per lavorare”.

Mi piace questa libertà che spunta ad ogni angolo della sua biografia a dimostrare che è possibile anche in assenza di reti e solide certezze economiche. Tre figli da tre donne diverse di cui si occupa amorevolmente.“Sì, mi sono ritrovato spesso con sole 10000 Lire in tasca e neanche quelle – ammette – ma ho sempre lavorato in pace con me stesso, fedele ai miei pensieri” 

Guardo gli ultimi lavori, quadri astratti, zen, mosaici in carta, un’ossessione il tema dei libri. Quest’uomo così capace di surfare sulle difficoltà della vita nasconde una sofferenza profonda per non aver potuto studiare da giovane. E oggi, se il senso d’inferiorità verso i compagni più fortunati è stato ampiamente superato dai riconoscimenti e le collaborazioni con artisti di fama come Antonio Nocera, Gianmaria Potenza, (vedi art. in questo Blog) Vittorio Basaglia, Giorgio Celiberti, Paolo Guiotto, nondimeno l’autodidatta, se potesse, cambierebbe questo solo capitolo della sua biografia.

“È un bel bilancio!” dico, anche se non sembra un tipo da bilanci ma piuttosto da carpe diem. In realtà il suo percorso evoca in me riflessioni molteplici sulla meditazione, perchè mi sono sempre chiesta se la creatività ne fosse il frutto o il nutrimento. “Quando immagino un’opera l’inconscio parla, poi lavoro e divento un esecutore” chiarisce. Per mettere a riposo i pensieri, da romano andava a passeggio a Piazza Navona, oggi inforca una bici e va a correre al Lido di Venezia. Ma sospetto che basti restare qui, nel quattrocentesco Chiostro di S.S. Cosma e Damiano sull’isola della Giudecca, dove vive e lavora, per provare il profondo appagamento di un artista che avanza, rallentando.

“Dal 15 al 31 luglio ho una Mostra vicino Lione, au Moulin Richard de Bas a Ambert, il Museo storico della carta – dice – e ho un progetto per il prossimo anno… ma non ne parlo per scaramanzia… e poi la vita è adesso”.

LO SCULTORE G.M.POTENZA E L’ARTE D’ESSERE FELICE

E’ difficile tratteggiare in poche righe il ritratto di un artista vero, i blog sono uno strumento di divulgazione efficace ma, si sa, concedono poco spazio. Tuttavia credo che il Maestro Gianmaria Potenza non se ne offuscherà troppo, è raro trovare un artista tanto in linea con il nostro tempo, tanto in armonia con un se stesso costruito in decenni d’attività, attraversando gran parte del ‘900 e un ventennio del nuovo millennio con la propria arte.

Il suo volto è un riassunto perfetto della sua personalità: un incrocio fra il Michelangelo ritratto sulle vecchie banconote da 50.000 Lire e la maschera bonaria di un Geppetto che, in pace con se stesso e il mondo, crede in un bambino di nome Pinocchio. Sarà perché questo enfant prodige (nipote di razza di ben due zii, uno pittore, l’altro scultore) è stato sempre un artista imprenditore (ha fondato La Murrina punta di diamante nell’arte del vetro), uno che con la dissolutezza dell’artiste maudit non ha mai avuto a che fare. Sveglia presto, duro lavoro quotidiano con i materiali più diversi, una compagna di vita, conosciuta giovanissimo, purtroppo recentemente scomparsa, Madama Rossana, la sua intelligenza tutta racchiusa nella frase che amava ripetere: ”Dietro un grande uomo, c’è una (grande) donna stanca”.

Gli incontri decisivi della sua biografia – con l’architetto Marini a Venezia, con Joe Ponti a Milano – sono arrivati come un dolce naturale divenire della vita, perché “Ho sempre creduto nel futuro – dice – tutti i giorni mi sveglio allegro”. Liberando la figura dell’ARTISTA dalla retorica dei falsi miti e cliché, Potenza ha costruito pezzo per pezzo la sua arte, che ora vorrebbe racchiudere in un piccolo Museo per la posterità, accanto alla casa di fiaba dove è nato e vissuto nel cuore di Dorsoduro a Venezia. “Mi considero un artista del ‘500. Sono stato protetto dai miei committenti, architetti, Banche, Cantieri Navali…” afferma col piglio dell’uomo d’affari che è stato sempre, da quando prese in mano anche le redini dell’impresa di famiglia.

Sul mondo dei galleristi surfiamo insieme, con un sospiro mesto. Ma non c’è la minima rassegnazione nella sua analisi: guai a usare le derive negative della nostra società per giustificare l’abbandono dei propri sogni e progetti! Ci sono tante opportunità per i giovani, ma devono essere decisi, generosi, capaci d’attaccarsi al dente della ruota della fortuna, perché passa – è sicuro – e porta il nome di ognuno di noi.

Le sue parole, senti che sono autentiche:

“Io cerco l’emozione, lavoro con il cuore”

il segreto di Pulcinella di qualsiasi successo in fondo. Guardo il paravento che dipinse quando aveva dodici anni, evoco Matisse, Miro’ “Ma io non sapevo neanche chi fossero a quell’età” precisa; stesso scambio di fronte a certe sue sculture lucide e dorate “Pomodoro!” l’inutile esercizio di trovare paralleli nel mondo dell’arte  “Lo stimo – aggiunge – ma c’è differenza fra me e lui”.

Natura, Architettura, fonti costanti d’ispirazione, Venezia come Bisanzio, evocata dai suoi mosaici, ma i simboli  ripetuti ossessivamente come geroglifici sono il retaggio di reminiscienze ancor più primitive, vaste, oscure o marziane. La sua opera da decenni viaggia nel mondo, è internazionale, indecifrabile, contemporanea, antichissima. I suoi gufi porta-fortuna ci fissano dalle mensole del suo atelier.

La lunga, vaporosa barba bianca  ne accompagna il sorriso, gli occhi s’accendono quando confida:

“Ho partecipato a un concorso. Sono arrivato tra i sei finalisti! Aspetto risposte…”

Sorrido anch’io pensando a tutte le volte che ha esposto le sue opere alla Biennale di Venezia, ai riconoscimenti inanellati, alle consacrazioni di Istanbul, Hong Kong, New York e in Russia, in Lituania e negli Emirati Arabi…

Ma è il futuro ad interessarlo, un’altra sfida lo attende e una prossima Mostra a febbraio… E in quell’entusiasmo di fanciullo che ha già varcato la soglia della grande età, scopro la via della vera Saggezza e l’eterno segreto della Felicità.

(http://Gianmaria Potenza “Alfabeti sconosciuti e linguaggi simbolici” Editoriale Giorgio Mondadori)